Quante speranze ci sono per la tassa sugli extraprofitti petroliferi?

L’Italia con cinque Paesi Ue propone di intervenire, ma se ne parlerà a settembre. T&E e ReCommon favorevoli per sbloccare risorse sulla transizione, ma per alcuni economisti è un fallimento annunciato.

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Nell’ultimo weekend da “bollino rosso” sulle reti stradali e ferroviarie di tutta Italia, i vacanzieri hanno dato il via al “controesodo” che fino al termine del mese chiuderà le ferie per la maggior parte delle persone.

Ad animare in qualche modo il rientro a casa è stato il dibattito politico riportato dai media, che si è concentrato su due temi principali: la proroga fino al 26 agosto dello sconto di 17 centesimi sulle accise del gasolio e la proposta di tassare gli extraprofitti delle società petrolifere.

Nel primo caso si tratta di un ulteriore passo lungo la via dei provvedimenti emergenziali, con la proroga di uno strumento che attinge a circa 21 milioni di euro dall’extragettito Iva per raffreddare i costi alla pompa in questi giorni caldi di rientri.

La tagliola sugli extraprofitti delle società petrolifere è invece un’iniziativa di diversa natura. In questo caso ci si muove sul piano comunitario, dove sei Paesi hanno scritto alla Presidenza di turno dell’Ue per valutare questa opzione in vista dell’Ecofin di fine settembre.

Sotto la lente sono finiti redditività complessiva e margini sui prodotti raffinati giudicati più alti rispetto all’andamento del barile.

Gli Stati membri coinvolti sono Italia, Austria, Polonia, Spagna e Portogallo, con la Germania a fare da capofila.

Quello degli extraprofitti alle società fossili è un dibattito che segue di pochi giorni la proposta della Lega di introdurre uno strumento analogo per le banche, bocciato da Forza Italia, e fa eco a quanto richiesto con una petizione a giugno da ReCommon

L’associazione, in particolare, invoca da mesi “una vera tassa” su questi proventi delle aziende fossili, stimati da un’analisi Global Witness su dati Rystad Energy in 234 miliardi di dollari potenziali nel 2026 (si veda anche l’articolo “Guerre, caro-energia e clima: chi guadagna dalle crisi di petrolio e gas“).

Le analisi degli economisti

“Ridurre ancora le accise sul gasolio vuol dire buttare via i soldi, ma anche tassare gli extraprofitti non servirà a ridurre i prezzi alla pompa”.

Questa la posizione di Marco Leonardi, professore ordinario di Economia politica presso l’Università degli Studi di Milano e capo del dipartimento Programmazione economica alla Presidenza del Consiglio durante il Governo Draghi.

In un lungo post su Linkedin scrive: “Il prezzo alla pompa nasce da una catena semplice: prezzo del greggio più margine di raffinazione più logistica e distribuzione più imposte”.

Il diesel, invece, “non funziona come un mercato qualunque: è fissato su un mercato che si chiama Platts che ogni giorno determina la distanza tra la domanda di gasolio (sempre alta) e l’offerta (molto bassa per via delle guerre e della bassa capacità di raffinazione). Questo valore Platts è quindi anche il margine di raffinazione che guadagnano i raffinatori di gasolio. In questi mesi è quattro o cinque volte il margine normale”.

Alla luce di ciò, secondo Leonardi, “dovrebbe essere chiaro che i margini di raffinazione (e quindi il prezzo finale alla pompa) possono aumentare anche se le accise e il prezzo del greggio scendono. È esattamente quello che è successo negli ultimi mesi e quello che succederà nei prossimi”.

Tassare gli extraprofitti dei raffinatori “non impedisce questo aumento. Lo Stato può prelevare una parte dei profitti eccezionali e usare il gettito per ridurre le accise, ma il prezzo all’ingrosso resta determinato dal Platts: si redistribuisce la rendita, senza eliminare il meccanismo che genera il prezzo elevato”.

Una soluzione più diretta, secondo l’esperto, sarebbe una correzione al mercato Platts analogo al price cap europeo sul gas del 2022.

“Quel meccanismo non fissava un prezzo assoluto: poneva un limite al premio del Ttf rispetto al prezzo internazionale del Gnl, per evitare scostamenti eccezionali. Allo stesso modo, sui carburanti si potrebbe fissare un tetto dinamico al margine di raffinazione, legato ai benchmark internazionali, lasciando variare il prezzo del petrolio, ma impedendo che margini eccezionali si trasferiscano integralmente ai consumatori”.

A sconsigliare la strada degli extraprofitti è anche Daniel Yergin, Premio Pulitzer 1992 con un saggio sul petrolio.

Sulle pagine de Il Corriere della Sera l’economista americano è molto chiaro – “la storia delle tasse sugli extraprofitti è una storia di fallimenti” – e la sua analisi è complementare a quella di Leonardi nel momento in cui segnala che l’attuale crisi europea non è tanto dettata dalla bassa disponibilità di greggio quanto dall’insufficiente capacità di raffinazione europea.

Meno tranchant è invece il giudizio sullo sconto italiano alle accise del gasolio, sostanzialmente giustificato dal momento difficile che il paese sta attraversando, ma pur sempre da adottare con il carattere dell’eccezionalità.

Il valore degli extraprofitti fossili

Gli ultimi calcoli in ordine di tempo su questo argomento arrivano dall’associazione europea Transport & Environment (T&E), che ha pubblicato l’analisiExcess Profits of European Oil Companies During the US–Iran War” (disponibile in basso).

Si scopre così che nel primo semestre 2026 otto società petrolifere hanno cumulato profitti aggiuntivi per 7,5 miliardi di euro in Europa.

Più nel dettaglio, si legge nel documento, BP, Shell, Eni, Orlen, Repsol e Omv hanno più che raddoppiato i loro profitti nel secondo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2025 “a causa della volatilità in Medio Oriente”, ma anche TotalEnergies e Moeve “hanno registrato buoni risultati”.

Tali extraprofitti sono stati più elevati in Polonia, Spagna, Germania e Francia. L’Italia è al quinto posto, come si vede nel grafico sottostante di T&E.

Secondo l’associazione i Paesi con una maggiore diffusione di veicoli elettrici sono molto meno esposti all’aumento dei prezzi. La Danimarca, ad esempio, ha una quota di mezzi a batteria di circa il 19%, rispetto a meno dell’1% in Polonia.

Secondo Antony Froggatt, direttore senior di T&E, “i giganti del petrolio stanno abbandonando le energie rinnovabili. L’Ue deve tassare gli straordinari profitti fossili e utilizzare i fondi per rendere la guida elettrica accessibile a tutti. Questa deve essere l’ultima crisi petrolifera”.

Il documento si chiude con tre raccomandazioni:

  • attivarsi a livello comunitario in fretta, prima della prossima emergenza, con un meccanismo Ue sugli utili in eccesso ad attivazione predefinita in base al superamento di determinate soglie;
  • destinare le entrate del nuovo strumento a politiche che riducano il consumo di petrolio;
  • prediligere una forma di tassazione di livello europeo rispetto a misure nazionali che “creano un mosaico scoordinato di basi, aliquote e ambiti di applicazione che le aziende possono sfruttare a proprio vantaggio”.

Su quest’ultimo punto la segretaria PD, Elly Schlein, esorta invece il Governo Meloni a tassare subito gli extraprofitti su base nazionale, senza aspettare le lungaggini dei processi europei.

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