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Cop27, la sfida del clima si vince tutti insieme o perderemo tutti

Cosa c'è sul piatto nella prossima tappa dei negoziati mondiali sul clima di Sharm el Sheikh, una delle conferenze più complesse?

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Le Conferenze sul clima iniziano sempre grandi attese e finiscono spesso nella delusione di risultati inadeguati alla portata della sfida.

Sharm el Sheikh vede invece relazioni internazionali già deteriorate e dovrebbe, ci auguriamo, essere l’occasione per riprendere le fila del dialogo.

La crisi climatica non guarda in faccia nessuno e sta provocando fenomeni estremi in tutto il mondo, con conseguenze peggiori per i Paesi più vulnerabili, meno attrezzati e meno responsabili delle emissioni di gas serra.

Le inondazioni senza precedenti in Pakistan e altrove, le ondate di calore, la siccità, gli incendi e l’intensificarsi delle tempeste tropicali segnalate negli ultimi mesi da diversi luoghi del mondo, nonché la sofferenza, la miseria, la perdita di vite umane e le perdite economiche che comportano, richiedono una risposta urgente e valida all’emergenza climatica.

La COP27 deve inviare al mondo un messaggio che indichi che tutti i Paesi, in particolare quelli con le maggiori responsabilità e capacità, sono davvero impegnati a combattere il cambiamento climatico e a colmare il divario di emissioni a breve, medio e lungo termine.

La giusta transizione globale per eliminare i combustibili fossili e costruire sistemi energetici sostenibili, efficienti e rinnovabili deve essere accelerata piuttosto che ritardata nell’attuale contesto geopolitico, sulla base della decisione sull’energia di Glasgow: anche perché i combustibili sono la causa della crisi climatica come lo sono della crisi energetica.

La comunità internazionale deve aiutare anche coloro che si trovano in prima linea a fronteggiare gli impatti climatici, attraverso sostegni immediati, un aumento degli sforzi per sostenere l’adattamento e costruire la resilienza climatica e l’istituzione di uno strumento finanziario dedicato per le perdite e i danni (Loss&Damage).

Vanno rispettati gli impegni finanziari100 miliardi di dollari l’anno fino al 2025 da parte dei Paesi di più antica industrializzazione – con almeno la metà dei finanziamenti pubblici destinati all’adattamento e con tutti i Paesi che si impegnino ad allineare tutti i flussi finanziari pubblici e privati con gli obiettivi climatici e di biodiversità.

Va accelerata l’attuazione degli NDC (impegni dei singoli Paesi), in ottemperanza all’Accordo di Parigi e in linea con la limitazione del riscaldamento a 1,5 °C, l’equità e la giusta ripartizione degli sforzi globali.

Alla COP27 verificheremo anche che il processo internazionale sia inclusivo e partecipativo, e cioè che gli stakeholders, gli osservatori della società civile, le popolazioni indigene e le comunità locali, le donne, i giovani e i rappresentanti delle comunità più vulnerabili abbiano accesso e influenza effettivi nei processi decisionali.

Deve essere anche affermato in modo concreto il ruolo insostituibile della natura: non riusciremo a far fronte alla crisi climatica se non difenderemo e ripristineremo la salute degli ecosistemi naturali, mantenendo e rafforzando il loro potenziale per la mitigazione e l’adattamento, in linea con i risultati già noti del Sesto Rapporto IPCC (vedi Il rapporto Ipcc e la crisi climatica spiegata dagli scienzati).

Il fatto che questa Conferenza delle Parti sul Cambiamento Climatico si svolga in Africa dovrebbe portare, mi auguro, a un’accelerazione su Adattamento e Loss&Damage.

Sull’adattamento, cioè sulla capacità di adeguarsi ai cambiamenti già in atto, prevedendoli e cercando di conviverci, tutti i Paesi sono in ritardo: l’Accordo di Parigi prevede che tutti si dotino di un Piano nazionale di Adattamento (PAN) e nemmeno l’Italia, Paese del G7, ce l’ha: a febbraio 2022, solo 34 Paesi avevano presentato i loro PAN. Eppure, stiamo andando verso un obiettivo globale di adattamento, come deciso a Glasgow lo scorso anno: vanno accelerati i progressi verso il raddoppio dei finanziamenti e stabilita una chiara tabella di marcia, con un meccanismo di responsabilità.

Naturalmente, se il riscaldamento globale continuerà al ritmo attuale, non ci sarà adattamento che tenga.

Nel 2021, le concentrazioni dei tre principali gas serra – anidride carbonica, metano e protossido di azoto – hanno continuato a raggiungere livelli record.

L’aumento annuale della concentrazione di metano è stato il più alto mai registrato, un dato particolarmente significativo se si considera che il metano è più di 25 volte più potente dell’anidride carbonica nell’intrappolare il calore nell’atmosfera.

I dati a ora disponibili sull’anno in corso mostrano che i livelli dei tre gas siano continuati ad aumentare nel 2022. Gli ultimi otto anni sono stati i più caldi della storia.

Con le attuali politiche, siamo destinati a un aumento medio della temperatura globale di 2,8 °C: lo dice l’Emission Gap Report, con in copertina una finestra (quella della possibilità di agire) che si sta per chiudere: con un aumento del genere, la civilizzazione umana potrebbe collassare (vedi Clima, per l’Unep gli obiettivi di Parigi al momento sono “fuori portata”).

Speriamo che la COP in uno dei Paesi di più antica civilizzazione aiuti a unirsi per evitare che questo accada, cioè a cambiare decisamente e rapidamente strada.

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