Cosa potrebbe uscire dalla Cop 30 di Belém

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I punti più importanti della prima bozza della presidenza brasiliana. Focus su adattamento climatico, stop graduale ai sussidi a petrolio, gas e carbone, cooperazione internazionale, divario di ambizione sulle emissioni di CO2.

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Si vedono i primi frutti politici dei negoziati in corso a Belém, in Brasile, dove la trentesima Conferenza Onu sui cambiamenti climatici (Cop 30) si avvia allo sprint per cercare di raggiungere un accordo globale entro venerdì 21 novembre, quando chiuderà ufficialmente.

Tuttavia, come vedremo tra poco, siamo ancora lontani da un’intesa.

Ieri, 18 novembre, è uscita la prima bozza con le principali proposte della presidenza brasiliana della Cop sui temi più rilevanti, tra cui:

  • finanza climatica (implementazione dell’art. 9, paragrafo 1 dell’Accordo di Parigi) con focus sulle risorse da destinare alle misure di adattamento ai cambiamenti climatici nelle economie emergenti;
  • promuovere la cooperazione internazionale e affrontare le preoccupazioni sulle misure unilaterali restrittive del commercio, come la “tassa alla frontiera” sulla CO2 dell’Unione europea (Cbam, Carbon Border Adjustment Mechanism);
  • affrontare il divario di ambizione riguardo all’obiettivo di ridurre le emissioni per contenere l’aumento delle temperature medie a +1,5 °C (gli attuali piani nazionali NDC, Nationally Determined Contributions, sono insufficienti);
  • uscire gradualmente dalla produzione e dall’utilizzo di fonti fossili.

La bozza di documento è stata battezzata Mutirāo Decision, dal termine brasiliano che identifica una mobilitazione collettiva finalizzata a trovare un accordo comune.

In questo scenario, spicca l’assenza degli Stati Uniti, che l’inviato per il clima di Pechino, Liu Zhenmin, intervistato da Politico ha definito “terribile, perché crea davvero un pessimo esempio e ha un impatto sull’integrità della conservazione per il clima”.

Quanto all’Unione europea, Zhenmin ha affermato che gli obiettivi climatici recentemente concordati per il 2035 e 2040 “non sono così buoni”, mentre ha difeso il piano cinese di azzerare le emissioni di CO2 entro il 2060 riducendole del 7-10% al 2035 rispetto a un picco imprecisato, che potrebbe essersi verificato quest’anno.

Il capo negoziatore dell’Ue a Belém, l’olandese Wopke Hoekstra (commissario per il Clima), a sua volta ha criticato di recente gli impegni climatici cinesi, ritenendoli “chiaramente deludenti”.

La Cina, come scrive Politico, si ostina a mantenere la sua classificazione come Paese in via di sviluppo, anche se è la seconda potenza economica mondiale; così Zhenmin ha sostenuto che l’Europa e gli altri paesi sviluppati dovrebbero raggiungere il traguardo Net Zero “prima del 2040” per dare alle altre economie più tempo per industrializzarsi.

La voce italiana alla Cop intanto è rimasta in sordina, senza argomenti ambiziosi. I temi rilanciati dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sono le solite difese della neutralità tecnologica e una spinta verso soluzioni obsolete e potenzialmente ancora più dannose per il clima, come i biocarburanti (si veda L’Italia alla COP30: “dieci anni perduti” e obiettivi mancati).

“A Belém, insieme a Brasile e Giappone, portiamo l’iniziativa Belem 4X, che mira a quadruplicare l’uso globale dei biocarburanti sostenibili che costituiscono una leva essenziale per decarbonizzare i trasporti”, ha sottolineato. Poi ha citato il Piano Mattei, “destinato a sostenere stabilità e crescita in Africa attraverso partenariati paritari con un focus proprio sulla transizione”.

Inoltre, ha aggiunto il ministro, “stiamo proseguendo con le iniziative collegate all’Adaptation Accelerator Hub lanciato lo scorso anno nel corso del G7 a Presidenza italiana, per sostenere i Paesi più vulnerabili nella costruzione di iniziative capaci di attrarre finanziamenti e produrre benefici reali per le comunità”.

Le analisi di ECCO

I punti più importanti della Mutirāo Decision sono stati esaminati e commentati dal think tank italiano per il clima, ECCO, oltre che dall’associazione Italian Climate Network; entrambi pubblicano aggiornamenti quotidiani dai lavori a Belém (gli ultimi sono del 18 novembre).

Un capitolo particolarmente delicato è quello finanziario sull’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi, che prevede l’obbligo di sostegno economico ai Paesi in via di sviluppo.

I Paesi sviluppati, scrive ECCO, “hanno segnalato disponibilità a migliorare la prevedibilità e il volume della finanza, includendo la possibilità di promesse indirizzate a contribuire all’obiettivo di 300 mld $/anno del nuovo Obiettivo Globale Collettivo di Finanziamento”.

Riguardo al tema delle “perdite e danni” dovuti ai cambiamenti climatici (loss&damage), “le parti riconoscono la necessità di mobilitare risorse adeguate, ma non c’è ancora consenso su come inserirla nelle decisioni finali”.

Tuttavia, senza un aumento significativo della finanza per l’adattamento – ossia per le politiche e misure con cui adattare le economie agli impatti del surriscaldamento globale e degli eventi meteorologici estremi – la Cop 30 rischia di fallire su uno dei pilastri dei negoziati.

I Paesi in via di sviluppo “chiedono che il pacchetto finale contribuisca a ristabilire un equilibrio tra finanza per l’adattamento, mitigazione e perdite e danni, all’interno del nuovo obiettivo collettivo di finanza climatica, e che includa un impegno esplicito ad ampliare significativamente il sostegno”.

Tra le proposte sul tavolo, quella di triplicare la finanza per l’adattamento entro il 2030, fino ad almeno 120 miliardi di dollari l’anno.

Focus sull’uscita dalle fonti fossili

Tra i diversi aspetti evidenziati dall’Italian Climate Network, la bozza Mutirāo ricorda “che il carbon budget in linea con gli obiettivi di temperatura dell’Accordo di Parigi è limitato e si sta riducendo velocemente”, poiché “le emissioni storiche di CO2 rappresentano già i 4/5 del budget che ci consentirebbe, con il 50% di probabilità, di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1.5 °C rispetto all’era preindustriale”.

Tra le proposte sul tavolo, lanciare la “Belem Roadmap to 1.5°C”, per affrontare il divario di implementazione e ambizione dei Piani nazionali, identificare opportunità e azioni per accelerare la loro attuazione, così come gli investimenti e la cooperazione a supporto. La Roadmap si concluderebbe con un rapporto alla prossima Cop 31.

Altro passaggio fondamentale è la “sollecitazione all’eliminazione graduale (phase out) dei sussidi fossili che non aiutano le persone in difficoltà energetica e che non sostengono una transizione equa verso energie pulite”. Inoltre, si incoraggiano le Parti a cooperare “agli sforzi globali definiti nel Global Stocktake di Dubai”, tra cui triplicare la capacità rinnovabile globale, raddoppiare l’efficienza energetica e il transitioning away dai combustibili fossili.

Intanto, da segnalare che “82 Paesi del mondo fanno ora da guardia alla proposta brasiliana di una roadmap per uscire da carbone, petrolio e gas naturale”, tra cui Regno Unito, Colombia, Germania, Francia, Cile. Queste Nazioni “sostengono un linguaggio più forte sulla roadmap per l’uscita dalle fonti fossili nel testo finale di Cop 30 rispetto alla bozza”; per ora l’Italia non ha aderito formalmente all’iniziativa.

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