Clima e guerre, e l’esperimento Gaza

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La striscia di Gaza potrebbe diventare un “modello” anche di fronte alle migrazioni climatiche e abituare i popoli ad accettare lo sterminio di altri come inevitabile, aprendo la strada alla militarizzazione e alla violazione dei diritti.

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Come sarà il mondo di domani? Con il trend attuale, entro la fine del secolo – ne abbiamo già consumato un quarto – più di metà della Terra rischia di diventare inabitabile: qualunque provvedimento verrà preso da oggi in poi, i ghiacci delle calotte polari e dei ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare a crescere e gran parte delle terre costiere, con il loro entroterra, verranno sommerse.

I fiumi cesseranno di scorrere regolarmente, alternando piene devastanti a periodi di siccità, i raccolti a soffrirne, le foreste a bruciare senza acqua per spegnerle, le epidemie a imperversare.

Crisi climatica e ambientale e migrazioni sono strettamente connesse: più si faranno sentire gli effetti della prima, destinati a crescere, più il numero dei profughi ambientali aumenterà in modo esponenziale.

Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) e Parag Khanna (Il movimento del mondo, Fazi, 2023), due studiosi che hanno guardato il futuro, concordano su un panorama come questo.

Ad accrescerne gli effetti concorrono poi le guerre a cui i governi di tutto il mondo stanno destinando i fondi che continuano a negare alla “transizione”.

Dunque, intere popolazioni giudicate superflue o dannose si ritroveranno rinchiuse entro confini invalicabili, senza poter andare altrove perché nessuno le vuole.

O anche condannate allo sterminio, con bombardamenti e cacce all’uomo, o per fame, sete e malattie non curate; accampate in territori lunari perché tutto quello che avevano deve essere distrutto per comprometterne la sopravvivenza, come a Gaza o in Sudan.

Gaza è un esperimento per abituare i popoli ad accettare lo sterminio di altri come inevitabile; proprio come i governi dell’Unione europea e degli Stati Uniti stanno abituando anno dopo anno i loro cittadini – noi – ad accettare allo stillicidio di rastrellamenti, deportazioni, annegamenti, morti, torture, violenze di ogni genere inflitte alle “genti in cammino” che cercano di abbandonare le loro terre di origine perché lì la vita è diventata impossibile; ma che nessun altro paese accoglie, se non, a volte, per il tempo necessario a spremere dai loro corpi, dalle loro famiglie, dalle loro vite, tutto quello di cui è ancora possibile appropriarsi.

Ma come pensiamo che possano sopravvivere in territori devastati dalla catastrofe climatica e ambientale e dalle guerre le popolazioni che li abitano oggi? E dove pensiamo che possano trasferirsi, senza essere respinti, tutti coloro che “a casa loro” non potranno più vivere?

O addirittura che una casa loro non l’avranno più, perché sommersa dalle acque, o bruciata dalla siccità o dagli incendi? E come pensiamo che reagiranno i governi dei paesi – “sviluppati” o no che siano – nei quali cercheranno rifugio quelle popolazioni tutte intere, se già ora, di fronte all’arrivo alla spicciolata delle avanguardie di quelle “genti in cammino”, i governi degli Stati forti mettono in atto politiche di respingimento basate sempre più sugli strumenti e le modalità della guerra?

Le misure per respingere i migranti adottate oggi appaiono sì, ciniche e spietate, ma anche risibili e inadeguate. Ma fungono da scuola per addestrare tutti noi ad accettare come normali quelle politiche di sterminio: come per Gaza.

Tutto questo comporta militarizzazione, sospensione o abolizione di diritti e welfare, violazione delle convenzioni, razzismo di Stato e fascismo. Gli Stati Uniti di Trump stanno aprendo la strada a molti altri stati, retti da governanti che aspettavano solo di assecondarlo.

L’articolo è stato pubblicato sulla rivista bimestrale n.5/2025 (rubrica “Un modno diverso”), con il titolo “Come Gaza”.

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