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Colonnine per auto elettriche: cosa devono fare i Comuni per aumentarle?

Un Comune, soprattutto a vocazione turistica, avrà sempre più bisogno di punti di ricarica pubblica. Di questa nuova sfida per le amministrazioni locali ne parliamo con Francesco Naso di Motus-E.

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In Italia il mercato dell’auto elettrica è in costante crescita e allora capita che in questo periodo estivo, di forte ripresa del turismo, i sempre più numerosi proprietari di veicoli alla spina vadano “a caccia” delle colonnine di ricarica durante il viaggio e il soggiorno.

Molte strutture ricettive si sono già attrezzate per ospitare i proprietari di veicoli elettrici, ma è ancora carente la disponibilità dei punti di ricarica pubblici soprattutto nei tanti comuni con forte vocazione turistica.

Cosa può fare un’amministrazione locale per rendere più fruibile le infrastrutture di ricarica sul proprio territorio?

Ne abbiamo parlato con Francesco Naso, segretario generale di Motus-E, iniziando con il chiedergli se in Italia esiste una mappa ufficiale delle infrastrutture di ricarica pubblica, magari utile ai turisti possessori di auto elettrica in modo che possano pianificare meglio il loro viaggio?

«Al momento non esiste una mappa ufficiale – ci dice Naso – ma si sta lavorando, anche se con tempi troppo lenti, sulla P.U.N., la Piattaforma Unica Nazionale gestita dallo Stato che mostrerà tutti i punti di ricarica ad accesso pubblico presenti in Italia».

«Questo strumento potrà rendere un Comune più consapevole di eventuali carenze di colonnine di ricarica pubblica nel suo territorio, anche in base alla popolazione e ai posti letto disponibili, aiutandolo nel processo di pianificazione».

Ad oggi, le mappe che rappresentano i punti di ricarica ad accesso pubblico sono quelle fornite dai vari Charging Point Operator, C.P.O., cioè gli operatori che installano, gestiscono, mantengono e sostituiscono le infrastrutture di ricarica ad accesso pubblico.

Ma cosa devono fare i Comuni per aumentare i punti di ricarica pubblica? Degli accordi con questi operatori o utilizzare direttamente fondi pubblici?

«Una volta che il Comune ha chiara la stima della richiesta di ricarica deve contattare i distributori locali che gestiscono la rete di distribuzione di media e bassa tensione per individuare insieme i punti più facilmente infrastrutturabili, la cosiddetta disponibilità di potenza di connessione. Il Comune, anche in base alla sua peculiarità turistica, potrà fare un piano, specificando dove posizionare le colonnine di ricarica di accesso pubblico, quante metterne e quali tipologie scegliere».

«Per esempio – spiega Naso – può collocarle nei parcheggi pubblici delle spiagge dove si potrebbero prevedere tante piccole infrastrutture di ricarica, anche da 3 kW, per alimentare le auto dei turisti in 4-5 ore, il tempo normalmente passato in spiaggia».

Cosa diversa però su strade ad alto scorrimento che portano a località di interesse turistico?

«Qui il Comune potrebbe pensare a un punto di ricarica fast, da 50 kW, o ultra-fast da 100-150 kW, visto che si è in presenza di un flusso turistico che ha bisogno di ricaricare velocemente, anche in 10-20 minuti, magari presso un punto di ristoro».

Per aiutare le Amministrazioni locali a realizzare i punti di ricarica pubblica in maniera efficiente, Motus-E ha pubblicato un Vademecum con le linee guida per le ricariche pubbliche, ma come deve muoversi concretamente il Comune…

«Una volta definita una pianificazione dei punti di ricarica il Comune può presentare una manifestazione di interesse ben fatta in cui, per esempio, dà in concessione il suolo pubblico per almeno 10 anni, non mette il canone patrimoniale unico sulla colonnina e non grava il CPO con tasse sul suolo o interventi accessori, così che gli operatori possano installare le colonnine con le proprie risorse, e il comune non sarà costretto a metterci denaro pubblico».

«Se un Comune è molto piccolo o si stima che vi sarà un numero contenuto di auto da ricaricare, e quindi avrà bisogno di poche colonnine, – ricorda il segretario generale di Motus-E – ha sempre a disposizione le risorse pubbliche del Piano Nazionale infrastrutturale per la ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica, il PNire, che fino ad oggi, ha messo a disposizione circa 50 milioni di euro, anche se ne sono stati utilizzati solo il 10%».

«Il problema – spiega Naso – è che quando si utilizzano le risorse pubbliche, le infrastrutture entrano nel portafoglio asset dei Comuni, che ne diventano quindi i proprietari. Capita poi spesso che negli anni successivi non facciano la manutenzione delle colonnine o un rinnovo tecnologico».

Insomma, ci fa capire l’esperto, che sarebbe molto più efficace che il Comune dia in concessione il suolo pubblico a un operatore di mercato e se il regolamento delle infrastrutture di ricarica e la manifestazione di interesse sono ben delineati, sarà lo stesso operatore obbligato a rinnovare l’infrastruttura e a fare la manutenzione dopo un certo numero di anni, garantendo un servizio migliore.

Sono disponibili altri incentivi per le Pubbliche amministrazioni che vogliono dotarsi di punti di ricarica?

«Oltre alle risorse pubbliche del PNire, le Regioni possono utilizzare i fondi comunitari e indirizzarli agli enti pubblici e privati locali attraverso i bandi dei Programmi Operativi Regionali. La Regione Lombardia è un caso da imitare in questo senso».

I costi per le ricariche pubbliche sono spesso molto elevati. Un Comune ha la possibilità di rendere più economico il servizio?

«In teoria la ricarica, per come è impostata dall’Europa, è un servizio di libero mercato, quindi sta ai Mobility Service Providers, cioè gli attori che offrono i servizi di ricarica in quelle colonnine, decidere il costo di ricarica. Ma se un Comune volesse attirare i turisti potrebbe, per esempio, accordarsi con gli operatori che gestiscono le colonnine di ricarica ad accesso pubblico (CPO, ndr) che ricadono sul proprio territorio, per offrire ai turisti una speciale card per accedere a prezzi di ricarica scontati. In questo modo, per gli operatori rimane tutto invariato, perché continueranno a offrire al Comune il servizio al prezzo prestabilito. Sarà il Comune che si accollerà la differenza di prezzo».

Anche le strutture ricettive possono aiutare i Comuni in questo ambito, prevedendo punti di ricarica, anche con prezzi ridotti, presso le loro strutture. Motus-E sta lanciando una certificazione Electric friendly con l’obiettivo di mappare, certificare gratuitamente e mettere in rete questi siti con punti di ricarica certificati di veicoli elettrici.

Franceso Naso lancia infine un invito ai Comuni: «fate la pianificazione, fate la manifestazione di interesse, perché i CPO non vedono l’ora di installare le colonnine di ricarica, spesso con risorse totalmente proprie. Se poi il Comune volesse attuare ulteriori misure per attrarre i turisti proprietari di veicoli elettrici a ricaricare presso il proprio territorio è sempre libero di prendere l’iniziativa».

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