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Birol: “perché la Russia non vincerà la sua guerra energetica”

Secondo il direttore della Iea, Mosca è destinata a perdere fiducia e mercati sul medio-lungo periodo. Intanto nel mondo accelera la transizione verso le tecnologie pulite.

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Con la crisi energetica che colpisce sempre più duramente in Europa, tanto da spingere la Commissione Ue a proporre un tetto al prezzo del gas russo e altre misure di emergenza contro il caro bollette, è importante separare i fatti dalla finzione e smontare alcune false narrazioni sul quadro geopolitico attuale.

Ne è convinto Fatih Birol, direttore esecutivo della Iea (International energy agency).

Il primo falso mito –  scrive Birol  in un intervento a sua fimra pubblicato ieri sul Financial Times –  è che la Russia stia vincendo la sua guerra energetica. Certamente Mosca è un grandissimo fornitore di combustibili fossili e le impennate dei prezzi di petrolio e gas, innescate dal conflitto in Ucraina, hanno consentito alla Federazione russa di ottenere ingenti profitti.

Si parla di 158 miliardi di euro di ricavi totali dalle esportazioni di carbone, gas e oro nero, da quando sei mesi fa è iniziata la guerra in Ucraina, secondo gli ultimi dati del Crea, Centre for Research on Energy and Clean Air, think-tank indipendente basato a Helsinki. Oltre metà di questa cifra è imputabile agli acquisti Ue di energie fossili (circa 85 miliardi).

Tuttavia, sottolinea Birol, si tratta di guadagni nel breve termine, mentre sul medio-lungo periodo Mosca subirà una perdita di fiducia sui mercati; Putin, in altre parole, si sta danneggiando con le sue stesse armi, allontanando il suo principale acquirente di fonti fossili, la Ue.

La narrazione della Russia vincente, evidenzia poi Birol, ignora i rilevanti impatti di medio termine delle sanzioni internazionali sul settore del gas e del petrolio. In pratica, senza il supporto occidentale in termini di tecnologia, competenze tecniche e fornitura di componenti industriali, Mosca avrà difficoltà a espandere la produzione di greggio e gas naturale liquefatto, come era nei suoi piani originari di sfruttamento oil&gas.

Buona parte del nuovo petrolio russo doveva arrivare da giacimenti più difficili da esplorare, come quelli offshore e nelle regioni artiche; è improbabile che la Russia possa riuscire a sfruttare queste risorse senza la partecipazione di compagnie occidentali.

Anche la possibilità per la Russia di diversificare le forniture di gas con il Gnl è a rischio: Mosca puntava a esportare 120-140 milioni di tonnellate/anno di Gnl entro il 2035, quattro volte tanto il livello attuale, ma sembra un obiettivo irraggiungibile in mancanza di partner e tecnologie europee e americane.

Il secondo falso mito è che la crisi energetica attuale sia una crisi delle energie pulite. È una affermazione assurda, si legge sul Financial Times. Al contrario, sostiene il numero uno della Iea, una quantità maggiore di fonti rinnovabili e nucleare avrebbe aiutato a superare le emergenze; quindi una transizione più rapida dai combustibili fossili verso le tecnologie a zero emissioni di CO2, in tutti i settori (trasporti, industrie, edifici, produzione elettrica), è il modo migliore per uscire dalla crisi.

La terza e ultima idea sbagliata, secondo Birol, è che la crisi energetica di oggi impedirà di affrontare il cambiamento climatico.

Anzi, questa crisi “è un chiaro promemoria di quanto sia insostenibile il modello energetico attuale, dominato dalle fonti fossili”, scrive il direttore della Iea (neretti nostri nella traduzione), mentre abbiamo la possibilità di trasformare la crisi in un punto di svolta storico, verso un sistema energetico più pulito, sicuro ed economico.

Sta già avvenendo: con il piano europeo REPowerEU incentrato su rinnovabili ed efficienza energetica, con la nuova legge americana Inflation Reduction Act che prevede investimenti federali per 370 miliardi di $ in diverse tecnologie green (eolico, solare, auto elettriche, idrogeno). Senza dimenticare i continui record di nuove installazioni annuali di rinnovabili in Cina e le politiche pro-rinnovabili in altri Paesi asiatici, come Giappone e India.

Certo, conclude Birol, ci sono grandi sfide davanti a noi, soprattutto per questo inverno, ma ciò non significa che Mosca stia vincendo nè che i nostri sforzi per combattere il cambiamento climatico siano destinati a fallire.

Gli shock petroliferi degli anni ’70 hanno portato a grandi progressi in diversi campi (eolico, solare, nucleare, efficienza energetica); la crisi odierna “può avere un impatto simile e contribuire ad accelerare il passaggio a un futuro energetico più pulito e sicuro”.

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