La combinazione tra rincari energetici, tensioni geopolitiche e fragilità delle catene di approvvigionamento rappresenta un rischio diretto per crescita, competitività industriale e stabilità macroeconomica, in Italia e non solo.
Nella “Relazione annuale” per l’anno 2025 della Banca d’Italia (link in basso) e nelle considerazioni finali del governatore Fabio Panetta, la transizione energetica viene letta quindi come una soluzione industriale, geopolitica e di sicurezza economica (nella relazione la parte monografica sull’energia è da pag.199 a 218).
Il ritorno del rischio energetico
Secondo Bankitalia, l’escalation nel Golfo Persico e il blocco dello stretto di Hormuz hanno provocato una nuova impennata dei prezzi energetici globali dopo una fase relativamente distesa nel 2025.
La relazione sottolinea che attraverso Hormuz transita abitualmente circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio e che le interruzioni degli approvvigionamenti hanno spinto le quotazioni del greggio sui livelli più elevati degli ultimi tre anni.
Anche il gas naturale europeo è tornato a salire per la riduzione delle esportazioni di Gnl dal Golfo, in particolare dal Qatar, che nel 2025 aveva coperto circa il 4% delle importazioni europee di gas.
Per l’Italia, evidenzia la banca centrale, gli effetti sono particolarmente pesanti: i rincari energetici comportano un rilevante trasferimento di risorse all’estero, riducendo il reddito disponibile delle famiglie, comprimendo i margini delle imprese e frenando la crescita economica.
La relazione osserva inoltre che l’aumento dei rendimenti finanziari e l’elevato debito pubblico limitano gli spazi di manovra per politiche di sostegno prolungate, rendendo ancora più importante agire sulle cause strutturali della vulnerabilità energetica.
Prezzi elettrici e competitività industriale
Il sistema elettrico italiano continua a scontare una forte dipendenza dal gas nella produzione termoelettrica, con effetti diretti sui prezzi dell’energia. Secondo gli analisti, i prezzi elettrici italiani restano superiori alla media europea proprio per l’elevata incidenza del gas naturale nel mix di generazione.
Le simulazioni contenute nel documento mostrano che, se i prezzi dell’elettricità pagati dalle imprese italiane si allineassero alla media Ue, i costi complessivi di produzione della manifattura diminuirebbero dell’1%.
L’effetto diventerebbe ancora più rilevante nel confronto con gli Stati Uniti: un allineamento ai prezzi energetici americani ridurrebbe i costi manifatturieri di oltre il 4%, un impatto che la Banca d’Italia paragona a una riduzione del costo del lavoro superiore al 6%.
Una chiara testimonianza di come la transizione energetica abbia implicazioni dirette sulla competitività industriale, oltre che sugli obiettivi climatici.
Efficienza energetica e rinnovabili per tagliare i costi
L’indagine si sofferma poi su due fattori che hanno provato avere effetti diretti sulla riduzione dei costi energetici: l’efficienza e le fonti rinnovabili. L’istituto segnala che tra il 2019 e il 2024 l’energia impiegata per unità di Pil in Italia è diminuita del 15%, un dato sostanzialmente in linea con la media europea.
Il miglioramento dell’intensità energetica viene attribuito sia agli investimenti in tecnologie più efficienti sia ai cambiamenti nei consumi e nei processi produttivi avvenuti dopo la crisi energetica del 2022.
Tuttavia, si lascia intendere che il ritmo di riduzione dei consumi energetici non sia ancora sufficiente a compensare l’esposizione del sistema produttivo italiano ai combustibili fossili importati, soprattutto nel comparto industriale e nella generazione elettrica.
Per questo, secondo Bankitalia, eventuali misure emergenziali di sostegno dovrebbero restare temporanee e accompagnarsi a investimenti strutturali capaci di ridurre in modo permanente la domanda di energia fossile.
Sulle rinnovabili l’indagine cita la quota dei consumi elettrici coperta da Fer in Italia, il 41% nel 2025. Gli analisti osservano però che l’incremento registrato negli ultimi anni in altri Paesi europei è stato più rapido.
Il problema principale riguarda il ritmo delle nuove installazioni. Secondo le simulazioni riportate, mantenendo nel periodo 2026-2030 lo stesso flusso di crescita osservato nel 2025 (circa 6,4 GW di fotovoltaico e 0,6 GW di eolico all’anno), nel 2030 la produzione rinnovabile riuscirebbe a coprire meno del 55% dei consumi elettrici previsti. Una percentuale che sarebbe nettamente inferiore al target del 63% fissato dal Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec).
La valutazione di Bankitalia converge quindi con quella di gran parte degli operatori del settore: senza un’accelerazione autorizzativa, infrastrutturale e industriale, il percorso di decarbonizzazione italiano rischia di non essere coerente con gli obiettivi europei di fine decennio.
Nuove dipendenze tecnologiche?
Sotto la lente anche il rovescio della medaglia della decarbonizzazione: il rischio che la dipendenza dai combustibili fossili venga sostituita da nuove dipendenze tecnologiche.
La relazione sottolinea che la produzione mondiale di litio, rame, nichel e cobalto è fortemente concentrata e che i primi tre Paesi produttori controllano, a seconda del minerale, tra il 50 e l’85% dell’offerta globale.
Particolarmente rilevante è il ruolo della Cina, che detiene circa il 70% dell’estrazione mondiale di terre rare e quote ancora più elevate nelle attività di raffinazione.
Secondo i dati richiamati dalla relazione, Pechino concentra inoltre circa l’85% della capacità produttiva globale del fotovoltaico, l’80% di quella delle batterie agli ioni di litio e oltre metà della filiera eolica mondiale.
Per la banca centrale nazionale, questa concentrazione rappresenta una criticità strategica per l’Europa, soprattutto nell’attuale contesto internazionale caratterizzato da tensioni commerciali, controlli alle esportazioni e crescente frammentazione geopolitica.
In generale, la Banca d’Italia osserva che l’Europa continua a soffrire di una cronica difficoltà nel trasformare il risparmio in investimenti innovativi e infrastrutturali. I fattori negativi indicati comprendono la frammentazione del mercato dei capitali europeo e la limitata disponibilità di strumenti comuni di finanziamento.
Questo ritardo rischia di tradursi in una perdita di competitività nei confronti di Stati Uniti e Cina.
- Relazione Banca d’Italia (pdf)



























