L’Europa abbassa il prezzo delle fossili, non la dipendenza

Le misure nazionali contro la crisi energetica puntano soprattutto su scorte petrolifere, tagli fiscali e aiuti ai consumi. Meno diffuse le politiche per efficienza, rinnovabili e riduzione strutturale della domanda. Italia maglia nera.

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La crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente ha messo di nuovo l’Europa di fronte alle proprie contraddizioni.

Per proteggere cittadini e imprese dal rincaro di carburanti e combustibili, molti governi hanno reso temporaneamente meno costoso continuare a usarli, acuendo così la propria dipendenza dalle fonti fossili, invece di ridurla.

È questo il quadro che emerge analizzando la tabella riassuntiva (pdf) della Commissione europea sulle misure di emergenza nazionali adottate dagli Stati membri dal 28 febbraio 2026, giorno dello scoppio delle ostilità, e aggiornata al 19 maggio 2026.

La Commissione precisa che le informazioni sono state trasmesse dagli Stati e non rappresentano una valutazione sulla loro adeguatezza, valutazione che quindi facciamo qui in maniera autonoma.

La mappa delle misure nazionali mostra una risposta ampia e rapida, ma sbilanciata. Le azioni più frequenti riguardano scorte petrolifere, tagli fiscali su benzina e diesel, tetti ai prezzi, limiti ai profitti e sussidi diretti ai settori più esposti. Le misure strutturali per ridurre la domanda futura di petrolio e gas esistono, ma sono meno diffuse e concentrate in pochi Paesi.

La stessa Commissione aveva prefigurato un quadro comunitario più ambizioso. Nel suo catalogo AccelerateEU (pdf) proponeva infatti il ricorso a risparmi energetici, maggiore efficienza del sistema e sostituzione dei combustibili fossili con energia pulita prodotta nell’Unione.

Secondo la Commissione europea, una più rapida applicazione della normativa energetica europea potrebbe ridurre la domanda di gas naturale di 10-15 miliardi di metri cubi l’anno e l’uso di petrolio e prodotti petroliferi di 15-20 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l’anno.

La risposta più facile: il prezzo alla pompa

La prima reazione di molti Paesi è stata mettere più petrolio sul mercato e alleggerire il costo dei carburanti. Germania, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Austria, Grecia, Ungheria, Irlanda e diversi altri Stati hanno aderito o preparato rilasci coordinati di scorte petrolifere nell’ambito dell’Agenzia internazionale dell’energia.

Davanti a un rincaro improvviso, il rilascio di riserve e il taglio delle accise possono ridurre subito la pressione su famiglie, autotrasporto, agricoltura, pesca e piccole imprese.

L’Italia, per esempio, ha previsto un taglio temporaneo delle accise di 0,20 euro al litro sul diesel e 0,05 euro al litro sulla benzina, oltre a crediti d’imposta per autotrasporto, pesca, agricoltura e imprese energetiche.

Il riflesso condizionato di “anestetizzare” i prezzi da parte di molti governi è comprensibile. Questa reazione ha però dei limiti evidenti e delle controindicazioni molto rischiose nel medio-lungo termine: abbassare il prezzo dei carburanti protegge il potere d’acquisto, ma riduce anche l’incentivo a consumarne meno.

AccelerateEU indica invece che gli aiuti dovrebbero essere tempestivi, mirati e temporanei, preservando il segnale di prezzo e senza contraddire l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai fossili.

Il prezzo che sopprime il segnale di scarsità

I controlli sui prezzi funzionano come un antidolorifico; possono essere utili quando il dolore è improvviso e socialmente insostenibile, ma non curano la causa della crisi, e possono peggiorarla.

Il prezzo non è solo un costo, è anche un’informazione, perché segnala che un bene è scarso e che va usato con più cautela, che conviene sostituirlo dove possibile e che investire in alternative diventa più conveniente.

Quando il prezzo viene compresso artificialmente, questo segnale si indebolisce. Consumatori e imprese ricevono un sollievo immediato, ma non ricevono l’indicazione economica necessaria per ridurre la domanda. Il rischio è che una misura nata per proteggere dall’aumento dei prezzi finisca per mantenere alta la dipendenza proprio dal bene diventato scarso.

Nel caso dei combustibili importati, il problema è ancora più delicato: se il prezzo regolato in un certo Paese diventa meno remunerativo rispetto ad altri mercati, produttori e commercianti esteri preferiranno vendere dove i prezzi sono più liberi e i margini più alti. Il controllo del prezzo, se non è accompagnato da scorte adeguate, minore domanda e fonti alternative disponibili localmente, può quindi ottenere l’effetto contrario a quello ricercato: aumentare il rischio di carenze e, nel tempo, anche di nuovi rincari.

In questi casi, un tetto dinamico, aggiornato sulla base degli indici di mercato, può limitare gli abusi e gli effetti indesiderati senza scollegare del tutto il prezzo dalla realtà dell’offerta. Un prezzo bloccato troppo a lungo, invece, può proteggere il consumatore nel breve periodo ma rendere il sistema più fragile e più vulnerabile a crisi ancora peggiori in futuro.

Lo Stato regolatore si rafforza dentro il mercato

Anche la Germania, maggiore economia europea, ha scelto una combinazione di scorte, tagli fiscali e controllo della dinamica dei prezzi.

Berlino partecipa al rilascio coordinato delle riserve petrolifere con circa 19,5 milioni di barili, pari a 2,64 milioni di tonnellate, ha ridotto temporaneamente l’imposta energetica su benzina e diesel di 14,04 centesimi al litro, circa 17 centesimi Iva inclusa, e dal 1° aprile limita gli aumenti dei prezzi nelle stazioni di servizio a una sola volta al giorno, lasciando sempre possibili i ribassi, con multe fino a 100.000 euro per le violazioni.

La Repubblica Ceca ha introdotto un tetto dinamico sui prezzi di benzina e diesel. Il prezzo massimo viene aggiornato ogni giorno lavorativo, sulla base di indici all’ingrosso nazionali e quotazioni internazionali Platts; la misura comprende anche un margine massimo di 2,50 corone ceche al litro (circa 0,10 €), per benzina e diesel standard.

La Polonia ha seguito una strada simile. Ha ridotto l’Iva su benzina e diesel dal 23% all’8%, tagliato le accise fino ai minimi europei e introdotto un prezzo massimo al dettaglio calcolato sulla media dei prezzi all’ingrosso dei cinque maggiori operatori, più accise, oneri e un costo operativo fisso di 0,30 zloty al litro (circa 0,07 € al litro). Le stazioni che superano il tetto possono ricevere multe fino a 1 milione di zloty (circa 236.000 €).

Questi meccanismi sono più sofisticati di un blocco secco, perché cercano di impedire extraprofitti e rincari speculativi senza cancellare del tutto il legame con i mercati internazionali. Il rischio, però, resta: se la regolazione diventa troppo rigida, il prezzo smette di orientare domanda, offerta e investimenti.

La crisi è sociale prima che energetica

La terza linea di intervento riguarda i gruppi più vulnerabili. In questo ambito, la risposta è più coerente con le indicazioni europee, perché prova a evitare aiuti generalizzati e a concentrare le risorse su chi subisce di più il rincaro.

La Bulgaria ha introdotto un sostegno mensile di circa 20 euro per le persone a basso reddito che possiedono o usano un’auto in leasing, con il contributo scatta se benzina o diesel superano 1,60 €/litro per tre giorni consecutivi. La Francia ha scelto un aiuto da 50 euro per i lavoratori più dipendenti dall’auto, con criteri di reddito e chilometraggio.

Queste misure sono meno appariscenti dei tagli alla pompa, ma più difendibili: proteggono il reddito senza sussidiare allo stesso modo chi consuma molto e chi consuma poco. AccelerateEU cita proprio sostegni mirati al reddito, voucher energetici, tariffe sociali e aiuti temporanei progettati per non cancellare l’incentivo al risparmio energetico.

Pochi Paesi usano la crisi per cambiare sistema

La parte più interessante della tabella riguarda i Paesi che hanno collegato l’emergenza a misure strutturali.

La Spagna è il caso più evidente. Il suo piano da 5 miliardi di euro include tagli fiscali e aiuti immediati, ma anche detrazioni per riqualificazione energetica degli edifici, veicoli elettrici e infrastrutture di ricarica, incentivi all’autoconsumo, comunità energetiche, aree di accelerazione rinnovabile, procedure autorizzative rapide, accumuli elettrici e semplificazioni per il ripotenziamento degli impianti.

Il paese iberico introduce anche criteri di sostenibilità per i centri dati collegati al sistema elettrico, compreso l’obbligo di bilanciare la nuova domanda elettrica con capacità rinnovabile equivalente, spostando la questione dal solo costo dell’energia alla qualità della nuova domanda elettrica.

Il Portogallo combina riduzioni fiscali e rimborsi sui carburanti con un programma di resilienza energetica da 600 milioni di euro per imprese con costi energetici superiori al 20% dei costi di produzione. Prevede inoltre aree di accelerazione rinnovabile, più flessibilità nella gestione della capacità di rete, esenzione tariffaria per l’autoconsumo, contratti a prezzo fisso obbligatori per i grandi fornitori e restrizioni alle disconnessioni dei consumatori vulnerabili.

Il grande assente è la riduzione della domanda

La differenza tra le misure nazionali effettivamente intraprese e il catalogo europeo delle migliori pratiche emerge soprattutto sulla domanda, cioè sull’efficienza energetica.

AccelerateEU insiste su contatori intelligenti, reti intelligenti, accumuli, contratti flessibili, tariffe progressive, risposta della domanda e aggregatori indipendenti. L’obiettivo è spostare i consumi, ridurre i picchi di domanda e abbassare i costi complessivi del sistema, non solo attenuare il prezzo finale pagato in bolletta. Il catalogo cita esperienze già operative.

In Belgio, l’introduzione di tariffe basate sulla capacità e sui picchi ha ridotto il picco sincrono industriale del 4%, nonostante un aumento del 10% dei prelievi effettivi. In Portogallo, una modifica della struttura tariffaria per i grandi consumatori è stata stimata in un beneficio netto di lungo periodo di 50 milioni di euro grazie alla risposta della domanda e a minori investimenti di rete.

Queste politiche restano meno presenti nelle misure emergenziali nazionali rispetto a tagli fiscali e compensazioni sui carburanti, ma il risultato è un paradosso: la crisi dimostra quanto la dipendenza dai fossili sia costosa, ma la risposta più comune ne riduce temporaneamente il costo invece di ridurne la necessità (Economia Ue: i mali delle fossili e la cura delle rinnovabili).

Il caso italiano è forse il più emblematico per come l’emergenza possa rallentare la transizione invece che accelerarla. Il nostro Parlamento ha infatti approvato il rinvio della chiusura delle centrali a carbone di oltre un decennio, spostando la scadenza dal 2026 al 2038.

In un quadro di “economia di guerra”, la Slovenia ha eliminato la tassa sulla CO2 su benzina, diesel e olio combustibile. Ha anche rilasciato fino a 30 milioni di litri di diesel dalle riserve statali, vietandone l’export, e ha introdotto per alcuni giorni limiti giornalieri di rifornimento pari a 50 litri per le persone fisiche e 200 litri per imprese e attività registrate.

La Romania ha ridotto temporaneamente l’obbligo di miscelazione dei biocarburanti nella benzina dall’8% al 2%, per facilitare la disponibilità di carburante.

Questi esempi non indicano un abbandono della transizione, ma mostrano come, quando lo shock colpisce i prezzi energetici, troppo spesso la politica spinge l’acceleratore sugli strumenti fossili.

Cosa resterà dopo la crisi?

Il nuovo quadro temporaneo sugli aiuti di Stato per la crisi mediorientale consente agli Stati membri di sostenere agricoltura, pesca, trasporti e industrie energivore fino al 31 dicembre 2026.

Per questi settori, gli Stati potranno compensare fino al 70% dei costi aggiuntivi legati ai rincari di carburanti e fertilizzanti. Per le industrie energivore, gli aiuti potranno salire fino al 70% del costo elettrico del consumo ammissibile, senza richiedere un aumento aggiuntivo degli sforzi di decarbonizzazione.

L’Europa ha dimostrato di saper reagire rapidamente a uno shock energetico, ma non ancora di saper trasformare ogni euro di emergenza in una riduzione stabile della vulnerabilità fossile.

Il rischio è che la parte più visibile della risposta, lo sconto su benzina e diesel, diventi anche la più persistente. In quel caso, la crisi mediorientale avrebbe prodotto un sollievo temporaneo, ma non una maggiore sicurezza energetica.

Scelte virtuose anti-crisi sono possibili: Spagna, Portogallo e Polonia, per esempio, stanno usando l’emergenza non solo per abbassare il prezzo dell’energia, ma per cambiare il modo in cui viene prodotta, consumata e pagata: tutte misure che le faranno soffrire di meno la prossima volta che il mondo si imbatterà in una crisi energetica legata a petrolio e gas.

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