A distanza di circa tre anni dall’inserimento di Roma tra le cento realtà del progetto europeo “città intelligenti e a impatto climatico zero”, l’Amministrazione capitolina ha redatto e presentato il suo Climate City Contract (Ccc) con cui percorrere la strada della neutralità carbonica al 2030.
Il documento (disponibile in basso) non parte dal nulla, ma è inevitabilmente la sintesi tra tutte le programmazioni già messe in campo nella Capitale e gli ulteriori margini di miglioramento che sono stati stimati, considerando l’aspetto tecnico, normativo ed economico.
Ad esempio, in termini di risorse il Ccc muove investimenti potenziali per 6,7 miliardi di euro, a cui si legano indissolubilmente anche interventi in corso di realizzazione del Piano Rifiuti (1,2 mld €), opere già finanziate e realizzate con Ecobonus e Superbonus (4,7 mld €) e il finanziamento pluriennale per il completamento della Metro C (4 mld €), per un totale di 16,6 mld €.
Tutto ciò si riversa su sette ambiti strategici: efficientamento energetico, mobilità sostenibile, reti elettriche, rinnovabili, decarbonizzazione, economia circolare dei rifiuti e forestazione.
Gli obiettivi sulle rinnovabili
Uno specifico capitolo del contratto climatico riguarda la “crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili”, in cui il fotovoltaico è il principale protagonista.
Occorre premettere che nel 2024 gli impianti FV installati a Roma sono stati 6.219 per 46 MW complessivi, portando il totale a 29.610 impianti per 354 MW di potenza. Di seguito il grafico tratto dal Ccc di Roma Capitale.
Guardando al prossimo futuro, l’Amministrazione capitolina ha preso come riferimento uno studio dell’associazione Aess secondo il quale il potenziale installabile di fotovoltaico su coperture di edifici residenziali, del terziario e industriali (comprese pensiline di parcheggi) è di 2,7 GW.
A tale potenziale corrisponde una produzione stimata annua di oltre 3,4 TWh. La strategia ipotizza nel contratto climatico, però, prende in considerazione l’installazione di circa 1,6 GW di fotovoltaico, con una produzione attesa annua pari a 2,1 TWh. Di questi, 60 MW riguardano le pensiline di 93 parcheggi, anche se il valore massimo raggiungibile sarebbe di 101 MW.
Non solo, si ipotizzata anche l’installazione di circa 500 MW di impianti agrivoltaici, con una produzione stimata annua in circa 700 GWh. Tali impianti occuperebbero una superficie agricola di 7,9 km quadrati, pari a circa l’1,2% del territorio agricolo capitolino e allo 0,6% del territorio municipale.
Nel documento si precisa che non è prevista l’installazione di impianti fotovoltaici all’interno del perimetro Unesco, mentre sarà utilizzata solo “in quota limitata” la copertura di edifici indicati nella Carta per la qualità (documento del Piano regolatore di Roma).
Vengono inoltre considerati solo i parcheggi più estesi ed è ipotizzata un’occupazione di aree agricole con impianti agrivoltaici in modo da non superare l’1,5% dell’estensione comunale.
In termini economici, la realizzazione di circa 1,6 GW fotovoltaici richiede un investimento stimato nel contratto climatico di 2,37 miliardi di euro, che salgono a 3,95 se si volesse arrivare a 2,7 GW.
All’interno di queste cifre le pensiline dei parcheggi pesano per 120 milioni di euro raggiungendo i 60 MW e 200 mln € per 101 MW.
Infine l’agrivoltaico, che per ottenere il target massimo di 500 MW dovrebbe ricevere investimenti per 660 milioni di euro.
Secondo il Ccc, il fotovoltaico al servizio di autoconsumo, vendita alla rete e Cer può generare un valore economico stimato di circa 580 milioni di euro l’anno per i cittadini e imprese di Roma che, peraltro, “non sarebbero più soggetti alle oscillazioni dei prezzi del gas sul mercato internazionale”.
Gli ostacoli al fotovoltaico
Nel contratto climatico si precisa che oggi la diffusione di impianti solari sui tetti di Roma incontra barriere autorizzative all’interno del perimetro delle mura sottoposto a vincolo Unesco e in tutti gli edifici pubblici con più di 70 anni di età, per i quali scatta automaticamente un vincolo di tipo culturale.
In questi casi “sarà necessario definire con la Soprintendenza procedure per semplificare gli interventi quando i pannelli non sono visibili da spazi pubblici e punti panoramici, in modo da tutelare il paesaggio, ma al contempo rendere possibile la realizzazione di interventi che vanno nella direzione della tutela del pianeta dall’impatto dei cambiamenti climatici in corso”.
Bisogna infine ricordare che “il 95% dei tetti è privato”, come spiega a QualEnergia.it Edoardo Zanchini, direttore Ufficio Clima di Roma Capitale, “ma se c’è una continuità di politiche nazionali e supporto al credito Roma può diventare una città in cui il 50% dell’elettricità viene dai tetti fotovoltaici”.
L’Amministrazione, dal canto suo, “può fare la sua parte con le semplificazioni” e, ad esempio, a dicembre scorso è stato approvato un regolamento “per la messa a disposizione di aree e impianti solari fotovoltaici di Roma Capitale a favore di comunità energetiche rinnovabili solidali” (si veda A Roma i tetti comunali a disposizione delle comunità energetiche rinnovabili).
Entro la fine del 2025, aggiunge Zanchini, “saranno approvate le norme tecniche del Piano regolare” che semplificano l’installazione del fotovoltaico su tetto fuori da aree Unesco e oggetto di specifici vincoli.
Sulla prima versione della relativa delibera erano arrivate alcune critiche del Mic, ma “credo che sarà confermato quanto abbiamo detto”.
L’efficienza negli edifici residenziali
In termini climatici il contratto presentato il 24 ottobre riconosce come la riqualificazione energetica dei 174.120 edifici di Roma “rappresenti la sfida più importante”. Di questi 137.000 sono residenziali.
La strategia al 2030 punta a consolidare e accelerare i processi già in corso attraverso interventi integrati di efficientamento degli involucri edilizi, elettrificazione dei sistemi di riscaldamento, implementazione di sistemi di gestione dei consumi, installazione di rinnovabili (anche geotermia), batterie e pompe di calore. Per gli edifici di proprietà del Comune, in particolare, uno degli strumenti che si intende valorizzare è l’Epc (energy performance contract).
Il Ccc cita uno studio Enea per il quale si potrebbe otterrebbe complessivamente, tra residenziale privato e case popolari, una riduzione stimata dei consumi di energia primaria di oltre 2.700 TWh/anno. A ciò corrispondono 13 miliardi di euro in investimenti.
Per quanto riguarda l’efficientamento degli stabilimenti industriali, invece, uno dei progetti messi in evidenza nel documento è “Net Zero Districts”, iniziativa che vede il coinvolgimento di Unindustria e prevede l’intervento sulla Tiburtina Valley, dove si registra una diffusa presenza di attività produttive, artigianali e della logistica.
Qui si prevedono modelli di intervento per la gestione dell’energia e dell’acqua all’interno del distretto che consentano di ridurre i consumi, valorizzare recupero e riuso, autoprodurre e condividere energia da rinnovabili. I risultati saranno successivamente utilizzati per replicare l’approccio in altre aree artigianali e produttive all’interno di Roma.
Intervenendo alla presentazione di venerdì il d.g. Unindustria, Massimiliano Ricci, ha spiegato: “Due grandi temi su cui ci concentreremo sono acqua ed energia; vogliamo lavorare sempre più sul riuso della risorsa idrica, anche ai fini industriali, sull’ottimizzazione dei consumi energetici e il rafforzamento delle reti, sia idriche sia energetiche, fondamentali per i cittadini, le imprese e lo sviluppo sostenibile della città”.
Il partenariato pubblico-privato
Il contratto climatico ripercorre brevemente i sistemi di incentivazione per le fonti rinnovabili, sottolineando alcuni ostacoli allo sviluppo degli impianti per le famiglie a basso reddito, “che non possono beneficiare degli incentivi a causa dell’assenza di reddito da detrarre e più in generale per l’accesso al credito, ancora complesso per molti soggetti”.
Gli impianti agrivoltaici, fotovoltaici di grandi dimensioni e a copertura dei parcheggi, invece, “sono ormai in grid parity, per cui gli ostacoli più frequenti sono legati alle autorizzazioni e all’accesso al credito”.
Le Cer, infine, “rappresentano una soluzione efficace per ridurre la povertà energetica e combattere le disuguaglianze, offrendo al tempo stesso una risposta concreta alle fluttuazioni dei prezzi dell’energia e all’aumento dei costi in bolletta”.
L’elevato numero di abitazioni, la pluralità dei soggetti coinvolti e l’eterogeneità dello stato in cui versano gli alloggi, però, “non facilitano il processo decisionale necessario per mettere in pratica misure di efficienza e risparmio energetico”.
Dunque, secondo il Ccc, un’opportunità è data dalla possibilità di realizzare gli interventi attraverso partenariati pubblico-privato che potrebbero portare a una spinta verso la riqualificazione energetica di questa complessa categoria di asset immobiliari.




























