Le difficoltà nel trovare una quadra attorno al tema delle concessioni idroelettriche riguarda diversi Paesi europei.
In Italia gran parte degli accordi è scaduto o lo sarà a breve, e senza chiarimenti sul piano regolatorio si rischiano seri ritardi sugli investimenti, in un settore che nel nostro Paese è tutt’altro che irrilevante, visto che siamo terzi in Europa per potenza installata, dietro soltanto a Norvegia e Francia.
E proprio dalla Francia, che affronta criticità simili alle nostre, arriva una novità normativa che potrebbe ispirare anche altri Paesi, compreso il nostro, per sbrogliare la matassa. Ieri infatti l’Assemblea nazionale francese ha approvato una proposta di legge (link in basso) che supera il vecchio sistema delle concessioni per istituire un nuovo schema di autorizzazioni per gli impianti superiori ai 4,5 MW, appianando un contenzioso che andava avanti da diversi anni con la Commissione europea.
Bruxelles aveva infatti avviato due procedure di infrazione contro Parigi: una nel 2015 per la posizione dominante di Electricité de France (Edf) nel settore e la seconda nel 2019 per non aver messo a gara delle concessioni scadute.
Le circa 350 dighe attive nel Paese sono attualmente gestite attraverso concessioni, per la stragrande maggioranza da Edf e Compagnie Nationale du Rhône.
Il provvedimento francese
Con il nuovo provvedimento, lo Stato riscatterà i contratti in essere riconoscendo un indennizzo ai gestori e mantenendo la proprietà delle infrastrutture. Gli operatori storici manterranno la gestione degli impianti grazie a un diritto reale d’uso della durata massima di 70 anni, compatibile con la pianificazione di investimenti a lungo termine.
Inoltre, per rispettare le norme europee in materia di concorrenza, la nuova legge prevede che Edf apra il 40% della sua capacità flessibile ai competitor. La società metterà a disposizione di terzi una capacità idroelettrica virtuale per un periodo di vent’anni, partendo da subito con 6 GW. Il nuovo sistema dovrebbe partire nell’arco di diciotto mesi.
Non ci saranno dunque gare per l’assegnazione delle concessioni scadute. “Non lo vuole nessuno dei gruppi politici all’Assemblea Nazionale, non lo vogliono i sindacati né gli operatori né i cittadini”, ha detto la relatrice Marie-Noëlle Battistel (Partito socialista) alla France Presse. Quanto alla messa all’asta della capacità virtuale, “avrei volentieri fatto a meno di questa misura”, ha detto Battistel, “ma è chiaramente il punto di equilibrio” e una soluzione “accettabile” che consentirà di chiudere la controversia sulla posizione dominante di Edf.
La capacità idroelettrica virtuale messa a disposizione di terzi verrà stabilita ogni cinque anni. Secondo Maud Bregeon, ministra dell’Energia, la legge “apre la strada a una nuova dinamica per l’energia idroelettrica francese”, con “la prospettiva di diversi miliardi di euro di investimenti nelle nostre valli”.
La società francese Engie, riporta Le Monde, ha accolto con favore questo “importante passo avanti per l’energia idroelettrica francese” e si è detta “soddisfatta che sia stato trovato un equilibrio”.
Il partito Les écologistes si è astenuto esprimendo preoccupazione per il fatto che il provvedimento possa indurre Edf “a cedere volumi di energia elettrica in periodi incompatibili con una gestione ottimale delle portate”, come ha spiegato la deputata della Loira Atlantica Julie Laernoes.
La situazione in Italia
Quello che accade in Francia, come detto, interessa da vicino anche l’Italia, dove il tema delle concessioni idroelettriche tiene ancora banco e rischia di pesare su un comparto centrale per il sistema elettrico nazionale.
A fine 2025 la potenza idroelettrica installata era pari a circa 21,3 GW, con una forte concentrazione sugli impianti di taglia maggiore: circa l’82% della potenza nazionale, quasi 17,5 GW, fa capo a impianti superiori ai 10 MW (per ulteriori dati e grafici si veda L’energia idroelettrica in Italia a fine 2025).
È una fonte storica, programmabile e preziosa per la flessibilità della rete, anche se sempre più esposta alla variabilità climatica: la produzione, dopo i 59,6 TWh del 2014, è scesa fino ai 28,1 TWh del 2022 e nel 2025 si è attestata a circa 41,4 TWh, in calo di oltre il 21% sull’anno precedente.
A questo si aggiunge l’incertezza regolatoria: da noi la durata media delle concessioni è intorno ai 70 anni, ma il 17% risultava già scaduto nel 2023, un altro 1% arriverà a termine entro il 2028 e una quota molto rilevante, pari al 68%, decadrà nel 2029.
L’intesa con Bruxelles, però, non è ancora stata trovata. Il governo punta a costruire una “quarta via” rispetto alle opzioni previste dalla normativa sulla regionalizzazione (gara pubblica, società mista pubblico-privata o partenariato pubblico-privato), che punterebbe a consentire agli attuali concessionari di ottenere una nuova concessione a fronte di impegni vincolanti di investimento, efficientamento e tutela ambientale. Bruxelles vorrebbe evitare che questo schema si traduca in una proroga di fatto delle posizioni esistenti.
In parallelo, il modello francese potrebbe riaprire il ragionamento su una possibile trasformazione delle concessioni in autorizzazioni, accompagnata da obblighi di investimento o dalla messa a disposizione di quote di produzione a determinate categorie di utenti finali, tramite aste gestite dal regolatore nazionale.




























