In Italia il coinvolgimento dei cittadini nei procedimenti autorizzativi degli impianti rinnovabili è ancora scarso.
Per molte procedure non sono previsti veri momenti pubblici di confronto e, nella maggior parte dei casi, la partecipazione si riduce alla possibilità di presentare osservazioni scritte o di intervenire quando i progetti sono già in fase avanzata.
Fotovoltaico a terra, agrivoltaico, eolico, biometano e progetti utility scale possono modificare il paesaggio in modo visibile e diffuso, e una buona accettabilità sociale degli impianti fa la differenza.
Anche quando producono benefici climatici, economici ed energetici, questi interventi possono essere percepiti dalle comunità locali come calati dall’alto, estranei al territorio, poco comprensibili nei loro effetti concreti e possono sfociare anche in violenti atti di sabotaggio.
È questo il tema al centro del manuale “Rinnovabili e Territori” elaborato dal Coordinamento Free (link in basso), che raccoglie buone pratiche e raccomandazioni per migliorare l’integrazione delle Fer nelle comunità locali. L’obiettivo è aiutare gli operatori a costruire fiducia, soprattutto quando cittadini e amministrazioni locali entrano in contatto con i progetti solo a iter già avanzato o addirittura concluso.
Allargare gli spazi di confronto
Il manuale evidenzia un grande limite del nostro Paese: la partecipazione pubblica è in gran parte confinata dentro il procedimento amministrativo e riguarda soprattutto i grandi progetti sottoposti a Via o screening ambientale.
Per gli impianti in attività libera o in Procedura autorizzativa semplificata (Pas) non sono previsti specifici meccanismi di coinvolgimento della popolazione. Anche nell’Autorizzazione unica, se non vi sono procedure ambientali associate, non esistono vere fasi pubbliche standard durante l’istruttoria.
Di conseguenza, il cittadino spesso viene a conoscenza dell’intervento quando l’atto è pubblicato o quando il margine di confronto è ormai ridotto. E a quel punto, l’opposizione tende a spostarsi sul piano del ricorso, più che su quello della discussione preventiva.
Ma al di là del piano giuridico, c’è un problema culturale: le rinnovabili devono “guadagnare” consenso locale perché sono ancora percepite da molti come corpi estranei rispetto al paesaggio abituale. Le fonti fossili, più centralizzate, hanno concentrato i loro impatti in poche aree industriali, mentre le rinnovabili sono dislocate sul territorio e rendono più visibile la trasformazione.
Tutto ciò produce resistenze che non possono essere liquidate come semplice sindrome Nimby. In molti casi, dietro le opposizioni ci sono domande legittime su uso del suolo, paesaggio, biodiversità, ricadute economiche, trasparenza dei proponenti e benefici effettivi per le comunità ospitanti.
La risposta proposta dal manuale è spostare il coinvolgimento più a monte. La direttiva europea RED III già indica la necessità di garantire alle comunità locali accesso alle informazioni, possibilità di presentare osservazioni e partecipazione anche nella fase di individuazione delle aree di accelerazione.
Compensazioni e partecipazione finanziaria
Un secondo aspetto riguarda la condivisione dei benefici. Il Testo unico Fer (D.Lgs. 190/2024) ha introdotto compensazioni territoriali per gli impianti superiori a 1 MW, con quote differenziate a seconda della procedura autorizzativa.
Ma il documento FREE avverte che le compensazioni funzionano solo se diventano benefici tangibili, tracciabili e comprensibili. Non basta versare risorse al Comune, ma serve spiegare come vengono usate, per quali interventi, con quali risultati ambientali, sociali o energetici.
Da qui la raccomandazione di rafforzare trasparenza e rendicontazione, anche attraverso rapporti annuali sui benefici territoriali delle Fer e forme di bilancio partecipativo.
Le esperienze europee offrono diversi modelli interessanti. In Germania sono previsti pagamenti ai Comuni ospitanti legati alla produzione degli impianti; in Danimarca il sistema combina compensazioni, bonus ai residenti vicini agli impianti e meccanismi di ristoro per eventuali perdite di valore immobiliare; in Irlanda i community fund finanziano iniziative locali e possono rendere più immediata la percezione del beneficio.
Anche in Italia non mancano esempi utili, come nel caso del parco eolico di Monte Giogo di Villore in Toscana, l’inchiesta pubblica ha permesso un confronto tecnico tra proponente, amministrazioni e comitati, portando a misure di mitigazione e compensazione più aderenti alle richieste locali. In altre esperienze, la partecipazione dei cittadini ha trasformato la contestazione in interlocuzione tecnica, con osservazioni recepite nei titoli autorizzativi e ristori vincolati a favore della comunità.
Il filo comune è il passaggio dall’idea di “danno da compensare” a quella di valore da redistribuire sul territorio. Coordinamento Free propone anche un cambio di linguaggio: suggerisce di non parlare di “compensazioni”, ma di ”opere di rigenerazione e sviluppo locale“.
Un ulteriore strumento è la partecipazione finanziaria. Co-finanziamento, lending crowdfunding e co-ownership possono rafforzare il legame tra impianto e territorio, a condizione che siano costruiti in modo trasparente e accessibile. La Danimarca è il caso più noto, con l’obbligo di offrire una quota del capitale di alcuni impianti eolici ai residenti locali.
Non tutti i modelli sono replicabili automaticamente, ma è il principio che conta: se una comunità, oltre a vedere l’impatto dell’impianto, sente anche una parte del valore generato, la percezione cambia.
Le raccomandazioni… in sintesi
Per superare i problemi di accettabilità sociale, dunque, serve progettare meglio a monte. Il manuale raccomanda piani energetici comunali, assemblee cittadine per i progetti multi-MW fuori dalle aree di accelerazione, community fund, meccanismi continuativi di beneficio, portali nazionali per monitorare consultazioni e opportunità di investimento, standard Esg di progetto e strumenti volontari di certificazione.
Anche gli sviluppatori sono chiamati a cambiare approccio: non presentarsi solo quando il progetto è pronto, ma costruire un percorso di ascolto, informazione, gestione dei reclami e restituzione dei benefici.
Gli operatori dovrebbero inoltre favorire sportelli informativi presso i Comuni, visite agli impianti, open day e percorsi didattici.
Non bisogna dimenticare che la costruzione del consenso passa anche da ricadute concrete come il lavoro locale, programmi per la biodiversità e l’arricchimento dei suoli, spazi fruibili dalla cittadinanza, servizi di ricarica elettrica oppure coesistenza tra produzione agricola e generazione fotovoltaica nei progetti agrivoltaici.
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