Il 5°rapporto IPCC e i motivi per cui possiamo farcela

Nel V rapporto dell’Ipcc presentato ieri a Copenaghen si rinnova l'invito ad agire: concentrazione di gas serra mai così alta da 800mila anni, bisogna azzerare le emissioni da fossili entro fine secolo. La novità è che, grazie allo sviluppo delle rinnovabili, la sfida clima si può vincere ottenendo anche benefici economici. Un commento di Gianni Silvestrini.

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Nella sintesi finale del quinto rapporto dell’Ipcc presentato ieri a Copenaghen (vedi allegato in basso) si trovano passaggi che rafforzano le valutazioni fatte da questo organismo nel corso degli ultimi 25 anni e ci sono delle novità negli accenti sugli interventi da adottare. I dubbi si riducono, la constatazione del raggiungimento dei più elevati livelli di CO2 in atmosfera da 800.000 anni ammonisce sulla gravità della situazione.

Per la prima volta in maniera chiara si dice che alla fine del secolo, fra 85 anni, le emissioni legate ai combustibili fossili si dovranno praticamente azzerare per avere buone probabilità di non superare la soglia di 2 °C di incremento rispetto al periodo preindustriale.

“Dobbiamo agire ora per ridurre le emissioni di CO2, ridurre gli investimenti nel carbone e adottare energie rinnovabili per evitare il peggioramento del clima che si riscalda ad una velocità senza precedenti”, ha commentato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, aggiungendo “L’azione contro il cambiamento climatico può contribuire alla prosperità economica, a un migliore stato di salute e a città più vivibili”.

Due i messaggi da sottolineare: la chiarezza della proposta, azzeramento delle emissioni e la percezione che questo obiettivo si possa raggiungere senza gravi danni alle economie, anzi contribuendo al benessere dell’umanità.

Per far digerire la radicalità della proposta sul taglio delle emissioni, il rapporto insiste molto sulla tecnologia di sequestro della CO2. Ai paesi produttori di carbone, petrolio e gas, in sostanza, si dice: “Guardate che questi combustibili si potranno ancora utilizzare se si svilupperà il CCS”. E questo nonostante il notevole scetticismo sulla sua fattibilità economica e i forti rallentamenti dei programmi di sperimentazione (si veda QualEnergia.it, CCS, prima centrale commerciale, ma non è il caso di entusiasmarsi).

In realtà, qual è la carta che fa ritenere che l’anno prossimo a Parigi si potrà raggiungere un risultato positivo? La consapevolezza, ormai anche a livello politico, della credibilità di una soluzione che a Copenaghen nel 2009 sembrava ancora costosa e di dimensioni limitate. Parliamo ovviamente delle fonti rinnovabili.

Alcuni dati spiegano la diversità di percezione che si ha oggi del loro ruolo. Tra il 2009 e il 2014 la potenza eolica e solare si è triplicata arrivando a 540 GW, ma soprattutto il costo del kWh eolico si è ridotto del 58% e quello del fotovoltaico del 78% (Lazard, 2014). Lo scorso anno nel mondo si è installata più potenza da rinnovabili che da centrali fossili e nucleari. È questa constatazione che fa lanciare la IEA, solitamente criticata per la sua cautela sulle rinnovabili, in scenari secondo i quali entro la metà del secolo le tecnologie solari potrebbero essere il principale produttore di elettricità nel mondo.

L’altro elemento da sottolineare è la crescita della consapevolezza della necessità di intervenire sui consumi di carbone. L’incitamento a “ridurre gli investimenti nel carbone”, del Segretario dell’Onu, è una frase che riecheggia gli slogan della campagna “Divest fossil fuel” per spostare gli investimenti dai fossili alle rinnovabili.

Ed è, in questo senso, molto interessante la proposta di questi giorni del governo danese di studiare l’eliminazione, entro il 2025, delle centrali a carbone, che forniscono il 35% del fabbisogno elettrico e circa il 20% dell’energia primaria del Paese. Una scelta coerente con una strategia per uscire totalmente dai fossili entro 35 anni (trasporti e calore inclusi) e con l’obiettivo di soddisfare con l’eolico la metà dei consumi elettrici alla fine del decennio.

Il rapporto IPCC:

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