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Studio UE: ecco come le fonti fossili vengono ingiustamente avvantaggiate

Uno studio presentato ieri dalla Commissione UE mostra i costi delle varie fonti sia in quanto a sussidi che ad esternalità negative. La seconda fonte per aiuti pubblici percepiti è il carbone. Le energie fossili scaricano sulla collettività circa 200 miliardi di euro l'anno di danni per il clima, l'ambiente, la salute e l'agricoltura.

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Tra i luoghi comuni spesso riproposti dai detrattori delle rinnovabili c’è quello della supposta competizione sleale: le fonti pulite, si sente dire, molto costose e tenute in vita solo a suon di incentivi generosi, rubano quote di mercato a fonti che sarebbero più convenienti come le convenzionali e dunque rendono inefficiente il sistema energetico. Utile a sfatare questa credenza è lo studio “Subsidies and costs of EU energy”, che la Commissione Europea ha incaricato di redigere circa un anno fa alla società di consulenza Ecofys e che è stato presentato ieri. I dati raccolti nel documento, infatti, ci ricordano che, nel campo dell’energia, quello della competizione alla pari è solo un mito.

Se le rinnovabili in questi ultimi anni hanno ricevuto incentivi cospicui – emerge dal report – carbone, gas e nucleare continuano a contare su ingenti sussidi che vanno ad aggiungersi agli aiuti storici che producono effetti ancora oggi. Se a questo si aggiungono le esternalità negative, che nell’UE28 pesano tra i 150 e 310 miliardi di euro all’anno e sono imputabili quasi totalmente alle fossili, ci si accorge che l’unica vera “competizione sleale” è quella delle fonti convenzionali. Queste infatti hanno un costo del MWh relativamente basso solo perché scaricano sulla collettività i danni che causano a clima, ambiente e salute umana e, nonostante ciò, continuano a godere degli effetti di aiuti pubblici presenti e passati.

La situazione è riassunta bene dal grafico qui sotto (cliccare per ingrandire): a sinistra gli incentivi diretti attuali sommati agli effetti degli aiuti storici per le varie fonti, al centro le esternalità negative, a destra i costi totali. Come si vede, sulla base della spesa in valori assoluti per la collettività, nucleare, gas e carbone ci costano molto più care rispetto a fotovoltaico, eolico e le altre.

L’intervento pubblico nel settore energetico dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, spiega lo studio, è ammontato nel 2012 a 120-140 miliardi di euro. Ma, come si vede dal grafico sotto, se al solare sono andati 14,7 miliardi di euro e all’eolico a terra circa 10, le fonti convenzionali non sono certo rimaste a digiuno: la seconda fonte più incentivata dopo il fotovoltaico infatti, a pari-merito con l’eolico, è il carbone, al quale sono andati sussidi per 10,1 miliardi, mentre il gas ha ricevuto 7 miliardi e il nucleare 5,2 miliardi di euro.

Da questo conto, va sottolineato, sono esclusi i sussidi alla domanda (oltre 25 miliardi di €), che in un mix elettrico dominato dalle fossili favoriscono soprattutto queste, e le allocazioni gratuite di permessi ad emettere (quasi 15 miliardi).

Da notare che gli incentivi all’efficienza energetica sono meno di un terzo di quelli alla domanda e pur essendo tra gli investimenti che portano maggiori benefici (si veda a proposito l’editoriale di ieri del nostro direttore scientifico), pesano solo per l’8% dell’intervento pubblico nel settore energetico.

Ci sono poi gli aiuti storici, stanziati in passato ma che producono i loro effetti ancora adesso. Prima delle liberalizzazioni, infatti, molti investimenti in generazione – praticamente tutti in fossili, nucleare ed idroelettrico – sono stati fatti con soldi pubblici: la stima è di 200 miliardi di euro (al valore 2012) per il carbone, 220 miliardi per il nucleare e 100 per l’idroelettrico. A questo vanno aggiunte le spese pubbliche in ricerca sostenute in quel periodo, oltre 100 miliardi andati all’78% al nucleare. Aiuti, questi storici, che secondo Ecofys attualmente fanno sentire alle fonti interessate un beneficio di 15 miliardi di euro l’anno.

Ma il sussidio indiretto più eclatante alle fossili, come detto, è probabilmente il fatto che non vengono fatte pagare loro le esternalità negative. Il settore energetico UE causa danni che lo studio quantifica tra i 150 e i 310 miliardi (per il solo 2012). L’impatto più grande è quello sul clima, segue l’effetto che hanno sull’impoverimento delle risorse, le emissioni di particolato, gli impatti sulla salute umana e sulla produzione agricola. Come si vede nel grafico qui sotto, ma forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, i danni imputabili sono quasi completamente alle fonti fossili.

Insomma, quando si parla di costi dell’energia e sussidi, gli aspetti da considerare sono diversi, non da ultimo il fatto che gli incentivi alle rinnovabili (e al fotovoltaico in particolare) in questi anni hanno portato ad un drastico calo dei prezzi, che permetterà presto a queste fonti di essere competitive senza incentivi. Come si vede dal grafico sotto il costo LCOE dell’elettricità da solare ed eolico ormai non è molto distante da quello delle fonti convenzionali, specie per l’energia dal vento, mentre in quanto ad esternalità negative per MWh prodotto (colonna a destra) c’è un abisso tra le fonti “pulite” e quelle “sporche”.

Lo studio “Subsidies and costs of EU energy” (pdf)

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