Il prezzo del pane e il conto del global warming

I cambiamenti climatici influiscono sulla produzione di cereali e ne hanno già fatto aumentare il prezzo di circa il 20%, dice un nuovo studio. Intanto milioni di persone sono già state costrette a migrare per colpa del clima impazzito, spiega Achim Steiner, sottosegretario UNEP. Il conto del global warming lo stiamo già pagando.

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Il clima che cambia ha fatto crescere i prezzi dei cereali del 20%, al netto di altri fattori. Intanto decine di milioni di persone sono già state costrette a migrare per le conseguenze del clima che cambia. Che il mondo stia già affrontando l’impatto del global warming è chiaro, si pensi solo all’aumento della frequenza degli eventi metereologici estremi. Resta difficile però quantificare i danni e stabilire quali conseguenze siano da attribuire specificamente al cambiamento climatico, dato che come è ovvio i fattori causali in gioco sono diversi e si incrociano tra loro.


Studi come questo “Climate Trends and Global Crop Production Since 1980”, appena pubblicato su Science, aiutano in parte a farlo. Il lavoro quantifica l’impatto del riscaldamento globale su produzione e prezzo dei cereali, trovando dati significativi: come detto, al netto di altri fattori come competizione per l’uso del suolo e aumento della domanda, il global warming ha fatto crescere i prezzi dei cereali di circa il 20%, ossia se negli ultimi 30 anni non ci fossero stati i cambiamenti climatici quei prezzi oggi sarebbero del 20% più bassi.


Dal 1980 ad oggi i cambiamenti climatici hanno infatti ridotto del 3% la produzione mondiale di cereali (che a livello complessivo risulta comunque in aumento). Per il grano l’impatto negativo sale al 5,5%, per il mais al 3,8% mentre per altre colture come soia e riso i cali di resa in alcune zone sono stati compensati da aumenti in altre. Tra le nazioni più colpite Russia, Turchia e Messico: la Russia ad esempio ha visto un calo causato dal cambiamento climatico del 15% nella produzione di grano.


A livello mondiale il cambiamento delle temperature e l’alterazione del pattern delle precipitazioni, conclude lo studio, ha portato dal 1980 a un aumento dei prezzi del 18,9%. Se si include nel conto l’effetto fertilizzante dell’aumento delle concentrazioni di CO2 in atmosfera, che ha portato a maggiori produzioni di riso e soia, l’aumento si ferma al 6,4%. Va notato che per entrambe le ipotesi non si calcolano le conseguenze sulla produzione di eventi metereologici estremi, come ondate di calore, alluvioni, ecc. Se si includessero anche queste nei conti l’impatto su raccolti e prezzi sarebbe sicuramente maggiore. Ancora più deciso sarebbe poi se si sommasse anche l’aumento dei prezzi dovuto alla diffusione dei biocarburanti, anche questa in qualche modo legata ai cambiamenti climatici (Qualenergia.it, La stretta relazione tra fame, clima ed energia).
“Senza le misure di adattamento giuste, dato il continuo aumento della domanda di grano e mais, il notevole calo nelle rese dovuto al cambiamento climatico causerà probabilmente grossi costi economici e sanitari”, conclude lo studio, condotto da ricercatori della Stanford University e della Columbia University.


Quindi le conseguenze ci sono, anche se restano probabilistiche e non certe. Un altro caso di un impatto del global warming difficile quantificare, ma non per questo meno reale, è quello sulle migrazioni. Recentemente le previsioni fatte da un centro studi legato all’UNEP nel 2005 sono state smentite: non ci sono stati gli spostamenti per 50 milioni di persone nel 2010 secondo le direttrici ipotizzate nella mappa disegnata allora.


Ma questo non significa affatto che il fenomeno dei rifugiati climatici, particolarmente difficile da valutare, sia stato sopravvalutato, scrive il sottosegretario dell’UNEP, Achim Steiner in un intervento sul Guardian in cui cita una serie di dati. Già nel 2008, secondo l’uffico Onu per il cordinamento degli affari umanitari (Ocha) si contavano 36 milioni di persone rese profughe da improvvisi disastri naturali, di cui 20 milioni costretti a migrare per veneti metereologici estremi, come i 6,5 milioni di sfollati per le alluvioni in India. A questi numeri, continua Steiner, andrebbero aggiunti i milioni costretti a spostarsi per fenomeni climatici più lenti, come l’aumentare della siccità.


I dati sugli effetti che il global warming sta causando sono concreti, anche se è difficile stabilire con una certezza del 100% quanto siano dovuti esclusivamente al global warming. Ma, conclude Steiner, “immaginate un mondo in cui si agisca solo quando c’è la prova scientifica al 100%: staremmo ancora usando isolanti cancerogeni, alimentando le auto con benzina al piombo che causa danni cerebrali ai bambini, usando nei frigoriferi sostanze che danneggiano l’ozono, provocando un aumento dei cancri alla pelle nel mondo. Per fortuna non è così. In quei casi i governi hanno valutato le nuove evidenze scientifiche e valutando i rischi hanno stabilito che le prove erano sufficienti a controbilanciare le incertezze. Si chiama principio di precauzione, ma potremmo chiamarlo semplicemente agire in maniera responsabile, prudente e intelligente.”

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