Usa, tra rinnovabili in crescita e lobby del petrolio

CATEGORIE:

Negli Stati Uniti calano i consumi di energia da fonti fossili e continua la crescita delle rinnovabili, dicono gli ultimi dati riferiti al 2009. Ma la politica americana sulle emissioni è ancora in fase di stallo, complice forse anche il tanto denaro speso dalle forti lobby del petrolio.

ADV
image_pdfimage_print

Crescono le rinnovabili, migliora l’efficienza energetica e – complice la crisi – calano i consumi. Ma gli americani restano un popolo mediamente ignorante sulla questione clima-energia e dal lato della politica – dopo la “morte accertata” del Climate Bill – non arrivano le misure che servirebbero. Ecco allora una serie di dati recenti una fotografia di come gli Stati Uniti d’America stanno cambiando nel loro approccio all’energia.

I numeri sono quelli pubblicati (vedi allegato) dal Lawrence Livermore National Laboratory e sono gli stessi cui fa riferimento il Dipartimento per l’energia americano (DOE). Mostrano innanzitutto un netto calo dei consumi in generale. Nel 2009 gli Usa hanno consumato 94,6 quadrilioni americani di BTU (ossia 9,6 x 1015 British thermal units, ogni BTU pari a 1.055 kilojoules): un calo pari a 791 milioni di barili di petrolio, rispetto ai 99,2 quadrilioni di BTU del 2009.
Che il merito sia in gran parte del rallentamento economico lo si vede guardando i cali nei vari comparti: il più marcato, meno 2,16 quadrilioni BTU, nel settore industriale, seguono trasporti (-0,88), residenziale (-0,22) e commerciale (-0,09).

In questo contesto è un buon segnale però che, in controtendenza con le altre fonti, i consumi da rinnovabili siano cresciuti. A contrarsi di più infatti è stato il consumo di carbone. In calo anche gas naturale e petrolio, nucleare stabile (nessuna nuova centrale allacciata e nessuna dismessa e leggero calo della produzione). Mentre le fonti pulite crescono, con l’eolico in testa.

L’energia dal vento prodotta nel 2009 è infatti arrivata a 0,70 quadrilioni BTU contro gli 0,51 del 2008, un aumento pari a circa 33 milioni di barili di petrolio. “Il risultato di incentivi molto generosi e buona innovazione tecnologica – spiegano dal Lawrence Livermore National Laboratory – nel 2009 gli incentivi sono rimasti relativamente stabili e la tecnologia è migliorata. Gli investimenti realizzati negli anni precedenti si sono concretizzati nel 2009 in impianti allacciati e ci sono molti altri progetti che saranno realizzati nel 2010 e oltre.”

Dunque, la crescita delle rinnovabili Usa procede: su queste pagine ne abbiamo parlato recentemente con riferimento al fotovoltaico, aumentato del 36% nell’ultimo anno e per il quale Solarbuzz prevede tassi di crescita analoghi per i prossimi 5 anni (Qualenergia.it, La crescita del fotovoltaico a stelle e striscie).

Meno buone sono le notizie da oltre oceano sulle politiche climatiche (per un’ analisi approfondita si veda il reportage di Qualenergia.it da Washington, Clima d’America). Quest’estate infatti è stata “accertata” da più voci la morte del famoso Climate Bill, la legge che dovrebbe ridurre le emissioni e dalla quale al momento sarebbe sparito ogni riferimento al cap-and-trade, il meccanismo di riduzione delle emissioni sul modello europeo che era stato tra i punti principali del programma di Obama in campagna elettorale.

Nel paese, d’altra parte, l’opposizione delle lobby a politiche incisive per ridurre le emissioni è fortissima. Per convincere politici e opinione pubblica a lasciar cadere le misure lesive dei propri interessi – rileva in Center for Responsive Politics – nel 2009 l’industria delle fonti fossili ha speso (considerando ovviamente solo i finanziamenti alla luce del sole) ben 175 milioni di dollari, circa 8 volte la cifra spesa da tutte le associazioni ambientaliste americane messe assieme per sensibilizzare sulla questione climatica. La sola Exxon Mobil ha speso in pubbliche relazioni e comunicazione anti-Climate Bill circa 27,4 milioni di dollari, circa 5 più dell’intera lobby ambientalista.

E i risultati della campagna paiono vedersi: la verità scientifica del riscaldamento globale antropogenico è messa in discussione quotidianamente sui media americani e, come fa notare Grist.org, una quota rilevante della classe politica continua a negare che l’aumento della temperatura del pianeta sia legato alle emissioni di CO2.

Anche a livello di persone comuni l’ignoranza sulla questione clima-energia resta diffusa. Lo ribadisce una ricerca della Columbia University pubblicata in questi giorni (vedi secondo allegato). Dallo studio, che ha sondato le convinzioni in materia di risparmio energetico di un panel di 500 soggetti, emerge che la maggior parte degli statunitensi – popolo con emissioni procapite tra le più altie al mondo  (circa 19,2 tonnellate  di CO2 annue, contro le 8 degli italiani e le 1,2 dei cinesi) – non sa letteralmente da dove iniziare per ridurre i propri consumi.
 

ADV
×
0
    0
    Carrello
    Il tuo carrello è vuotoRitorna agli abbonamenti