Domenica il clima è cambiato di netto in Giappone. E questo muterà certamente l’impegno del Paese del Sol Levante sul clima. La vittoria alle elezioni del Minshuto, il partito democratico giapponese (PDJ) di Yukio Hatoyama, ha trovato giustamente ampio spazio sui giornali di tutto il mondo: è un risultato epocale che segna la fine del predominio, ininterrotto da 53 anni, del centrodestra. Ma questa svolta politica è una notizia importante anche per l’ambiente: la vittoria della sinistra nipponica, infatti, segna un’inversione a 180 gradi nella politica della potenza orientale in materia di global warming, un cambio di rotta che è una buona notizia per il clima e per chi spera in un buon accordo internazionale a Copenhagen a dicembre.

Il governo di centrodestra uscente infatti ha sempre avuto un atteggiamento di scarso impegno, quando non di ostruzionismo, nella lotta mondiale ai cambiamenti climatici. Ad esempio, si è attirato le critiche della comunità internazionale con il suo obiettivo fiacco in materia di emissioni al 2020: meno 15% rispetto ai livelli del 2005, cioè meno 8% rispetto ai livelli del 1990. Tutta un’altra storia invece l’impegno proposto nel programma del Partito Democratico che domenica si è aggiudicato 300 dei 480 seggi del parlamento giapponese: ridurre di “oltre il 25%” rispetto ai livelli del 1990.

Gli scienziati delle Nazioni Unite, ricordiamo, auspicano tagli delle emissioni al 2020 dal 25 al 40% rispetto ai livelli del 1990, mentre i paesi in via di sviluppo vorrebbero che quelli ricchi le riducessero almeno del 40%, cosa che finora solo la Scozia si è dichiarata disposta a fare (-42%). Ma l’obiettivo dei democratici giapponesi porrebbe comunque il paese in prima linea nella lotta al riscaldamento globale, a fianco di paesi come la Gran Bretagna (-30%) e gli altri europei (- 20% in media) e ben più avanti rispetto agli Usa (stando alla versione attuale del Climate Bill -4%) e alla Russia (-15%).

Entro il 2050 invece le emissioni di gas serra giapponesi dovrebbero scendere del 60%. Diverse le misure che i vincitori delle elezioni hanno annunciato di mettere in campo per raggiungere gli obiettivi: si darà vita entro il 2010 ad un mercato delle emissioni sul modello di quello europeo; si aumenterà la quota delle fonti rinnovabili, arrivando entro il 2020 ad avere dalle fonti pulite il 10% del fabbisogno energetico e lo si farà con incentivi tra i quali una probabile tariffa feed-in (il nostro “conto energia”). Infine si spingerà sull’efficienza energetica e si stimolerà l’innovazione tecnologica verde.

Logicamente il PD giapponese per realizzare il suo programma dovrà scontrarsi con l’opposizione politica e con quella della lobby industriale (che al 2020 vorrebbe che le emissioni aumentassero del 4%), ma se il Giappone, con la capacità di innovazione e di cambiamenti veloci che storicamente ha dimostrato, imboccasse la strada della green economy le prospettive della lotta mondiale al cambiamento climatico prenderebbero certamente la giusta direzione.

Giulio Meneghello

1 settembre 2009