“La turbolenza che stiamo vivendo – con il petrolio che ha raddoppiato il suo valore nei 9 mesi fino a luglio 2008 e ne ha perso i 2/3 nei successivi 6 mesi – è senza precedenti. È una notizia estremamente brutta per un’industria come la nostra, dove un programma di 5 anni viene visto come a breve periodo.” Traspare preoccupazione dalle parole pronunciate oggi al Global Competitiveness Forum di Riyadh dall’a.d. Eni, Paolo Scaroni. I prezzi del greggio, infatti, non accennano a riprendersi, almeno non quanto servirebbe alla salute del settore.

Obiettivo dell’Opec, perseguito negli ultimi mesi con una politica di aggressivi tagli alla produzione, è far tornare il barile almeno a 75 dollari. A settembre l’organizzazione dei paesi produttori ha votato per ridurre di 4,2 milioni al giorno (circa il 5% della produzione globale) i barili immessi sul mercato e per ora ne ha già tagliati 3 milioni. Ma il prezzo non sembra riprendersi. Anche se negli ultimi giorni c’è stata una leggera ripresa, pesa ancora il rallentamento dell’economia e la domanda che le ultime previsioni danno in ulteriore calo: secondo gli analisti di Reuter il mondo nel 2009 comprerà 430.000 barili al giorno in meno.

Prezzi bassi e domanda in calo. Dunque, fine dei problemi di scarsità? Nel suo discorso di oggi Scaroni, pur preoccupato, parla di un futuro di abbondanza: “se sommiamo le riserve provate con quelle recuperabili sia convenzionali sia non convenzionali – spiega – possiamo contare ancora su oltre 130 anni di petrolio. E questo numero non tiene neanche conto del significativo incremento del tasso di recupero che può essere ottenuto attraverso il progresso tecnologico. Inoltre, si ignora il fatto che vaste aree del mondo rimangono inesplorate. Dal 1980, il 70% dell’esplorazione globale è stato condotto negli Stati Uniti e in Canada, aree mature che detengono solo il 3% delle riserve globali. Di contro, solo l’1% dell’esplorazione è stata realizzata nel Medio Oriente, dove si trovano quasi i 2/3 delle riserve mondiali.”

Ma con i prezzi attuali, associati per giunta a una stretta del credito, trovare i soldi per esplorazioni e nuovi pozzi diventa difficile. Lo spiega bene un articolo del New York Times in cui si parla delle difficoltà del settore e delle dozzine di progetti che nel mondo si stanno abbandonando. I primi progetti a essere accantonati sono, appunto, quelli sulle fonti petrolifere non convenzionali, come le sabbie bituminose, che non sono redditizie con un barile sotto i 90 dollari. Ma anche nel petrolio convenzionale, come pure in biocarburanti e fonti rinnovabili, c’è un sostanziale stallo di investimenti.

“Con il petrolio sotto i 40 dollari al barile – spiega il presidente di ASPO Italia, Ugo Bardi – più di metà della produzione mondiale è venduta in perdita. Nessuno produce per rimetterci e se vogliamo che la produzione continui ai livelli attuali, bisogna che il prezzo del petrolio risalga almeno a oltre 80 dollari al barile. Se i prezzi rimangono bassi come lo sono adesso, la produzione non potrà che diminuire drasticamente. È incredibile – conclude – quanta gente abbia tirato un sospiro di sollievo con il crollo dei prezzi del petrolio degli ultimi tempi”. Ma Bardi spiega che il futuro del petrolio è quanto mai incerto e meno roseo di quanto alcuni pensano. Quello che i tagli dell’Opec non riescono a fare ora, cioè far salire il prezzo, accadrà forse fra qualche anno, quando la produzione, segnata dai mancati investimenti attuali, non riuscirà a tenere il passo con una domanda mondiale ripresa.

GM
26 gennaio 2009