Rivoluzione energetica alla IEA

  • 2 Ottobre 2008

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Qualenergia.it intervista Paolo Frankl, Direttore per l'unità delle energie rinnovabili dell'International Energy Agency sul futuro energetico prospettato dall'ultimo studio dell'organizzazione e sul ruolo delle rinnovabili.

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Con Paolo Frankl, Direttore per l’Unità delle Energie Rinnovabili dell’International Energy Agency, cogliamo l’occasione della recente uscita del libro della IEA “Deploying Renewables: Principles for Effective Policies” (vedi articolo Qualenergia.it), per parlare degli aspetti innovativi di questo nuovo lavoro.

Paolo Frankl, questo documento è una novità assoluta nell’ambito delle pubblicazioni della IEA. Per la prima volta si parla di “rivoluzione energetica” ai fini del dimezzamento delle emissioni di gas serra anche attraverso la produzione di energia elettrica per il 50% da rinnovabile.
Va chiarita subito una cosa. Nelle precedenti edizioni degli scenari della IEA, in particolare negli Energy Outlook, come dice la parola outlook si prefiguravano estrapolazioni del futuro partendo dalla situazione presente. Questi non si prefissano di definire un target, ma si trattava solo di scenari concernenti l’evoluzione del sistema energetico partendo dalle politiche del momento. Con il libro “Energy Technology Perspective 2008” la IEA per la prima volta fa un altro esercizio. Infatti afferma: dobbiamo ridurre le emissioni del 50% perché questo lo chiede l’IPCC e anche quei leader politici che solo recentemente hanno compreso che le emissioni vanno tagliate. A questo punto si è analizzato quali potrebbe essere le conseguenze dal punto di vista delle tecnologie energetiche. Si è fissato un obiettivo e si è fatto un back casting. E’ la prima volta che la IEA fa questo.

A quale risultato si è arrivati?
Il risultato è completamento diverso perché gli obiettivi sono diversi. Un risultato che conduce ad una rivoluzione vera e propria orientata a “decarbonizzare” il mix energetico del settore elettrico. E’ proprio quello di cui abbiamo bisogno. Quel 50% di rinnovabili al 2050 è infatti accompagnato da un 25% di nucleare e da un 25% di produzione da fonti fossili con l’immagazzinamento della CO2. Di emissioni in atmosfera, dunque, non c’è più nulla.

Ma come arrivarci?
E’ necessario avere delle politiche molto più efficaci di quelle realizzate finora. E questo è l’aspetto chiave del libro Deploying Renewables uscito solo 3 giorni fa. Se valutiamo quello è successo finora nel settore delle rinnovabili notiamo che sebbene si sia registrato un forte progresso esso è stato in effetti trainato solo da pochi paesi.
Abbiamo fatto un’analisi su 35 nazioni (paesi OCSE e BRICS) e ciò che emerso in realtà è che non più di otto paesi hanno ottenuto risultati veramente rilevanti in questo ambito. Negli ultimi due anni la situazione è certamente migliorata, ma le conclusioni non cambiano.

Quali sono queste conclusioni?
In molti paesi si è deciso di erogare incentivi anche rilevanti, ma non si sono poi ottenuti i risultati sperati. E l’Italia è un esempio eclatante, visto che il nostro paese ha incentivi specifici per kWh elettrico da rinnovabili tra i più alti nel mondo, ma non è certo tra i paesi leader in termini di diffusione di queste tecnologie. Riteniamo che in questo settore possano essere utilizzati i più diversi meccanismi di incentivazioni, ma bisognerebbe erogarli secondo alcuni principi importanti. Il primo è quello di superare tutte le barriere non economiche; quindi avere un buon accesso alla rete e di non subire ostacoli di carattere amministrativo (ad esempio, ancora un grosso problema per l’Italia). Secondo principio: qualsiasi tipo di incentivo deve essere prevedibile e a lungo termine, per dare agli operatori la certezza dei tempi di ritorno degli investimenti.

Nel corso del convegno a Zeroemission si è parlato di “grid parity” (cioè di raggiungimento della parità tra costo del kWh prodotto con l’energia convenzionale e quello generato con il solare o le rinnovabili in generale). Se ne è discusso soprattutto per le prospettive del fotovoltaico. Ma come la mettiamo con il freno rappresentato dai forti sussidi alle fonti fossili?
Non c’è dubbio che questo non sia un forte osatcolo. Su questo la IEA è coerente da sempre: i sussidi vanno eliminati. E’ però evidente che in particolari situazioni socio-economiche, cioè nei casi in cui dei sussidi ne beneficiano gli strati più poveri della popolazione, è fondamentale che questa operazione sia graduale, fornendo dei contro benefici a questi cittadini. Però la filosofia resta questa.

E per quanto riguarda gli incentivi alle rinnovabili?
Qui vanno permessi incentivi che siano però “transitori”, cioè devono decrescere con il tempo. Questo è un segnale che va dato al mercato fin da subito. Lo ha fatto la Germania, ma un tale approccio è mancato in Spagna e soprattutto in Italia. Entrambi questi potrebbero trovarsi negli anni con problemi causati dalle enormi somme erogate per il fotovoltaico. Gli incentivi devono decrescere nel tempo perché l’obiettivo è rendere le rinnovabili competitive. Chiaramente per fare questo bisogna togliere i sussidi ai fossili e dare un prezzo al carbonio.

Questo è anche un messaggio alle aziende e agli Stati per investire di più nella ricerca, fondamentale per un concreto cambio di passo di queste tecnologie?
Per fare un cambio di passo è necessario progresso e innovazione. Non c’è dubbio che un aspetto chiave è quella di creare le condizioni per mettere in piedi, specialmente nei paesi dove il settore è più maturo, un’industria florida e innovativa.

Intervista a cura di Leonardo Berlen

3 ottobre 2008

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