Uscire dal gas con la riqualificazione del patrimonio edilizio

Come vanno cambiati i diversi sistemi di incentivazione all’efficienza per orientarli a premiare solo una forte riduzione dei consumi di gas degli edifici.

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La vera sfida che l’Italia ha di fronte sul gas sta nel ridurre la dipendenza.

I tanti accordi firmati in questi mesi per trovare fornitori alternativi alla Russia vanno bene per fronteggiare l’emergenza, ma rinviano il problema alla prossima crisi internazionale se non saremo in grado di ridurre i consumi di gas.

In questi mesi tutta l’attenzione politica e mediatica è stata posta sui nuovi approvvigionamenti di gas via tubo o via mare attraverso rigassificatori, con nuovi accordi dall’Angola all’Algeria, dal Congo al Qatar e sul gas in più da estrarre dai mari italiani.

Ma davvero abbiamo bisogno di consumare ogni anno ben 76 miliardi di metri cubi di gas per la produzione elettrica, per riscaldare le case e garantire le produzioni?

Da questa domanda è partito lo studio che Legambiente e Kyoto Club hanno chiesto ad Elemens di portare avanti sulla voce più importante dei consumi di gas in Italia: gli edifici. In Italia i consumi civili valgono 32 miliardi di mc ogni anno, il 43% di quelli nazionali e contribuiscono in maniera significativa a inquinare le città e a surriscaldare il Pianeta.

I risultati, presentati a marzo scorso, sono interessanti sia in termini quantitativi che di prospettiva industriale. Con politiche mirate si potrebbe arrivare a una riduzione di 12 miliardi di mc cubi l’anno al 2030, di cui una parte importante in pochi anni semplicemente rivedendo le politiche di incentivo in vigore.

Questi risparmi si possono ottenere attraverso le tecnologie già presenti sul mercato, intervenendo per rendere più efficaci le politiche in vigore. Il problema è che oggi non esiste alcuna valutazione degli effetti delle politiche di riqualificazioni energetica in edilizia.

Nello studio si parte dai dati di Enea sulla spesa per incentivi, pari nel 2020 a 27 miliardi di euro, per calcolare una riduzione nei consumi di gas di appena 0,3 miliardi di mc e con risultati in riduzione da anni.

La ragione sta nel fatto che i diversi sistemi di spinta all’efficienza – dalle detrazioni fiscali per gli interventi sul patrimonio edilizio privato, ai titoli di efficienza energetica per gli interventi da parte delle imprese, al conto termico per gli interventi sugli edifici pubblici – non sono pensati per premiare la maggiore riduzione dei consumi di gas.

Il paradosso è evidente, mentre ci disperiamo per la dipendenza dall’estero per il gas, siamo l’unico Paese al mondo che regala caldaie con il superbonus del 110% a fronte di una spesa che nel 2021 è stata di oltre un miliardo di euro e prevista in crescita il prossimo anno.

Altrettanto assurdo è che si premi allo stesso modo chi fa il minimo indispensabile con il salto di due classi (dalla G alla E) e chi invece riesce a ridurre anche dell’80% le bollette delle famiglie con interventi ambiziosi e integrati che consentono di staccarsi dai tubi del metano.

Un salto di scala e di qualità nella riqualificazione energetica è possibile se si analizza la composizione del patrimonio edilizio italiano e dei sistemi di riscaldamento delle abitazioni. Larga parte degli edifici in Italia ha bisogno d’interventi di riduzione dei consumi, il 70% degli attestati di prestazioni energetica riguarda edifici nelle tre classi peggiori (E-F-G).

Nei sistemi di riscaldamento il gas è di gran lunga la fonte più utilizzata, a partire dagli edifici condominiali e dai centri urbani. Nella nostra Penisola sono 17,5 milioni (su circa 26 milioni) le abitazioni che utilizzano caldaie a gas per il riscaldamento.

Se l’obiettivo è ridurre i consumi di gas è proprio negli edifici oggi più disperdenti – quelli in cui fa più freddo d’inverno e caldo d’estate – dove bisogna prioritariamente spingere interventi integrati che, con le soluzioni più intelligenti ed efficaci di coibentazione delle superfici, di sostituzione dei sistemi di riscaldamento, di integrazione delle rinnovabili, permettano di ridurre i consumi di gas. La prospettiva è chiara, occorre fissare obiettivi trasparenti, prevedere monitoraggi dei risultati, costruire un’interlocuzione costante da parte di Enea e del MiTE con progettisti e imprese in modo da dare continuità agli interventi e ottenere risultati nell’interesse dei cittadini e del clima (vedi anche Soluzioni per la casa senza gas, ndr).

La strategia europea e le scelte per accelerare gli interventi in Italia

La strada da intraprendere è già segnata con la strategia europea Renovation Wave, che punta ad accelerare la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio e mette a disposizione risorse e strumenti di intervento.

È arrivato il momento che il nostro Paese definisca una strategia di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio con chiari obiettivi di riduzione dei consumi di gas, priorità di intervento rispetto agli interventi e una revisione delle politiche.

In questo modo potremo prendere davvero sul serio la sfida dell’uscita dal gas e farne il volano per una nuova politica industriale capace di riqualificare le città italiane generando vantaggi per famiglie e imprese.

La ricerca di Elemens stima che intervenendo ogni anno sul 3% del patrimonio edilizio si potrebbero ridurre in poco tempo di oltre 5,4 miliardi di mc/anno i consumi di gas per arrivare al 2030 a ben 12 miliardi di metro cubi, pari al 41% delle importazioni dalla Russia.

Il problema non sono le tecnologie, oggi ampiamente disponibili, o i costi perché si interverrebbe con una modifica di politiche in vigore. La sfida sta nel fare in modo che si aprano centinaia di migliaia di cantieri capaci di ridurre i consumi a partire da quei 300mila del patrimonio di edilizia popolare dei Comuni che sono in stato di rilevante degrado.

Sono diverse le politiche a cui guardare di altri Paesi europei che hanno come obiettivo di fare del settore edilizio un laboratorio di innovazione industriale e ambientale.

Per esempio, per la sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore dobbiamo guardare alla Francia, che in seguito alla crisi energetica indotta dalla situazione geopolitica, ha deciso di portare a 9.000 euro l’incentivo a supporto dell’installazione di pompe di calore.

Per quanto riguarda il miglioramento delle prestazioni degli edifici dobbiamo copiare invece dal Belgio a dall’Irlanda.

Il Climate Plan della regione delle Fiandre mira a rendere obbligatoria entro il 2023 la riqualificazione energetica degli edifici acquistati almeno fino alla classe D, con un intervento che deve essere effettuato dall’acquirente entro i cinque anni successivi all’acquisto. Inoltre, per i nuovi edifici sarà proibito avere il riscaldamento a gas – se non in conformazione ibrida con pompa di calore – ed entro il 2026 diventerà proibita anche la connessione alla rete del gas. Questo piano è sostenuto da agevolazioni fiscali e sussidi nei confronti delle pompe di calore e degli impianti ibridi.

In Irlanda, a febbraio 2020, è stato approvato un pacchetto per supportare il miglioramento delle classi energetiche degli edifici, con l’obiettivo di riqualificare energeticamente 500mila case con classe energetica pari ad almeno alla B2. Il supporto economico consiste nell’erogazione in conto capitale di un incentivo fino al 50% della spesa sostenuta per effettuare gli interventi, in particolare con attenzione alle persone che soffrono di povertà energetica è prevista l’intera copertura dell’intervento.

Inoltre, gli interventi che possono avere un impatto maggiore nella riduzione del consumo energetico possono potenzialmente accedere ad un incentivo pari anche fino all’80% della spesa. Il piano prevede una spesa di 8 miliardi di € al 2030.

In Italia abbiamo bisogno di intervenire sulle politiche e sulle regole per dare continuità ai cantieri di riqualificazione nei prossimi anni. La prima scelta riguarda l’innovazione da spingere nei nuovi interventi e nelle riqualificazioni, prendendo spunto da quanto deciso in Olanda e Gran Bretagna, vietando l’allaccio al gas nei nuovi edifici per il riscaldamento dal 2024, visto che gli standard sono già Near zero energy, ossia energia quasi zero e con rinnovabili e pompe di calore i vantaggi sono enormi.

Inoltre, vanno eliminati tutti i sussidi che ancora esistono per il consumo di gas attraverso sconti sull’Iva e sull’accisa, in modo da spostare i vantaggi verso l’elettrificazione dei sistemi di riscaldamento.

Il mercato è già pronto, perché le alternative a emissioni zero sono competitive e costano meno. Invece delle polemiche populiste sui sussidi alle fossili dobbiamo occuparci davvero di chi fatica a pagare la rate del riscaldamento, di quei quattro milioni di famiglie a rischio di povertà energetica nel nostro Paese. Oggi possiamo farlo in modo nuovo e più efficace ma dobbiamo cogliere le opportunità che si sono aperte con la crisi del gas e scommettere sulla transizione energetica.

Il terzo intervento riguarda il sistema delle detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica, che va completamente ridisegnato per passare da incentivi legati alle tecnologie al premiare interventi integrati che riducano fortemente i fabbisogni energetici degli edifici attraverso i più efficaci interventi di coibentazione, sostituzione di impianti e reti, inserimento di tecnologie per l’autoproduzione da fonti rinnovabili.

Una scelta coerente da intraprendere è l’eliminazione degli incentivi per l’installazione delle caldaie a gas (con l’esclusione dal superbonus 110% dal 2023 e arrivare nel 2026 anche a eliminarla dalla detrazione del 50%), nella prospettiva di elettrificazione e diffusione di pompe di calore integrate con fonti rinnovabili.

Riqualificazione necessaria

Se il nostro Paese percorresse contemporaneamente queste politiche, riqualificando ogni anno il 3% del patrimonio edilizio, come prevede la nuova strategia europea Renovation Wave, portandolo da una performance media di consumo di energia finale termica di 136 kWh/m2/anno (media attuale tra residenziale e civile) a circa 50 kWh/m2/anno ed elettrificando i consumi per il riscaldamento domestico puntando sulle pompe di calore, ecco che i consumi di gas si potrebbero ridurre nel giro di tre anni in modo rilevante.

Inoltre, questa riduzione comporterebbe un ulteriore beneficio, legato alla riduzione degli incidenti che ogni anno avvengono legati al suo consumo.

Solo nel 2019, sono stati 270 eventi con 35 decessi. Se accanto all’intervento in edilizia saremo capaci di far procedere in parallelo lo sviluppo delle fonti rinnovabili elettriche – sbloccando almeno 60 GW tra i progetti fermi in attesa di autorizzazione – e i progetti di impianti a biometano, che hanno un potenziale di 10 miliardi di metri cubi, saremo in grado di ridurre in pochi anni e in modo strutturale il problema della dipendenza dall’estero.

Dobbiamo capire che è finita per sempre l’epoca del metano che ci dà una mano, siamo in un altro secolo dove dobbiamo ridurre i consumi per interessi economici nazionali e di impatto della crisi climatica.

Lo studio di Elemens mette in evidenza come puntando su incentivi che premino chi più punta sull’efficienza, chi sostituisce caldaie a gas con pompe di calore e l’installazione di fonti rinnovabili si può ridurre le bollette delle famiglie in modo strutturale e con risultati anche oltre l’80%.

È arrivato il momento di prendere sul serio la sfida dell’uscita dal gas, che fino a oggi sembrava impossibile e di farne il volano per una nuova politica industriale ed economica.

L’articolo è stato pubblicato nel n.2/2022 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo “Alternative al gas”

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