Devastazioni ambientali, violazione dei diritti umani (in particolare delle popolazioni indigene locali), sfruttamento di lavoro minorile, inquinamento delle falde acquifere, corruzione: l’elenco delle pratiche illegali associate alle attività minerarie potrebbe continuare, allungando più di un’ombra sulla “sostenibilità” ambientale e sociale della transizione energetica verso le fonti rinnovabili.

A rilanciare un problema spesso taciuto o sottostimato dall’industria globale delle tecnologie pulite è il Business & Human Rights Resource Centre (BHRRC), l’organizzazione no-profit che sta monitorando le attività delle principali compagnie che estraggono sei minerali-chiave per la fabbricazione di auto elettriche, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e altri componenti.

Parliamo di cobalto, litio, manganese, nickel, rame, zinco.

Materie prime indispensabili per abbandonare gradualmente l’utilizzo di carburanti fossili realizzando un sistema economico a basse emissioni di CO2.

Produrre energia “verde” con parchi eolici e solari, stoccare questa energia per utilizzarla in un secondo momento, rivoluzionare i trasporti con la mobilità 100% elettrica, sono tutti passaggi che richiedono quantità crescenti di metalli rari e preziosi.

Cobalto e litio, ad esempio, sono ingredienti fondamentali delle attuali batterie per i veicoli, e lo saranno finché da qualche laboratorio di ricerca uscirà una nuova ricetta chimica in grado di sostituirli in tutto o in parte senza perdere terreno in termini di efficienza e durata.

Guardando il Transition Minerals Tracker aggiornato ad agosto 2019 (allegato in basso), si nota che un gran numero delle accuse per le violazioni etiche e ambientali riguarda le miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, dove operano colossi mondiali come China Molybdenum, Gécamines, Glencore, come riassume la tabella informativa seguente, tratta dal documento del BHRRC.

Ricordiamo che il Congo è il principale fornitore di cobalto in tutto il globo e in più occasioni ha già fatto discutere, per l’esistenza di miniere illegali in cui il lavoro minorile è la norma.

L’estrazione di rame è un altro settore molto esposto agli abusi sotto il profilo etico e ambientale.

E la dipendenza dell’economia low-carbon da certi metalli è destinata ad aumentare sensibilmente, secondo le stime della Banca Mondiale citate dal BHRRC.

Ad esempio, si prevedono crescite fino al 1000% per la domanda di litio e cobalto nei prossimi decenni, nell’ipotesi di provare a contenere il surriscaldamento globale sotto la soglia di +2 gradi centigradi come stabilito dagli accordi di Parigi.

Un simile boom avrà conseguenze ad ampio raggio, non solo per le condizioni di lavoro e salute delle persone – soprattutto in Africa, Asia e America Latina – ma anche per la disponibilità futura delle materie prime e l’andamento dei relativi prezzi.

In definitiva, sottolinea il Business & Human Rights Resource Centre, in molti casi c’è una totale discrepanza tra le politiche sui diritti umani delle aziende e la realtà sul campo.

La rivoluzione energetica “verde”, quindi, dovrà necessariamente giocarsi anche sul piano etico e della protezione ambientale nelle zone minerarie.