Il discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento Europeo di Ursula von der Leyen il 16 settembre scorso è stato un grande successo per il movimento a favore della protezione del clima e per il futuro sostenibile dell’Europa.

La von del Leyen ha posto come pilastro della ripartenza il European Green Deal (“Il Green Deal europeo traccia la strada per compiere questa trasformazione”), “di portare l’obiettivo di riduzione delle emissioni almeno al 55% entro il 2030”, affermando che “il fulcro è di diventare il primo Continente a impatto climatico zero entro il 2050”.

Chi si aspettava un coro di applausi dal mondo ambientalista è rimasto deluso.

«Aria fritta», «un discorso pieno d’intenzioni e promesse», Greenpeace parlava di un «job half done». «Per avere dei risultati in sintonia con la scienza del clima – afferma l’associazione ambientalista – ci vorrebbe una riduzione almeno del 65% entro il 2030».

L’organizzazione fa il suo lavoro nel cercare di allargare la propria base di simpatizzanti e sostenitori, ma la competizione su chi chiederà la percentuale più alta di riduzione delle emissioni di CO2 non contribuirà una virgola alla lotta contro il caos climatico.

Ridurre del 55% le emissioni nel prossimo decennio significa l’11% in meno nel prossimo biennio e il 22% in meno nei prossimi quattro anni, più di quanto era l’obiettivo del 20-20-20 per l’intero decennio 2010–2020.

Le misure necessarie incideranno profondamente sul settore produttivo e sullo stile di vita e richiederanno uno sforzo enorme di tanti attori fornendo più che altro un quadro di riferimento per altri che dovranno agire.

La riduzione delle emissioni di CO2 è solo un motivo per agire e tipicamente non quello più incisivo. Le soluzioni che abbassano anche i costi di produzione trovano un’eco nel settore economico, quelle che alzano la qualità di vita sono accolte dai cittadini.

I costi in rapida diminuzione sono la forza propellente per l’avanzamento delle energie rinnovabili, la chiusura di alcune arterie più importanti di Parigi al traffico motorizzato, come Rue de Rivoli e parte del Boulevard Saint-Michel hanno contribuito ulteriormente all’attrattività della bicicletta nella metropoli.

Bilbao ha esteso il limite di velocità di 30 km/h a tutto il territorio comunale per migliorare la convivenza tra pedoni, bici e auto.

Il dibattito su chi offre di più, in termini di riduzione delle emissioni di CO2 – il 55%, 60% o 65% – entro il 2030, è sterile e toglie l’attenzione dai processi di riduzione che dovranno essere messi in atto concretamente.

Denunciare gli obiettivi dell’Ue come «solo buone intenzioni» o peggio, come «aria fritta», è una dichiarazione di bancarotta di chi l’afferma. L’Unione Europea è solo un attore in campo tra gli altri e, quando propone degli obiettivi, le imprese, gli enti pubblici o le associazioni dovrebbero immaginare come possono attivarsi per raggiungerli.

Porre degli obiettivi non è una meta di per sé, ma un punto di partenza per il cambiamento.

In questo periodo mancano le azioni non gli obiettivi.

Attivarsi per la riduzione delle emissioni non preclude minimamente, anzi fornisce la base di legittimità per alzare la voce e criticare quello che non va; e cioè il pericolo reale che la fissazione unidimensionale sulla riduzione delle emissioni prenda la forma di “emissioni nette” (net-zero) includendo la rimozione di CO2 dall’atmosfera, compreso l’assorbimento di anidride carbonica da parte delle foreste e del suolo. Questo sì, che trasformerebbe il pacchetto clima in una confezione ingannevole.

L’articolo è stato pubblicato sul n.4/2020 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “Punto di partenza”.