Continua l’emorragia finanziaria delle grandi aziende fossili, che si è aggravata dopo l’emergenza coronavirus e i suoi impatti sui mercati energetici globali (crollo dei consumi di elettricità e combustibili nel lockdown, prezzi del barile in calo, svalutazioni miliardarie di asset industriali).

Così anche il colosso americano del carbone, Peabody, ha chiuso il secondo trimestre 2020 con perdite nette per circa un miliardo e mezzo di dollari.

Tali perdite si devono soprattutto alla svalutazione della miniera di carbone più grande negli Stati Uniti e nel mondo (quanto a riserve stimate: si parlava di 1,7 miliardi di tonnellate nel 2018), North Antelope Rochelle Mine, nello Stato del Wyoming.

Peabody ha svalutato la miniera per 1,42 miliardi di $ a causa di molteplici motivi, tra cui, evidenzia una nota del gigante minerario Usa, (traduzione nostra dall’inglese con neretti) “prezzi in calo del gas naturale sul lungo termine, tempistiche di chiusura delle centrali a carbone e continua crescita della generazione elettrica delle fonti rinnovabili”.

Insomma è un classico esempio – e di esempi così se ne incontrano sempre più spesso – di stranded asset, beni industriali (miniere di carbone, gasdotti, pozzi petroliferi) destinati a perdere profitti ed essere schiacciati dalla concorrenza delle energie pulite.

Beni che, con ogni probabilità, finiranno per “incagliarsi” e pesare sui conti delle aziende che li possiedono.

E proprio in questi giorni, ExxonMobil, che per il secondo trimestre 2020 aveva dichiarato perdite per 1,1 miliardi di $, ha riferito che se i prezzi di petrolio e gas rimarranno così bassi, circa il 20% delle sue riserve di combustibili fossili rischia di essere spazzato via.

È l’equivalente di circa 4,5 miliardi di barili di greggio.

Difatti, molti giacimenti di oro nero e gas non saranno più convenienti dal punto di vista economico; riserve petrolifere in precedenza considerate “buone” non saranno più tali, perché produrre idrocarburi da certi giacimenti sarà troppo oneroso in un contesto di bassa domanda e basse quotazioni.

Tra le prime vittime del mercato ci sono le riserve di petrolio e gas da scisto, così come le riserve di sabbie bituminose, che sono competitive solo con prezzi del barile ben più alti rispetto a quelli attuali e previsti; vedi anche l’articolo Shale oil Usa in sofferenza, rischia svalutazioni miliardarie e un’ondata di fallimenti.

Ricordiamo che nelle ultime settimane diverse compagnie fossili hanno registrato perdite e svalutazioni miliardarie, in particolare Shell e BP.

Ma BP è anche la compagnia che finora ha annunciato gli obiettivi più stringenti per diminuire la produzione di petrolio e gas, ridurre le emissioni inquinanti e incrementare gli investimenti in fonti rinnovabili, come spiegato in questo articolo.

In un recente commento su queste vicende, Andrew Grant di Carbon Tracker parla di “postumi di una sbornia” dopo gli anni in cui i prezzi del barile viaggiavano sui 100 dollari e Big Oil investiva massicciamente sui giacimenti shale in America (Grant cita l’acquisizione di XTO Energy da parte di ExxonMobil nel 2010; XTO Energy è una società specializzata nell’estrazione di idrocarburi da scisti).

Ma quei progetti ad alta intensità di capitale hanno finito per distruggere i capitali investiti.

Al contrario, ci sono compagnie, relativamente piccole, che hanno già abbandonato totalmente le fonti fossili per dedicarsi al 100% alle rinnovabili.

Grew, che guida la divisione Oil, Gas & Mining di Carbon Tracker, cita la danese Orsted, ex Dong Energy: ha cambiato nome nel 2017, dopo aver venduto i suoi asset oil&gas e aver puntato sulle tecnologie pulite, in particolare sull’eolico offshore (e oggi le sue azioni valgono il 215% in più rispetto al 2017).

Altri la seguiranno?