I Paesi del G20 nel 2021 hanno speso quasi 700 miliardi di dollari in sussidi alle fonti fossili, perlopiù destinati a sovvenzionare il settore oil & gas (83% del totale).

Sussidi in crescita del 16% rispetto al 2020, anche a causa della ripresa economica post-pandemia con il conseguente incremento dei consumi energetici.

La cifra è del 5% più alta in confronto al 2016 e conferma che finora non si è vista alcuna inversione di tendenza, nel supportare la produzione e il consumo di combustibili fossili su scala globale.

Sono alcuni dei dati più importanti del “Climate Policy Factbook 2021″ (link in basso), pubblicato da Bloomberg New Energy Finance (BNEF) nei giorni scorsi. Il documento evidenzia alcuni temi al centro dei negoziati attuali alla Cop 27, la ventisettesima conferenza Onu sul clima in corso a Sharm El Sheik in Egitto.

La quota di supporto al carbone è diminuita sul totale dei sussidi alle fossili, dal 4% circa nel 2016 al 2,9% nel 2021. Tuttavia lo scorso anno il carbone ha attirato ancora una ventina di miliardi di $ di sussidi statali in tutto il mondo, in totale contrasto con gli annunci fatti dai governi ai summit del G20.

In Italia i sussidi alle fonti fossili sono ammontati a 13 miliardi di $ nel 2020, in calo del 13% dal 2016 e quasi tutti destinati al comparto oil & gas, in buona parte sotto forma di agevolazioni fiscali per i consumatori.

Uscire dal carbone, e più in generale dalla dipendenza delle fossili, per il momento è un binario morto nelle politiche energetiche: se ne parla, si proclamano impegni e traguardi per azzerare le emissioni, ma tutto si perde in promesse non mantenute e iniziative di greenwashing (ricordiamo qui le conclusioni della Cop 26 tra grandi assenti e scappatoie).

Così governi e grandi corporation continuano a espandere le loro attività nel carbone, gas e petrolio.

BNEF spiega che per eliminare i sussidi fossili bisogna far pagare le emissioni di CO2 applicando il principio “chi inquina paga”. Al momento, solo 12 Paesi del G20 hanno attuato politiche nazionali di carbon pricing basate su meccanismi di mercato (come il sistema ETS europeo) o tasse sulla CO2.

Inoltre, la maggior parte di tali politiche è inefficace, perché i prezzi della CO2 sono troppo bassi – appena 8-9 $ per tonnellata in molti casi – e ci sono spesso deroghe fin troppo generose per determinati settori industriali.

Mentre alla Cop 27 la direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha rimarcato la necessità di avere un prezzo della CO2 pari ad almeno 75 $/ton entro il 2030 per dare slancio alle politiche globali contro il cambiamento climatico.

Resta il grosso nodo di come far accettare a cittadini e imprese misure di questo tipo, soprattutto durante una forte crisi energetica come quella che si sta vivendo in Europa dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Qui dovrebbe entrare in campo la politica, per quella che ormai si chiama giusta transizione.

Secondo un recente studio pubblicato su Nature, ogni singola tonnellata di CO2 emessa dalle industrie, dalle automobili, dalle centrali a carbone, ha un costo ancora più alto di quanto indicato dal Fondo monetario internazionale.

Si stima sia invece di 185 $/ton come media globale, considerando il costo sociale complessivo della CO2. Tale costo include i reali danni economici inflitti dal mix economico-energetico incentrato sui combustibili fossili e dovrebbe fornire un chiaro segnale di prezzo per incentivare un minore impiego di carbone, gas e petrolio (vedi Quanto costa realmente alla società ogni tonnellata emessa di CO2?).

La questione è chiara: prima si taglieranno sussidi e investimenti alle fonti fossili, dirottandoli verso le energie pulite e le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, con un focus sulle economie emergenti, prima si riuscirà a sviluppare una transizione energetica più equa e sostenibile.

In caso contrario, senza accordi globali di questo tenore, la Cop 27 rimarrà sostanzialmente inutile.

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