Le nuove norme Ue sugli obblighi di sostenibilità delle aziende diventano sempre più “morbide”.
Ieri, 13 ottobre, con 17 voti favorevoli, 6 contrari e 2 astensioni, la commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha approvato alcune modifiche legislative per ridurre la mole dei resoconti di sostenibilità e semplificare la due diligence delle imprese.
Sono coinvolte due direttive, nell’ambito del pacchetto “Omnibus” presentato da Bruxelles a febbraio per tagliare gli oneri burocratici a carico delle aziende:
- CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) sulla rendicontazione societaria della sostenibilità;
- CSDD (Corporate Sustainability Due Diligence) sugli obblighi di due diligence con cui sostenere le pratiche commerciali responsabili, ad esempio contro il lavoro forzato e la violazione dei diritti umani nelle catene di fornitura.
Quanto alla direttiva CSRD, la Commissione europea aveva proposto di ridurre dell’80% il numero di aziende tenute a redigere il resoconto sociale e ambientale, mentre le modifiche approvate si spingono oltre: i deputati puntano ad applicare la direttiva solamente alle aziende con una media di oltre 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro (rispetto alla soglia di 50 milioni indicata da Bruxelles).
Per tutte le aziende escluse dal perimetro di applicazione, la rendicontazione sarebbe volontaria; per evitare che le grandi compagnie trasferiscano i propri obblighi ai partner commerciali più piccoli, questi ultimi non sarebbero autorizzati a richiedere informazioni che vadano oltre gli standard volontari.
Inoltre, spiega una nota del Parlamento Ue, gli standard di rendicontazione della sostenibilità esistenti sarebbero ulteriormente semplificati, concentrandosi sulle informazioni quantitative e sulla riduzione degli oneri amministrativi e finanziari.
Le modifiche alla direttiva sulla due diligence
Riguardo invece alla direttiva CSDD, la sua applicazione sarebbe limitata solo alle grandi imprese con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 1,5 miliardi di euro.
Invece di chiedere sistematicamente ai propri partner commerciali le informazioni necessarie per le valutazioni di due diligence, i deputati propongono di adottare un approccio basato sul rischio; le imprese dovrebbero essere responsabili per i danni causati da violazioni della “dovuta diligenza” ai sensi del diritto nazionale, piuttosto che a livello Ue.
L’importo massimo della sanzione per le aziende inadempienti sarebbe pari al 5% del loro fatturato globale. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero fornire orientamenti alle autorità nazionali in merito a tali sanzioni.
Ora il Parlamento dovrà approvare il mandato della commissione Affari giuridici nella prossima sessione plenaria; poi il Parlamento e il Consiglio dovrebbero avviare i negoziati sul testo definitivo della legislazione il 24 ottobre.
Nel pacchetto Omnibus, oltre alle norme che semplificano gli obblighi di due diligence e la rendicontazione sulla sostenibilità, era previsto anche un dossier che ritardava l’applicazione delle direttive per alcune imprese, approvato dal Parlamento europeo con procedura d’urgenza ad aprile 2025.
Ricordiamo poi che a luglio Bruxelles ha adottato un nuovo atto delegato per ridurre la burocrazia della tassonomia Ue sulle attività economiche sostenibili in termini ambientali.
Le reazioni
Sul voto della commissione Affari giuridici, l’agenzia Euractiv parla di una netta vittoria per il Partito popolare europeo (Ppe) di centrodestra e una battuta d’arresto per l’agenda del Green Deal.
L’accordo è arrivato dopo le trattative con i socialdemocratici e il gruppo liberale Renew.
Secondo il capo negoziatore del Ppe sui provvedimenti, lo svedese Jörgen Warborn, il voto in Commissione “conferma il nostro sostegno alla semplificazione”, perché “stiamo garantendo prevedibilità alle aziende europee, con una relazione che riduce i costi, rafforza la competitività e mantiene la transizione verde dell’Europa sulla buona strada”.
L’eurodeputato francese Pascal Canfin, che era il principale negoziatore di Renew, si è dichiarato soddisfatto dell’accordo, definendolo “il meno peggiore” tra i possibili compromessi.
Mentre la negoziatrice dei Verdi sul dossier, la danese Kira Marie Peter-Hansen, ritiene che l’accordo “svuota le norme europee sulla sostenibilità”, precisando che l’eliminazione delle principali norme sulla responsabilità civile e l’indebolimento dei piani di transizione climatica delle aziende hanno reso le due leggi “un guscio vuoto”.


























