La sostenibilità è sotto assedio, ma le imprese non si arrendono

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Uno studio di Harvard su 75 grandi aziende mostra che l’85-87% mantiene o accelera gli impegni sul fronte della sostenibilità energetica, ambientale e sociale. Solo il 13% arretra. Ma le alleanze si sfaldano.

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La stragrande maggioranza delle imprese non sta abbandonando la sostenibilità ambientale, climatica, sociale e di governance.

Molte continuano a investire, anche se con minore esposizione pubblica. Lo mostrano Neil Hawkins e Kelly Cooper in uno studio della Harvard University e in un articolo apparso sulla Harvard Business Review.

Sono risultati interessanti che emergono oggi mentre l’amministrazione Trump, tornata al potere con una piattaforma ostile alle politiche climatiche e sociali, ha sospeso regolamenti federali e favorito il rilancio di carbone, gas e petrolio.

In questo contesto di crescente ondata “anti-sostenibilità”, il fatto che l’85-87% delle aziende globali mantenga o rafforzi i propri programmi segnala la resilienza strutturale di tali strategie.

Solo il 13% delle imprese del campione è in ritirata. La larga maggioranza si colloca tra mantenimento, riaffermazione o accelerazione degli impegni.

“Il ritiro di massa dalla sostenibilità è in gran parte un miraggio. Ciò che sta cambiando è la visibilità, non la strategia”, scrivono gli autori dello studio, consultabile dal link in fondo a questo articolo.

Il quadro che conta

L’analisi ha seguito, tra aprile 2024 e maggio 2025, 75 grandi imprese (49 statunitensi e 26 europee): le prime 25 per capitalizzazione negli indici S&P 100 e STOXX Europe, più 25 grandi aziende private della classifica Fortune.

Nella tabella, tratta dallo studio, le società considerate per l’analisi, in ordine di capitalizzazione di mercato all’interno dei rispettivi indici azionari.

I ricercatori si sono basati su documenti societari, segnali di linguaggio e 15 interviste a esperti, per capire come la pressione politica influenzi le politiche aziendali su clima, ambiente e diversità.

Gli autori individuano quattro posizioni delle aziende rispetto alla sostenibilità: “ritirata” (13%), “status quo” (circa 40%), “riaffermazione pubblica” (circa 13%) e “accelerazione” (circa 32%) – (vedere anche L’appeal delle rinnovabili per le aziende: il 97% sostiene la transizione energetica).

Commentando i dati, Ken Pucker, docente di strategia e sostenibilità alla Fletcher School della Tufts University, ha osservato che il totale può arrivare all’87% per le tre categorie non in ritirata. La differenza dipende dal perimetro e dai criteri di conteggio, ma in ogni caso il ritiro dalla sostenibilità rimane minoritario.

Il silenzio verde

Molte imprese hanno ridotto la comunicazione esterna pur mantenendo i programmi. Questo “silenzio verde” è una scelta difensiva in un clima politico ostile.

Non è però una scelta indolore per le sorti della sostenibilità. Meno segnali di mercato e meno leadership pubblica indeboliscono l’effetto imitazione tra imprese e confondono gli investitori.

Gli autori avvertono che così il rischio è trasformare la percezione di arretramento in una profezia che si autoavvera.

Pucker concorda: “il lavoro della sostenibilità resiste… con meno clamore e più attenzione al ritorno dell’investimento, alla sicurezza energetica e alla transizione”. Ma precisa che mantenere livelli di impegno ancora insufficienti rispetto alla crisi climatica non basterà per il cambiamento di traiettoria che sarebbe necessario ad assicurare una piena sostenibilità.

Il collasso delle alleanze

La ritirata più evidente riguarda le alleanze volontarie. Tutte le imprese finanziarie del campione si sono sfilate dalla Net-Zero Insurance Alliance (NZIA), sciolta nel 2024, e dalla Net-Zero Banking Alliance (NZBA), oggi sospesa.

“Il crollo di queste alleanze è più di un simbolo perduto: è una rottura del motore competitivo che trasforma l’azione individuale in trasformazione di mercato”, spiegano Hawkins e Cooper.

La perdita di questi spazi indebolisce gli standard comuni e i segnali unificati ai fornitori, riducendo la capacità del mercato di premiare la crescita allineata al clima.

Pucker sottolinea che il venir meno dell’energia collettiva pesa più del calo di visibilità, soprattutto nei settori a forte interdipendenza di filiera.

Chi resiste e perché

Le imprese che hanno integrato la sostenibilità nell’operatività, cioè in prodotti, filiere, capitale, dialogo con gli investitori, sono meno inclini alla ritirata.

Nei settori più avanzati, la maggioranza ha mantenuto o rafforzato gli impegni: alimentare e bevande (75%), tecnologia (70%), sanità (67%), beni e servizi industriali (67%). Qui abbandonare le politiche di sostenibilità significherebbe distruggere valore e competitività.

Diverso il quadro nei comparti dove la sostenibilità era soprattutto reputazionale, che diventano più fragili sotto pressione.

Il dato più netto riguarda le imprese business-to-business: meno dell’1% riduce gli impegni e oltre la metà li rafforza. Non essendo esposte direttamente al giudizio dei consumatori, subiscono meno boicottaggi o polarizzazioni. Inoltre, operando in filiere complesse, hanno bisogno di strategie di sostenibilità per garantire resilienza a crisi logistiche, climatiche o geopolitiche.

Differenze strutturali

Le imprese europee risultano più assertive: il 37% incrementa gli impegni e il 20% li riafferma. Negli Stati Uniti prevale la prudenza, anche per effetto delle politiche anti-clima di Trump e dei timori legali legati alle alleanze.

La struttura proprietaria conta molto. Tra le aziende non quotate, il 68% riafferma o aumenta gli impegni e solo il 16% li riduce. Tra le quotate, il 44% resta ferma e il 20% riduce gli obiettivi.

La differenza riflette i vincoli dei mercati azionari: le quotate devono soddisfare aspettative trimestrali di investitori e analisti, con orizzonti più corti. Le non quotate hanno più libertà e garantiscono continuità alle strategie.

Anche i fattori di governance incidono: consigli di amministrazione con almeno un terzo di donne e amministratori delegati con lunga anzianità tendono più spesso a rafforzare gli impegni.

Resilienza silenziosa

La lezione che emerge è chiara: è necessario integrare la sostenibilità nel modello aziendale, ancorarla al valore economico e costruire coordinamento tra pari.

La realtà non è quella di un ritiro di massa, che non è mai avvenuto. La buona notizia è la resilienza silenziosa della maggioranza, con ben l’85-87% delle aziende che mantiene o rafforza la rotta, e solo il 13% che arretra, nonostante la campagna anti-clima martellante di Trump.

Il rischio è confondere il silenzio con una resa e sottovalutare il collasso delle alleanze. Servono invece segnali chiari, cooperazione pre-competitiva e investimenti più robusti.

Come sostengono gli autori dello studio, la cooperazione pre-competitiva, cioè la collaborazione per standard comuni e ricerca condivisa prima di entrare in concorrenza, è essenziale per trasformare gli sforzi individuali in cambiamento strutturale di mercato.

La vera urgenza è mostrare costanza di scopo sotto pressione, come sintetizzano gli autori nel titolo stesso della loro ricerca.

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