Siccità e caldo estremo mettono a dura prova il nucleare

Riduzioni e fermate in Romania, Ungheria e Francia mostrano la dipendenza dei reattori dalla disponibilità e dalla temperatura dell’acqua per il raffreddamento. Ma a soffrire sono anche altre fonti.

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Le ondate di calore stanno rimettendo in discussione uno degli argomenti più ricorrenti a favore del nucleare: la disponibilità continua e indipendente dalle condizioni meteorologiche.

Un reattore non ha bisogno di sole o vento, ma la centrale è pur sempre un impianto termoelettrico e deve disperdere grandi quantità di calore. Per condensare il vapore e mantenere efficiente il ciclo produttivo utilizza acqua di mare, di fiume o sistemi di raffreddamento alimentati comunque da risorse idriche.

Quando l’acqua in ingresso diventa più calda, la capacità di raffreddamento diminuisce e il rendimento dell’impianto si riduce; quando la portata cala a causa della siccità, può non esserci acqua sufficiente per esercire la centrale alla piena potenza.

A questo si aggiungono i limiti ambientali sulla temperatura dell’acqua restituita ai corsi d’acqua, fissati per proteggere gli ecosistemi. Ci sono quindi casi in cui la riduzione della produzione non deriva da un funzionamento ridotto del reattore, ma dalla necessità di evitare che lo scarico termico superi le soglie autorizzate.

Come spiega Carbon Brief, una centrale che preleva acqua da un fiume e la restituisce a una temperatura superiore di alcuni gradi non può continuare a farlo oltre i limiti stabiliti per tutelare la fauna e gli habitat acquatici.

Il caldo determina inoltre una perdita fisica di rendimento. Secondo una delle stime raccolte dal portale specializzato sul cambiamento climatico, un aumento estremo di 15 °C della temperatura dell’acqua di raffreddamento può sottrarre circa il 6% della produzione di un grande reattore. Altre valutazioni indicano una perdita dello 0,6-1% dell’efficienza del ciclo per ogni grado aggiuntivo.

Gli impianti raffreddati direttamente con acqua fluviale, i più esposti a siccità e surriscaldamento dei corsi d’acqua, costituiscono circa il 14% del parco nucleare mondiale.

Il fenomeno va comunque circoscritto: tra il 2003 e il 2022, caldo e siccità avrebbero ridotto in media dello 0,6% la produzione nucleare annua. Ma il dato medio attenua il vero problema per i sistemi elettrici, visto che le indisponibilità tendono a concentrarsi nei giorni più caldi, proprio quando condizionatori e sistemi di refrigerazione spingono verso l’alto consumi e prezzi.

La crisi idrica del Danubio

L’estate 2026 ha trasformato questa vulnerabilità in una questione di sicurezza energetica regionale.

In Romania, la siccità e il livello eccezionalmente basso del Danubio hanno costretto a spegnere il reattore 1 della centrale di Cernavodă. Per aumentare il flusso verso il ramo che alimenta l’impianto, l’esercito ha fatto brillare con 180 kg di esplosivo una formazione rocciosa sommersa.

Le autorità romene hanno inoltre previsto la rimozione dei detriti e l’affondamento di alcune chiatte, in modo da deviare una quota maggiore della portata verso la centrale. È una misura d’emergenza che restituisce la dimensione del problema: Cernavodă è responsabile di circa un quarto della produzione elettrica nazionale e utilizza grandi quantità d’acqua per il raffreddamento.

Anche l’Ungheria ha dovuto ridurre pesantemente l’attività della centrale di Paks, composta da quattro reattori per circa 2 GW e responsabile normalmente di quasi metà dell’elettricità nazionale. Alla fine di luglio l’impianto funzionava sotto il 50% della capacità e il Governo temeva uno spegnimento completo.

Anche la Francia ha subìto ripetute limitazioni, tanto che durante l’ondata di caldo di luglio 3 dei 57 reattori sono stati fermati e altri sette hanno ridotto la produzione, determinando un calo vicino al 9%.

Il combustibile non è una filiera al riparo dalle crisi

Oltre alle ondate di calore, una recente analisi pubblicata da Wood Mackenzie ha individuato un’altra criticità per l’energia atomica: le catene di approvvigionamento del combustibile.

Nello scenario base della società di consulenza, si stima che la potenza nucleare mondiale potrebbe più che raddoppiare entro il 2060. Ma proprio questa crescita renderebbe più evidenti le strozzature nell’estrazione dell’uranio, nella conversione, nell’arricchimento e nella fabbricazione del combustibile.

Nel breve periodo la situazione può apparire relativamente sotto controllo, perché esistono capacità inutilizzate fino alla metà degli anni Trenta. Una parte di queste risorse, però, è difficilmente accessibile a causa di divieti all’importazione, dazi e tensioni geopolitiche.

Sono 5 i  Paesi che concentrano, secondo Wood Mackenzie, il 72% dell’offerta mondiale di uranio, esponendo il mercato a interruzioni produttive e aumenti dei costi. Le esportazioni del Kazakhstan verso i mercati occidentali incontrano inoltre difficoltà logistiche perché tradizionalmente transitano dalla Russia.

Inoltre dal 2030, stimano gli analisti, la domanda potrebbe iniziare a superare la capacità estrattiva. Il collo di bottiglia principale sarebbe però l’arricchimento dell’uranio. Gli Stati Uniti sono dipendenti dalle importazioni, l’Europa occidentale si affida soprattutto a operatori multinazionali e persino Cina e Russia potrebbero trovarsi in deficit di capacità entro il 2040.

Wood Mackenzie stima che l’arricchimento assorbirà metà del capitale destinato al ciclo del combustibile e che, senza una forte accelerazione degli investimenti, il divario tra domanda e capacità potrebbe raggiungere il 67% nel 2060.

Bruxelles pronta a coordinare la risposta

La pressione esercitata dal caldo sul sistema elettrico ha spinto la Commissione europea a dichiararsi pronta a convocare il gruppo di coordinamento sull’elettricità.

Un portavoce dell’esecutivo comunitario ha riferito durante il briefing quotidiano con la stampa del 4 agosto di seguire con particolare attenzione la situazione in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli altri Paesi della regione, mentre Entso-E sta mantenendo i contatti con le autorità nazionali.

La Commissione non rileva per ora problemi immediati di sicurezza dell’approvvigionamento, grazie agli scambi transfrontalieri e ai meccanismi regionali, ma si è detta disponibile a riunire il gruppo non appena necessario.

L’organismo costituisce il forum europeo per lo scambio di informazioni e il coordinamento delle misure nazionali con effetti oltre confine. Si occupa, tra l’altro, di sicurezza dell’approvvigionamento, preparazione ai rischi, adeguatezza della capacità di generazione e stabilità delle reti interconnesse.

Non soffre soltanto il nucleare

Il caldo estremo in Europa penalizza, in modo diverso, anche le altre tecnologie energetiche. Nelle centrali a gas, in particolare nelle turbine semplici utilizzate per coprire rapidamente i picchi di domanda, l’aumento della temperatura riduce direttamente la potenza disponibile.

Le turbine aspirano aria, la comprimono e la mescolano con il combustibile: quando è calda, però, l’aria è meno densa e, a parità di volume, contiene una massa minore e quindi meno ossigeno. Nella camera di combustione può essere immessa una quantità inferiore di gas, con una conseguente riduzione dell’energia prodotta.

Secondo i dati raccolti da Carbon Brief, a 40 °C la capacità di una centrale a gas può diminuire del 13% e la sua efficienza del 7% rispetto al funzionamento a 20 °C; nelle turbine a gas semplici, la potenza può scendere di circa il 10% per ogni aumento di 10 °C. Le centrali a ciclo combinato subiscono inoltre gli stessi problemi di raffreddamento degli altri impianti termoelettrici, perché utilizzano acqua per condensare il vapore prodotto nella seconda parte del ciclo.

Anche l’eolico è colpito indirettamente, perché le ondate di calore sono spesso associate ad alta pressione e venti deboli. Il fotovoltaico perde invece circa lo 0,2-0,5% di rendimento per ogni grado oltre i 25 °C, ma durante i periodi più caldi beneficia normalmente di giornate lunghe e cieli sereni.

Le difficoltà coinvolgono anche l’idroelettrico. Ad esempio in Serbia, durante l’ultima ondata di calore, l’impianto Derdap 1, da 1,14 GW, ha ridotto la produzione al 30% della capacità, mentre Derdap 2, da 270 MW, è sceso al 20%. In Italia nel primo semestre dell’anno l’idroelettrico ha prodotto 4,5 TWh in meno rispetto al 2025 e di 9,4 TWh rispetto al 2024. Soltanto a giugno di quest’anno è stato registrato un decremento del 23,7%, pari a 1,2 TWh in meno rispetto a giugno 2025.

Infine, il caldo incide anche sui sistemi di accumulo: oltre la temperatura ottimale diminuiscono le prestazioni e l’esposizione prolungata a valori elevati accelera il degrado dei componenti delle batterie agli ioni di litio. Una parte dell’energia accumulata deve inoltre essere utilizzata per alimentare i sistemi di raffreddamento, con una riduzione della potenza erogabile e della durata di funzionamento.

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