Miti e slogan dei nuclearisti nostrani

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"Facciamo come la Francia" è slogan ripetuto dei nuclearisti del nostro paese. In questo articolo, Luigi Moccia, dirigente di ricerca del CNR, spiega perché sarebbe meglio non farlo. E i motivi sono diversi.

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Il nucleare è meglio delle rinnovabili: hai visto come sono basse le emissioni dell’elettricità in Francia rispetto a quelle in Germania?”.

Quante volte avete sentito questa affermazione parziale e fuorviante, servita sui social o sulle colonne di giornali che si ritengono autorevoli, accompagnata dall’immancabile grafico che confronta le emissioni per chilowattora prodotto?

Nella sua semplicità seducente, questo confronto sembra solido, ma maschera una serie di fraintendimenti metodologici che, per essere svelati, richiedono ben più di un “grafichetto” con un solo indicatore.

I proponenti di quell’argomento sottintendono che Francia e Germania rappresentino polarità opposte: la Francia nuclearista efficiente contro la Germania paladina fallita delle rinnovabili. Questo inquadramento è fallace: la Germania ha sì contribuito a passi avanti decisivi sulle rinnovabili, ma ha mostrato aspetti contraddittori e frenate colpevoli dettate dalle lobby fossili.

Allo stesso modo, il profilo emissivo francese non è frutto di un miracolo tecnologico isolato, ma di una combinazione di eredità storiche non più replicabili, vantaggi geografici unici e di una crescente integrazione con la rete europea, che i nuclearisti preferiscono ignorare.

Germania: l’innesco mondiale e il sabotaggio interno

Per analizzare correttamente il caso tedesco, bisogna distinguere tra le misure che hanno spinto la decarbonizzazione globale e quelle che hanno agito in senso opposto.

La prima misura fondamentale è stata l’Energiewende: il sostegno massiccio a fotovoltaico ed eolico nei primi anni ‘10. Grazie a quella scelta coraggiosa, è stato innescato a livello mondiale un processo tecnologico che ha portato queste fonti alla competitività economica in tempi rapidissimi. Solare ed eolico oggi generano elettricità a costi bassissimi: un beneficio mondiale dovuto in gran parte all’innesco tedesco.

Il secondo passo è stato l’abbandono dell’atomo.

Contrariamente a quanto affermato dalla propaganda, l’uscita dal nucleare post-Fukushima non fu una reazione emotiva, ma una presa d’atto del carattere catastrofico del rischio di questa tecnologia.

La cancelliera Angela Merkel istituì l’Ethikkommission per valutare la questione sotto il profilo etico ed economico. Il rapporto finale fu politicamente devastante: i costi di gestione di un incidente nucleare grave avrebbero superato tutti i costi previsti per l’intera Energiewende.

Un incidente grave può rendere vaste porzioni di territorio inabitabili per decenni, imporre evacuazioni di massa e distruggere interi settori economici. Qualunque decisore democratico che valuti rischi analoghi finisce, giustamente, per pensarci mille volte.

Ma i vantaggi dell’Energiewende non sono stati solo tecnologici e ambientali: anche il bilancio economico è stato complessivamente positivo, a differenza di quanto affermato dalla propaganda fossile.

Le rinnovabili hanno abbassato i prezzi all’ingrosso per l’effetto di calmieramento dei costi marginali nulli (il cosiddetto merit order effect), erodendo i profitti delle vecchie centrali nucleari e fossili. Solo tra il 2011 e il 2018, la Germania ha goduto di un beneficio netto di 68,8 miliardi di euro grazie a questo effetto.

Tuttavia, il beneficio è stato distribuito in modo diseguale, favorendo l’industria energivora a scapito degli altri utenti. Ma soprattutto, l’azione di lobby degli interessi fossili, che hanno visto erodere i loro profitti, ha indotto Berlino a rallentare sulle rinnovabili. Esemplare, al riguardo, la moratoria all’eolico in Baviera, decisa dal partito dell’attuale cancelliere tedesco. Sì, proprio colui che oggi lancia dichiarazioni affrante sul presunto fallimento dell’Energiewende.

A questo si aggiungono le ombre del Dieselgate e l’incaponimento nella difesa del motore a combustione interna, l’esatto contrario di quanto fatto dalla Cina. Il fallimento tedesco, dunque, non risiede nell’aver abbandonato il nucleare o nell’Energiewende, ma nell’aver rallentato le rinnovabili e l’elettrificazione dei trasporti per assecondare gli interessi fossili.

Francia: il mito dell’autonomia e il soccorso continentale

Passando alla Francia, pochi sanno che la geografia le ha regalato condizioni privilegiate: una produzione idroelettrica pro-capite superiore del 27% a quella italiana. Questa fonte è il complemento perfetto per la rigida generazione nucleare, fornendo flessibilità e servizi di sicurezza come il black start.

Il nucleare francese non sta in piedi da solo: si è sempre appoggiato agli impianti di accumulo a pompaggio, sia nazionali che dei paesi confinanti come Svizzera e Italia. È profondamente ipocrita accusare solare ed eolico perché richiedono accumuli, quando l’atomo ne beneficia da decenni.

Ancora più determinante è l’interconnessione europea. La Francia sfrutta la sua centralità per esportare surplus rigido e, soprattutto, per importare riserve flessibili durante i picchi invernali. Per sostenere il nucleare, Parigi ha promosso il riscaldamento elettrico inefficiente (a effetto Joule) per ridurre la modulazione dei reattori, onerosa e lenta.

Ma in periodi di freddo intenso, il picco di domanda (la pointe thermosensible) costringe la Francia a chiedere soccorso al tanto vituperato carbone tedesco.

La conferma si è avuta nel 2022, quando un problema imprevisto di corrosione sotto sforzo ha fermato i reattori di costruzione più recente, mentre erano in corso anche manutenzioni straordinarie sui reattori meno recenti: le luci a Parigi non si sono spente solo grazie alle centrali fossili oltre il Reno.

Il 100% nucleare, infatti, non è mai esistito, neanche in Francia. Perfino nel 1997, all’apice del programma atomico transalpino, le fossili coprivano l’8% dell’offerta elettrica (foto in alto: centrale nucleare di Cruas-Meysse ad Ardèche, in Francia).

Nel 2025, il fossile è sceso al minimo storico del 5% grazie alla crescita delle rinnovabili (26%), che hanno compensato il calo di un parco reattori invecchiato e bisognoso di manutenzioni crescenti (Grand Carénage).

L’opacità dei costi e il peccato originale del nucleare militare

Ma quanto è costato davvero il nucleare francese? Nessuno lo sa con certezza. Il programma civile è stato sviluppato sotto il monopolio statale in congiunzione con quello militare: le due contabilità erano fuse e segrete.

Solo nel 2000, con la Commissione Charpin-Dessus-Pellat, si è tentato di valutare i costi, rivelando che i reattori francesi hanno seguito una traiettoria di costi in costante rialzo (Grubler, 2010), contrariamente a quanto avviene con l’apprendimento tecnologico del solare, dell’eolico e delle batterie.

Oggi il velo è caduto. Come ammesso da Emmanuel Macron: “Senza il nucleare civile non c’è nucleare militare, senza il nucleare militare non c’è nucleare civile”. Promuovere il nucleare significa alimentare indirettamente capacità di vario tipo necessarie agli arsenali atomici.

La storia del programma militare atomico svedese, tenuto segreto fino a metà degli anni ‘80, o l’operazione indiana “Smiling Buddha”, camuffata da ricerca civile, dimostrano come la “proliferazione latente” sia un rischio reale e intrinseco (Feivson, 2007). Chi promuove l’atomo deve assumersi la responsabilità di generare, indirettamente, rischi militari e di proliferazione.

Un passato non replicabile: rifiuti e “diluizione” in mare

I nostalgici del passato nucleare dimenticano come venivano gestiti i rifiuti di media e bassa attività fino al 1993: chiusi in fusti e gettati nell’Oceano Atlantico. Circa il 50% dell’attività radiologica di queste scorie si trova ancora oggi nei fondali europei.

La Francia ha inoltre abusato della sua geografia posizionando l’impianto di riprocessamento di La Hague di fronte a correnti fortissime per “diluire” naturalmente gli effluenti radioattivi.

Oggi la dottrina della “diluizione” si scontra con il diritto internazionale e le proteste dei vicini nordeuropei.

Quell’epoca d’oro lo è solo per la retorica nuclearista: si basava su scorciatoie ambientali oggi legalmente ed eticamente impraticabili.

Il nuovo nucleare: un monumento allo spreco

Se il passato è opaco, il presente del “nuovo nucleare” è un disastro certificato. I progetti di terza generazione avviati in Occidente si contano sulle dita di una mano e sono tutti fallimentari.

Il reattore finlandese di Olkiluoto-3 ha registrato un ritardo di quattordici anni e budget triplicato, mandando in bancarotta la società AREVA, salvata dai contribuenti francesi.

Flamanville-3, in Francia, dopo dodici anni di ritardo e costi esplosi a 23,7 miliardi di euro, a 20 mesi dall’attivazione non è ancora pienamente operativo e dovrà già fermarsi a settembre 2026 per riparazioni straordinarie che dureranno circa un anno. Produrrà elettricità a oltre 160 €/MWh, il triplo di quanto propagandato da alcuni nuclearisti italiani.

Nel Regno Unito, Hinkley Point C è diventata una voragine finanziaria per EDF, che ha dovuto assorbire perdite per oltre 15 miliardi di euro solo negli ultimi due anni.

Per la futura centrale di Sizewell C, gli utenti hanno iniziato a pagare in bolletta da gennaio 2026 per una costruzione non ancora iniziata, con costi stimati di 327 €/MWh.

Perfino il nuovo progetto EPR2, ancora sulla carta, ha visto il budget aumentare del 58% in soli sei anni al netto dell’inflazione. Il nucleare europeo è una filiera incagliata, dipendente dalla Russia per l’arricchimento dell’uranio e incapace di rispettare tempi e costi.

Il mito del nucleare francese come motore di sviluppo industriale

Pochi sanno che, nonostante le tariffe elettriche agevolate per decenni, la competitività industriale francese è in continuo declino, smentendo chi crede che il nucleare sia la chiave del successo manifatturiero.

Si veda la figura, che mostra l’andamento della quota di valore aggiunto manifatturiero sul prodotto interno lordo di quattro paesi europei con politiche energetiche diverse: Francia, Italia, Germania e Danimarca.

Tra questi quattro paesi, la Francia fa peggio, con una tendenza di lungo periodo di chiaro declino. Notare, invece, il forte recupero della Danimarca nell’ultimo periodo, che coincide con la spinta alla decarbonizzazione con le rinnovabili in quel paese.

In particolare, la Danimarca ha contribuito alla prosperità sostenibile sviluppando la filiera dell’eolico, in cui è ancora leader sebbene incalzata dalla Cina. L’eolico è uno dei pilastri della decarbonizzazione a basso costo; ha aumentato sette volte l’elettricità prodotta negli ultimi 15 anni a livello mondiale e continua a crescere.

Questo sviluppo dell’eolico non è stato solo un successo tecnologico, energetico e ambientale, ma ha portato anche a progressi nella democrazia economica e territoriale: l’accettabilità sociale delle turbine eoliche è stata facilitata dagli investimenti partecipati delle comunità nei progetti attraverso il modello cooperativo. Queste sono le vere “comunità energetiche”, non il Frankenstein burocratico, dipendente dai sussidi, che si è improvvisato in Italia usurpando tale definizione.

Il modello dell’eolico danese non è solo distante dal pastrocchio italico ma anche dal solo apparentemente efficiente iper-centralismo francese.

Specializzandosi nell’eolico, la Danimarca ha mantenuto e ampliato la sua base industriale, sia per il vantaggio di un’elettricità effettivamente a basso costo, non abbassata artificialmente da sussidi statali che poi pesano sul debito pubblico, sia per l’apertura di mercati su cui c’è una domanda effettiva, non dipendente dalle manipolazioni del complesso militare-industriale, sia per la partecipazione democratica agli investimenti.

Al contrario, la Francia ha insistito sul nucleare, una tecnologia non competitiva sul mercato che sta in piedi solo grazie ad aiuti di Stato, concessi per finalità militari, palesi o sottotraccia; si veda l’estesa recente disamina di Koplow (2026).

Così facendo, la Francia è da decenni in declino nelle proprie capacità industriali. L’esatto contrario della leggenda metropolitana che narra di un nucleare “necessario” per un’industria competitiva.

In conclusione, il confronto Francia-Germania è spesso usato come artificio retorico per ignorare la complessità. Racconta invece due diverse resistenze al cambiamento: quella francese, incatenata a un passato nucleare di eredità militare che fatica a cedere il passo, e quella tedesca, frenata dalle proprie lobby fossili.

Rilanciare il nucleare oggi non è una strategia: è un accanimento terapeutico pagato dai contribuenti. Inseguire il sogno nucleare significa drenare risorse vitali che potrebbero essere investite subito in rinnovabili, accumuli e reti intelligenti.

La difesa d’ufficio del modello francese ricorda un altro inganno ingegneristico transalpino, la Linea Maginot: imponente sulla carta, ma troppo rigida per le dinamiche reali, e quindi fatalmente aggirata dalla storia. Il futuro è modulare, rapido, economicamente e ambientalmente sostenibile e, non ultimo, intrinsecamente pacifico. Tradotto: come le rinnovabili.

L’articolo è stato pubblicato sul n.2/2026 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo “Francia inefficiente”

La versione integrale in pdf della rivista è riservata agli abbonati di QualEnergia.it PRO.

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