“Le pompe di calore non possono dare lo stesso comfort a tutte le tipologie di edifici e in tutti i climi come lo fa il gas?”

Una recente ricerca curata dalla campagna Coolproducts.eu, che da oltre un decennio si occupa delle direttive ecodesign ed etichetta energetica, ha investigato su quanto c’è di vero in questo famoso refrain, tanto caro anche a molti funzionari ministeriali.

Lo studio si basa su di un sondaggio che ha raggiunto circa 750 famiglie in 22 paesi europei, dalla Norvegia a Malta, dall’Irlanda alla Bulgaria; a questi questionari si sono aggiunte 40 interviste telefoniche ad alcune di queste famiglie, per approfondire le motivazioni del cambiamento e i dettagli dei problemi riscontrati. Lo studio poi affianca un’analisi della letteratura accademica del settore e ne compara i risultati.

Nel campione analizzato la maggior parte delle famiglie che hanno risposto si scaldava in precedenza con gas o gasolio, ma non manca chi è arrivato dalla biomassa e anche una piccola quota di persone che ha abbandonato il teleriscaldamento per la pompa di calore (PdC).

I risultati sono abbastanza sorprendenti: l’85% delle persone contattate si ritiene soddisfatta o molto soddisfatta del passaggio alla PdC e la consiglierebbe agli amici. Il dato è abbastanza omogeneo in tutta Europa con un minimo del 66% in Italia e un massimo del 100% in Germania, Spagna e Polonia.

Anche sul piano dei costi, l’apprezzamento è considerevole: ben il 64% dei rispondenti dichiara di spendere meno in bolletta con il cambiamento a PdC. Il dato è sicuramente influenzato dal fatto che molti hanno anche efficientato la loro abitazione nel momento dell’installazione. Ma il daato è comunque molto rilevante considerando quale gap ci sia nella tassazione dei combustibili fossili in molti paesi membri (si pensi al gasolio agevolato in alcune aree montane) e l’elettricità, sulla quale pesano molti tributi e oneri impropri.

Per ultimo il dato più importante è forse quello della percezione di comfort: l’81% riporta di avere un maggiore comfort dopo il passaggio. Il dato, cosi come i due precedenti, è sovrapponibile con quanto riscontrato negli studi accademici presi in esame.

Insomma, lo studio sembra dimostrare che c’è vita oltre la caldaia a gas, a Malta come a Oslo.

I critici potrebbero avere dubbi su cifre cosi alte e chiedersi se il campione fosse selezionato appositamente tra gli utenti entusiasti. In realtà il dato sorprende anche di più, leggendo la note metodologica dello studio: sebbene abbiano contribuito anche associazioni ambientaliste e dei consumatori, la maggior parte delle risposte al questionario (rigorosamente anonimo) sono state ottenute grazie alle associazioni di categoria di installatori, aziende produttrici e agenzie dell’energia.

Orbene, è intuitivo che quando ci arriva un’email da un’azienda che ci chiede di perdere 10 minuti del nostro prezioso tempo, raramente lo facciamo a meno che non abbiamo delle lamentele da riportare. E in effetti di lamentele lo studio ne individua qualcuna, ma senza che queste influenzino in maniera significativa la soddisfazione generale per l’investimento da parte dell’utente.

Tra i punti deboli che gli utilizzatori segnalano, un po’ dovunque, c’è la scarsa o mancante informazione istituzionale sul prodotto e sugli incentivi e l’assenza di tariffe dedicate per gli utenti di PdC.

Molti degli utilizzatori hanno nel tempo installato anche un impianto solare termico o fotovoltaico a complemento della PdC, trovandone beneficio anche dal punto di vista economico, soprattutto nei paesi dove ancora ci sono le feed-in tariff come la Polonia.

Questo studio è l’ennesimo tassello che arriva a cementare l’idea che ormai si può uscire dal mondo del gas per riscaldarsi senza rimanere al freddo, utilizzando la migliore soluzione di volta in volta possibile per ciascun edificio in ciascun paese.

Nello studio si sono espressamente escluse le famiglie che avessero ancora una caldaia fossile di back up, perché l’idea di base era quella di verificare se e come il riscaldamento da Pdc e solare da solo possa bastare a dare il giusto comfort.

Ma nel mix disponibile per le diverse categorie di edifici figurano senz’altro anche le caldaie ibride, posto che funzionino con almeno il 50% di PdC su base annua, e che possono essere una soluzione importante per gli edifici vincolati o gli appartamenti con riscaldamento autonomo dove una PdC non può entrare ad oggi per mancanza di spazio, in attesa delle evoluzioni della tecnologia.

Dopo la doccia fredda della IEA (Agenzia internazionale per l’Energia) che chiede la messa al bando della vendita di caldaie a gas dal 2025, e quella di IRENA che sconsiglia vivamente l’uso di idrogeno nel comparto del riscaldamento domestico, la battaglia tra gas più o meno decarbonizzati ed elettrificazione dei consumi domestici sembra volgere a favore di questi ultimi e del solare, ributtando di nuovo la palla alle istituzioni europee che in questi mesi stanno decidendo la sorte del nostro futuro energetico in una pacchetto di normative di importanza strategica, il Fit for 55 package, a cui si aggiunge la revisione del regolamento ecodesign e dell’etichetta energetica per le tecnologie di riscaldamento.

Quest’ultima ha fatto saltare sulla sedia molti produttori di caldaie, perché la commissione Europea propone una nuova etichetta che vedrebbe le caldaie a gas nelle ultime classi (la F e la G), mentre le classi più alte sarebbe occupate solo dai prodotti con maggiore efficienza, e in particolar modo da sistemi ibridi e pompe di calore.

Tuttavia questo meccanismo, che solitamente è accompagnato da una data di estromissione dal mercato dei prodotti meno efficienti (la classe G), in questo caso è monco perché la data, nella proposta di revisione ecodesign, non c’è.

Il tema è troppo scottante e troppo politico e la Commissione europea, nonostante tutti i suoi piani di decarbonizzazione e le buone parole, quando si è trattato di togliere dal mercato il principale strumento di utilizzo dei fossili in Europa, la caldaia, ha adottato una strategia attendista.

I ben informati dicono per consentire comunque uno spazio per le caldaie a idrogeno che alcuni stati membri, come l’Italia e il Portogallo, insistono a spingere, per ragioni diverse.

E lo ha fatto anche nella proposta di revisione della direttiva sul rendimento energetico degli edifici. Ovvero lo strumento che rivedrà l’etichetta energetica degli stessi.

Nell’introduzione alla norma, si parla esplicitamente di uscita dal gas nel riscaldamento e si rende esplicito ciò che era implicito, ovvero che gli Stati membri possono mettere al bando le caldaie a gas. Ma non c’è nessun articolo che ne preveda un bando automatico a partire da una certa data, a livello europeo. Vedremo se il Parlamento Europeo la emenderà in questo senso.

Quello che è sicuro è che se vogliamo mantenere fede all’Accordo di Parigi e raggiungere i target di riduzione delle emissioni UE al 2030 e al 2050, dobbiamo agire subito e decarbonizzare il comparto dei riscaldamenti.

Secondo Kyoto Club e Legambiente, promotori della campagna “Per la decarbonizzazione: efficienza energetica e riscaldamento degli edifici in Italia”, serve vietare l’installazione delle caldaie e dei sistemi a fossili a partire già dal 2025, e non dal 2027 come previsto dalla Commissione Ue.

In aiuto della decarbonizzazione del riscaldamento, comunque, dovrebbe arrivare il target settoriale inserito nella bozza di revisione della direttiva sulle energie rinnovabili, che verosimilmente spingerebbe il mercato delle pompe di calore soprattutto in mancanza di abbondanti e disponibili quantità di idrogeno rinnovabile per il riscaldamento; uno scenario davvero poco realistico, quest’ultimo.

Ma anche questo obiettivo settoriale è… nel mirino di molti Stati membri, che non gradiscono un’eccessiva prescrittività sul come raggiungere il target nazionale di rinnovabili, dimenticando che proprio questo, assieme ai trasporti è il settore dove più facilmente sono integrabili.

Ascoltando le voci di corridoio, non è difficile immaginare che tra questi paesi recalcitranti ci sia ancora una volta anche l’Italia. A pensare male si fa peccato, disse Andreotti, ma quasi sempre si indovina.

Kyoto Club e Legambiente, lo scorso 31 gennaio hanno tenuto un webinar proprio sulla decarbonizzazione degli impianti di riscaldamento negli edifici in Italia. A questo link trovate gli atti del convegno, qui sotto il video dell’evento:

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