“Sareste disposti a bruciare la Gioconda per ottenere energia?”
È la domanda con cui si chiude l’appello inviato a Wwf, Legambiente e Greenpeace da 44 firmatari che si definiscono “ambientalisti, attivisti e cittadini per il territorio” (pdf in basso).
Tra loro nomi noti come Corrado Augias, Paolo Crepet, Giuliano Ferrara, Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Susanna Tamaro, Vittorio ed Elisabetta Sgarbi, Erasmo D’Angelis, ma anche Mauro Pili, già presidente della Regione Sardegna e tra i nomi più attivi della campagna anti-Fer sarda.
La lettera parte “con il cuore pesante”, richiama una storia comune di battaglie contro cemento e speculazione e poi accusa le tre associazioni di non essere più riconoscibili. “Guardiamo con sincero dolore alle vostre posizioni sulle concessioni, in zone di pregio ambientale, a mega impianti interessati alla produzione di energia rinnovabile nelle mani delle multinazionali: non riusciamo a capire”.
Secondo i firmatari, Wwf, Legambiente e Greenpeace sarebbero oggi troppo morbide con chi, “approfittando dei timori causati dall’avanzare della crisi climatica”, sarebbe pronto a “sacrificare pezzi interi del paesaggio italiano”. Il paesaggio, scrivono, “non è solo ‘una bella vista’, non è solo panorama: è biodiversità, è stratificazione storica, è l’identità profonda dei territori”.
Il bersaglio sono eolico sui crinali e fotovoltaico a terra. L’appello parla di “spinta d’assalto verso la proliferazione di impianti eolici industriali sui crinali dei nostri Appennini” e di “distese di pannelli fotovoltaici a terra che cancellano suolo agricolo”. Le associazioni, si legge ancora, apparirebbero “persino come i più intransigenti nella difesa di qualsiasi progetto, anche i più inaccettabili”.
La replica delle associazioni
La risposta di Chiara Campione per Greenpeace Italia, Stefano Ciafani per Legambiente e Luciano Di Tizio per Wwf Italia parte dalla stessa immagine scelta dai 44: “Nessuno, e men che mai le nostre tre associazioni ambientaliste, pensa di ‘bruciare la Gioconda’ per produrre energia”.
Poi sposta il fuoco sulla questione climatica: mentre si discute della provocazione, scrivono, Italia ed Europa stanno vivendo “giorni segnati da temperature estreme, città roventi, rischi crescenti per la salute, il lavoro, l’agricoltura e la vita quotidiana delle persone”.
Per le tre associazioni, “la vera domanda, oggi, non è se vogliamo sacrificare il paesaggio alla transizione energetica”, ma se si voglia lasciare che la crisi climatica comprometta proprio “quei paesaggi, quei patrimoni e quelle comunità che diciamo di voler difendere”.
Non è un via libera a qualunque impianto: “Abbiamo detto, e continueremo a dire, no quando occorre farlo”, scrivono Campione, Ciafani e Di Tizio.
La richiesta è semmai quella che manca da anni: aree idonee individuate da Stato e Regioni, “prima di tutto in localizzazioni che non entrino in conflitto con la storia, la natura e la bellezza di questo Paese”. Ma con un punto fermo: “pianificare non può voler dire bloccare”.
Qui sta il nodo politico della polemica. Se ogni progetto diventa un caso nazionale, ogni autorizzazione un’aggressione e ogni investitore uno speculatore, il risultato non è una transizione fatta meglio. È meno transizione.
I tetti e gli “speculatori”
Nell’appello dei 44, la critica ai grandi impianti si accompagna alla solita richiesta di partire da aree compromesse, tetti, capannoni, Cer, autoconsumo e risparmio.
Tutti versanti, aggiungiamo noi, su cui bisogna senz’altro spingere molto più di quanto sia stato fatto finora. E che però non bastano, da soli, alla scala degli obiettivi italiani. Il Pniec prevede circa 131 GW rinnovabili installati al 2030, con quasi 80 GW di solare e 28 GW di eolico. Non si arriva lì solo con coperture, parcheggi e piccoli impianti distribuiti. E il mondo non finisce al 2030 (forse): fare di più già ora sarebbe certo un’ottima idea.
La domanda, dunque, non è se fare grandi parchi FV ed eolici, ma dove farli, come progettarli, quali aree escludere, quali prescrizioni imporre, come evitare concentrazioni eccessive e come far ricadere benefici sui territori.
Secondo i 44 firmatari, poi, dietro molti progetti ci sarebbero “speculatori finanziari nascosti dietro gli eco-mostri che rischiano di distruggere il nostro territorio, senza alcun reale beneficio”. Ma sostituire fonti fossili con Fer significa tagliare emissioni, ridurre importazioni energetiche, aumentare sicurezza e contenere i prezzi nelle ore in cui sole e vento producono.
Quello delle rinnovabili, poi, è un settore economico come gli altri, salvo per il fatto che contribuisce a rallentare il riscaldamento globale e a migliorare la sicurezza energetica, ed è normale che sia spinto dal profitto: perché è comune dare degli “speculatori” a chi progetta e realizza un parco FV ma non, ad esempio, a chi costruisce un ipermercato, apre un ristorante, investe in borsa e via con una lista che potrebbe essere infinita?
L’appello accusa poi i progetti Fer di causare “la crisi di biodiversità, l’umiliazione della cultura e la distruzione del paesaggio”. Gli impatti esistono e vanno valutati caso per caso, soprattutto per eolico e grandi impianti a terra, ma numerose ricerche indicano che i parchi FV, se progettati e gestiti correttamente, possono offrire habitat per impollinatori e altre specie, mentre per quel che riguarda eolico e paesaggio, gli impianti in alcuni casi si sono pienamente integrati tanto che Legambiente pubblica annualmente una guida turistica per visitarli.
Per i progetti maggiori, inoltre, ci sono VIA, osservazioni pubbliche, pareri e prescrizioni spesso pesanti. Iter spesso lenti e migliorabili, ma certo non quel vuoto di regole che consente un arrembaggio al paesaggio, paragonabile al buttare la Gioconda nel caminetto, che sembrerebbe esistere leggendo denuncia dei 44 intellettuali.
Alla fine la differenza è tutta qui. Difendere il paesaggio è necessario, ma usarlo come parola d’ordine per rinviare la parte più rapida della transizione è un’altra cosa. Come scrivono Greenpeace, Legambiente e Wwf, “la priorità degli ambientalisti non è contrapporre la bellezza alla transizione”, ma evitare che l’inazione renda più fragili “i paesaggi, gli ecosistemi, le economie locali, la salute delle persone”.



























