Le proteste delle comunità locali contro le rinnovabili nei propri territori pesa nel dibattito pubblico, ma non sembra trasformarsi automaticamente in una punizione alle urne, per le giunte che autorizzino tali impianti.
La conclusione emerge da uno studio sull’eolico nel Mezzogiorno, dove la presenza di nuovi aerogeneratori non riduce in modo statisticamente significativo il consenso per le amministrazioni regionali uscenti.
Il lavoro, pubblicato sullo European Journal of Political Economy da alcuni ricercatori della Banca d’Italia, analizza 15 anni di dati sulla posa di turbine eoliche, autorizzazioni regionali e risultati elettorali nei comuni del Sud Italia. La questione al centro dello studio è se il fenomeno “Not in My BackYard” (non nel mio cortile o NIMBY) comporti veramente un rischio elettorale per chi governa.
“L’ipotesi di un costo politico associato allo sviluppo delle turbine eoliche a causa di un comportamento di tipo NIMBY appare respinta dai dati”, scrivono i ricercatori.
Scendendo più nel particolare, dallo studio (pdf) emerge inoltre l’assenza di “punizioni elettorali” statisticamente significative per le coalizioni regionali di destra e un rafforzamento del consenso per quelle di sinistra.
Le regioni sono il livello amministrativo più corretto per osservare questa dinamica, perché col decreto legislativo 387/2003 hanno assunto un ruolo centrale nell’autorizzazione dei grandi progetti energetici. È vero che le autorizzazioni coinvolgono anche altri soggetti istituzionali, ma lo studio sottolinea che il procedimento non può avanzare senza il consenso delle regioni interessate.
Un freno dato per scontato
L’eolico italiano resta molto lontano dal tasso di crescita necessario per centrare gli obiettivi al 2030. A fine 2025, la potenza installata era arrivata a 13,6 GW, contro i 12,1 GW del 2023 citati nello studio e contro un obiettivo PNIEC di 28,1 GW al 2030.

Il fenomeno NIMBY viene spesso indicato come uno dei principali ostacoli alla realizzazione degli impianti, ma il problema è che gran parte delle prove disponibili è basata su sondaggi, interviste o casi locali, certamente strumenti importanti, ma che possono sovrastimare la protesta perché tendono a intercettare più facilmente le persone più mobilitate o più insoddisfatte.
Gli autori dello studio, invece di chiedere ai cittadini cosa pensano degli impianti, hanno osservato se l’arrivo delle turbine abbia modificato il voto nel periodo 2010-2020, relativamente agli impianti autorizzati fra il 2005 al 2020. Se davvero gli elettori avessero punito i governi regionali considerati responsabili delle autorizzazioni, il segnale sarebbe dovuto comparire nei risultati delle elezioni successive alle approvazioni degli impianti, ma ciò non è avvenuto.
Da notare che il nuovo installato eolico del 2025, pari a circa 563 MW, è stato meno di un terzo dei 2 GW l’anno che sarebbero serviti già secondo la traiettoria richiamata dai ricercatori della Banca d’Italia. Tale evidenza rende la questione sollevata nello studio ancora più urgente: se il NIMBY non produce un costo elettorale sistematico, il ritardo dell’eolico non può essere spiegato solo con la paura della protesta locale.
Nell’illustrazione, tratta da una versione dello studio risalente al 2024, gli impianti eolici installati nei comuni italiani nel periodo 2005-2020.
Nessuna punizione sistematica
Il risultato principale dello studio è che non emerge una penalizzazione elettorale forte per le amministrazioni regionali uscenti dopo lo sviluppo di impianti eolici. Per le coalizioni di destra l’effetto stimato è negativo, ma non statisticamente significativo. Questo significa che il dato non consente di affermare che ci sia stata una vera perdita di consenso attribuibile all’arrivo delle turbine (Quanto fanno litigare le rinnovabili).
Per le coalizioni di sinistra, invece, lo studio trova un effetto positivo e statisticamente significativo. L’installazione di almeno una turbina nel mandato precedente è associata a un aumento di 7,25 punti percentuali della quota di voto della coalizione uscente di centrosinistra nel modello principale. Il risultato resta positivo anche con controlli aggiuntivi e verifiche di robustezza.
Gli autori interpretano questo effetto come un meccanismo di “rafforzamento positivo”. L’elettore che sostiene una coalizione più identificata con politiche ambientali può leggere la realizzazione dell’impianto come una conferma della coerenza dell’amministrazione. Non è quindi solo l’assenza di una protesta elettorale a essere rilevante, visto che in alcuni contesti, la costruzione dell’impianto può diventare anche un segnale politico premiato dagli elettori.
Dove l’effetto si indebolisce
Lo studio introduce però una cautela importante: l’accettazione locale non è uniforme. Il rafforzamento positivo per le coalizioni di sinistra risulta più debole nei comuni a maggiore penetrazione turistica. Questo dato è coerente con l’idea che il paesaggio, l’attrattività del territorio e la percezione di costi locali possano attenuare il consenso verso gli impianti.
Nei comuni classificati come turistici, cioè con almeno una struttura ricettiva nel 2004, l’effetto positivo per la sinistra scende e non è più statisticamente significativo, mentre per la destra la stima diventa più negativa, pur senza raggiungere significatività statistica. La ricerca segnala che la reazione positiva è più forte per impianti sotto i 200 kW, cioè il cosiddetto mini-eolico, e più debole per impianti più grandi e visibili.
Il problema non sembra essere una contrarietà indistinta alle rinnovabili, ma la distribuzione dei costi percepiti. Dove il turismo è più importante o l’impatto visivo è più evidente, il consenso diventa più fragile. La transizione non viene respinta in blocco, ma viene valutata sulla base di effetti locali concreti, o percepiti come concreti.
“Nel complesso, i dati suggeriscono che i costi politici non sono ciò che sta rallentando lo sviluppo dell’eolico”, dice Federica Daniele, economista della Banca d’Italia e coautrice dello studio, in un post LinkedIn pubblicato dopo l’uscita dell’articolo.
In altre parole, i dati indicano che sarebbe opportuno spostare l’attenzione da un presunto blocco elettorale generalizzato contro l’eolico e le rinnovabili in generale ad altri fattori, come trasparenza delle procedure autorizzative, qualità dei progetti, capacità amministrativa, distribuzione dei benefici e costruzione del consenso territoriale.
Più partecipazione, meno rendita del dissenso
La letteratura richiamata nello studio non nega l’esistenza dell’opposizione locale. Al contrario, molti lavori mostrano che impatto visivo, rumore, trasparenza delle procedure e coinvolgimento delle comunità possono incidere sull’accettazione. In Italia, uno studio su alcune aree della Puglia aveva rilevato malcontento verso autorità locali e sviluppatori, collegato soprattutto a scarso coinvolgimento e poca trasparenza nelle procedure.
La novità è che questa opposizione non è abbastanza ampia o coerente da tradursi, nel campione analizzato, in una punizione elettorale sistematica. Questo non autorizza a ignorare i conflitti locali, ma indica che trattare ogni protesta come un veto politicamente insormontabile può essere una rappresentazione distorta del problema.
La lezione che se ne potrebbe trarre è che, da un lato, le istituzioni possono avere più spazio politico di quanto spesso immaginino per autorizzare impianti ben progettati. Dall’altro, proprio perché l’opposizione si concentra dove i costi locali sono più visibili, serve una maggiore attenzione a strumenti più mirati, come consultazione anticipata, compensazioni territoriali, benefici condivisi, comunità energetiche e criteri localizzativi più trasparenti.
L’eolico italiano non sembra dunque frenato principalmente dalla paura di perdere voti; almeno nel Mezzogiorno continentale e nel periodo 2005-2020, i dati non confermano l’idea che la realizzazione di turbine provochi un castigo elettorale sistematico per chi governa le regioni.
Se il costo elettorale non è il principale ostacolo, allora il ritardo va cercato altrove: nella lentezza delle procedure, nella qualità dei progetti, nella capacità delle amministrazioni e nella debolezza dei meccanismi che restituiscono benefici ai territori. Il NIMBY resta un fenomeno reale, ma, almeno secondo questi dati, non può più funzionare come alibi dei ritardi della transizione.




























