Il più grande errore che gli attori del settore delle rinnovabili possono fare è quello di farsi incastrare in dibattito meramente economico.
Più o meno questo scriveva già molti anni fa Hermann Scheer, uno dei più lucidi pensatori e ideatori della transizione energetica. E, secondo me, aveva ragione.
Se oggi vogliamo davvero parlare di rinnovabili, non possiamo ridurle solo a voci di bilancio o opportunità di mercato. Va bene, lo scriviamo sempre: hanno pieno diritto di essere il nuovo potente attore del mercato dell’energia.
Ma il loro grande valore sta nella dimensione sociale, nella visione di un nuovo modello che sono in grado di portare con sé: più equo, più democratico, più solidale.
Chi ha scelto di lavorare, a vario titolo, in questo settore 10, 20 o 30 anni fa probabilmente aveva proprio questo in mente: una spinta ideale, un’affermazione etica, una volontà di cambiare il mondo attraverso l’energia.
Quell’ispirazione originaria si è forse un po’ persa, travolta dalle logiche del profitto, dall’ossessione per le performance finanziarie, dai compromessi con modelli che nulla hanno di trasformativo?
Una delle premesse di quella visione era che quel forte divario tra Nord e Sud del mondo nasceva (ed è ancora così) da un sistema energetico basato sulle energie fossili e nucleari, fonti centralizzate, controllate geopoliticamente e militarmente.
Un sistema che ha generato squilibri, ha alimentato conflitti e reso possibile il predominio di alcuni paesi su altri, in un intreccio tra energia, armi e dominio.
Per questo le fonti rinnovabili, proprio per la loro capillarità sul territorio, la vicinanza alle comunità, la possibilità di essere gestite localmente, erano, e ancora sono viste, anche come strumenti di democrazia e di liberazione: decentralizzano il potere, riducono l’esclusione tecnologica e possono restituire sovranità ai territori e alle popolazioni.
Dalla mancanza di accesso all’energia e dalla dipendenza tecnologica nasce spesso l’oppressione sociale e politica che ancora oggi condanna milioni di persone: interi popoli non riescono a sviluppare le economie autonomamente e a non riescono a giungere alla propria autodeterminazione.
La sovranità energetica è un diritto etico. E le rinnovabili dovrebbero essere al servizio di questo diritto.
Se crediamo in tutto questo, allora, dobbiamo ammettere che le energie rinnovabili non sono affatto neutrali. Possono essere strumenti di libertà o di greenwashing, a seconda di come e da chi vengono usate.
Insomma, l’energia solare, nelle sue forme dirette e indirette, deve farci luce anche per indicarci la strada della libertà, della pace e della democrazia.
Oggi ci crediamo ancora?
Qualche dubbio nasce quando osserviamo il silenzio, l’indifferenza e, in alcuni casi, la scarsa presa di posizione di aziende, associazioni e operatori dell’informazione, anche del nostro settore, di fronte a quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, un’ingiustificabile punizione collettiva, un genocidio e una catastrofe umanitaria imposta sotto un duro controllo coloniale, davanti agli occhi del mondo, spesso nel silenzio delle istituzioni.
E, dunque? Non ci sono risposte semplici, né verità assolute da imporre. Ognuno risponde e risponderà con la propria coscienza (QualEnergia.it ha intanto scelto una sua modalità).
Ma una cosa mi permetto di dirla. Se ti occupi di qualcosa che un tempo ritenevi morale ed etico, se ti presenti al mondo come parte del movimento per le “energie pulite”, dovresti riconoscere da che parte stare. Sicuramente da quella della pace, dei diritti umani e dalla parte dei più deboli.
Le rinnovabili non sono solo tecnologie, ma scelte politiche, culturali, e soprattutto una promessa per qualcosa di meglio. E da come sapremo utilizzarle e raccontarle, insieme a tutto ciò che gli ruota attorno, dipenderà la credibilità del nostro impegno per un futuro più giusto.



























