In alcuni contesti geopolitici, le fonti rinnovabili, una delle soluzioni più concrete per affrontare i cambiamenti climatici e ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, rischiano di essere piegate a logiche che nulla hanno a che vedere con la sostenibilità e la giustizia climatica.
È il caso di Israele, dove – secondo il report pubblicato ad agosto 2024 dal centro di ricerca Who Profits, dal titolo “Greenwashing Dispossession: the Israeli Renewable Energy Industry” (allegato in basso), una parte rilevante degli impianti fotovoltaici si trova nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania, all’interno o nei pressi di insediamenti illegali secondo il diritto internazionale.
Israele ha certamente compiuto importanti passi avanti nello sviluppo delle energie rinnovabili, in particolare del fotovoltaico, con l’obiettivo di superare i 10 GW di capacità installata entro il 2030. Tale espansione è sostenuta da incentivi pubblici e da partnership con aziende statunitensi ed europee, anche italiane.
Tuttavia, il report documenta come almeno 16 impianti fotovoltaici siano oggi attivi all’interno di colonie israeliane situate in Area C della Cisgiordania, il territorio sotto controllo militare israeliano dal 1967. Si tratta di impianti installati su tetti industriali, terreni agricoli o come microgrid isolate, nessuno dei quali fornisce energia alle comunità palestinesi vicine, ma solo alle colonie israeliane.
Ci sono 8 impianti che si trovano su tetti industriali, 6 sono impianti a terra presso colonie agricole e 2 sono sistemi off-grid destinati a milizie o privati, che vanno da 600 kW di capacità a quasi 11 MW.
Le potenze occupanti, secondo l’art. 55 della IV Convenzione di Ginevra, non possono utilizzare le risorse naturali dei territori occupati per fini propri o esclusivi della propria popolazione. La produzione di energia rinnovabile a fini commerciali in questi contesti è dunque una violazione del diritto internazionale.
Nuove installazioni e progetti eolici nel Golan
Oltre agli impianti già operativi, il report segnala almeno 7 nuovi progetti fotovoltaici in fase di approvazione o costruzione, sempre in Cisgiordania, con beneficiari esclusivi le colonie israeliane.
Questi impianti sorgono spesso su terreni confiscati, con accesso privilegiato a permessi di connessione e incentivi fiscali negati alle comunità palestinesi.
Il documento denuncia inoltre la pianificazione di tre progetti eolici nelle Alture del Golan, territorio siriano occupato da Israele dal 1967. In particolare, nella zona di Majdal Shams, la popolazione drusa ha protestato contro l’esproprio forzato di terreni, l’assenza di consultazione pubblica e la preoccupazione per la militarizzazione delle infrastrutture e del territorio ad esse collegato.
Aziende coinvolte e partnership internazionali
Nel report sono citate diverse aziende israeliane coinvolte, con vari livelli di complicità e responsabilità:
- Energix Renewable Energies, attiva in insediamenti come Gilo e Tekoa;
- Shikun & Binui Energy, presente in progetti pubblico-privati nelle colonie;
- Doral Group, con progetti anche a biogas nelle aree occupate;
- Enlight Renewable Energy e Teralight, impegnate anche in progetti di agrivoltaico;
- EDF Renewable Energies Israel, attiva con grandi impianti nel Naqab, area dove si denuncia l’esproprio e lo spostamento forzato della popolazione beduina.
Per il settore eolico, alcune turbine provengono da General Electric, evidenziando il coinvolgimento anche di fornitori internazionali.
Alcune di queste aziende partecipano a fiere del settore green in Europa, ricevono finanziamenti da fondi ESG e collaborano con università. Diverse aziende israeliane hanno rappresentanze o capitali in Italia in aziende EPC e della distribuzione dei prodotti.
Disuguaglianza energetica e greenwashing
Il report evidenzia come oltre il 30% dei villaggi palestinesi in Area C non sia collegato alla rete elettrica israeliana. Numerosi progetti fotovoltaici proposti da Ong o comunità palestinesi sono stati bloccati o demoliti dalle autorità israeliane, ufficialmente per mancanza di autorizzazioni.
Questa situazione evidenzia una contraddizione profonda: le stesse tecnologie che dovrebbero promuovere inclusione energetica e resilienza climatica, sono invece impiegate per rafforzare il controllo territoriale e l’esclusione sociale.
Una riflessione per l’Europa e per il settore
La realizzazione di impianti a fonti rinnovabili nei territori occupati dovrebbe interrogare anche operatori, aziende, associazioni di categoria e decisori pubblici europei, che spesso intrattengono rapporti economici e istituzionali con queste imprese senza verificare la filiera territoriale ed etica dei progetti.
Come abbiamo ricordato nel nostro recente avviso, ogni watt solare, eolico o prodotto da altra fonte rinnovabile non può prescindere da un impatto sociale e politico positivo. La transizione energetica deve fondarsi su equità, diritti umani e giustizia climatica, altrimenti rischia di diventare – anche inconsapevolmente – strumento di oppressione.
Allora è lecito domandarsi se gli operatori italiani ed europei del settore vogliano verificare la trasparenza della filiera energetica israeliana oppure quali potrebbero essere gli strumenti per impedire che la transizione ecologica alimenti, anche indirettamente, l’ingiustizia sociale e la violazione dei diritti umani.
Sono domande che ci stiano ponendo da tempo, ma che trovano ancora poca sponda anche nel comparto delle rinnovabili e dell’efficienza energetica in Italia e in Europa.
- Report di Who Profits (pdf)




























