Stretto di Hormuz, oltre l’energia. La posta in gioco nascosta

Dal gas ai campi agricoli: la filiera invisibile che lega Hormuz alla sicurezza alimentare. Il Golfo Persico non è solo un hub energetico, ma un nodo integrato di un unico sistema: energia, chimica e agricoltura.

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La crisi nello Stretto di Hormuz viene letta quasi esclusivamente in chiave energetica. Ma è una semplificazione.

Quello che si muove lungo quella rotta non è solo petrolio o gas, ma una parte essenziale della chimica che sostiene l’agricoltura globale. Ammoniaca e urea – i principali fertilizzanti azotati – dipendono in modo diretto dal gas naturale, e la loro disponibilità è fortemente legata agli equilibri geopolitici di quell’area.

Quando si altera quel sistema, l’effetto non si ferma ai mercati energetici, ma si propaga lungo una filiera molto più ampia, arrivando rapidamente nei campi e, infine, nei prezzi del cibo.

Ammoniaca e urea: i pilastri dell’agricoltura globale

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Oggi nel mondo si producono circa 240 milioni di tonnellate di ammoniaca all’anno, e oltre l’80% viene utilizzato in agricoltura.

L’urea, il fertilizzante azotato più diffuso, è la spina dorsale di questo sistema. La sua produzione e il suo commercio sono fortemente concentrati in poche aree geografiche, con il Golfo Persico che ha un ruolo centrale.

I Paesi dell’area – Iran, Qatar, Arabia Saudita, Emirati – rappresentano quote decisive dell’export globale: circa il 49% dell’urea scambiata e il 30% dell’ammoniaca provengono da Paesi esposti a questa regione.

Hormuz: un choke point strategico per gas e cibo

Il punto critico è che gran parte di questi flussi passa attraverso un unico choke point.

Circa un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti via mare transita nello Stretto di Hormuz, pari a circa 16 milioni di tonnellate, e fino al 30% delle esportazioni globali di fertilizzanti dipende direttamente da questa rotta.

Se si guarda solo all’urea, la concentrazione è ancora più evidente: fino al 46% dei flussi globali è legato al Golfo. In altri termini, una quota enorme dell’azoto che finisce nei campi passa da uno stretto largo poche decine di chilometri.

Questo crea una relazione diretta e poco visibile tra energia e produzione alimentare. L’ammoniaca è, a tutti gli effetti, gas naturale trasformato: il costo dell’energia è la componente dominante del processo produttivo.

Ne deriva una catena estremamente sensibile: il gas determina il costo dell’ammoniaca, l’ammoniaca determina il costo dei fertilizzanti, e i fertilizzanti influenzano in modo sostanziale le rese agricole.

È una filiera lunga, ma sorprendentemente veloce nel trasmettere gli shock.

Prezzi in salita e traffici in calo

Le tensioni delle ultime settimane lo hanno reso evidente. Con la quasi paralisi dello Stretto, i prezzi dell’urea sono saliti rapidamente del 30-40%, con punte fino al +47% e valori intorno a 684 $/tonnellata.

In alcuni mercati, come quello statunitense, i fertilizzanti azotati sono passati da circa 350 a oltre 600 $/tonnellata in pochi mesi. Allo stesso tempo, il traffico marittimo nella regione è crollato fino all’80%, riducendo drasticamente la disponibilità fisica di prodotto.

Il Golfo: hub della chimica agricola

Il Golfo Persico non è solo un hub energetico, ma un nodo integrato energia-chimica.

Oltre all’azoto, la regione produce circa il 44% dello zolfo globale esportato, elemento chiave per la produzione di fertilizzanti fosfatici, e circa il 20% dei fertilizzanti fosfatici mondiali.

Questo significa che una perturbazione in quell’area non colpisce solo l’azoto, ma l’intero equilibrio dei nutrienti agricoli.

L’Iran si inserisce in questo quadro come elemento strutturalmente rilevante.

È tra i principali esportatori globali di urea, con circa 5 milioni di tonnellate annue, pari a circa il 10% del commercio mondiale, e dispone di una base produttiva fortemente legata alle sue riserve di gas.

Il giacimento di South Pars, uno dei più grandi al mondo, alimenta non solo il sistema energetico interno, ma anche la produzione di ammoniaca. Qualsiasi instabilità su questa infrastruttura ha quindi un effetto moltiplicativo sull’intera filiera.

Agricoltura sotto pressione globale

Il passaggio decisivo è quello che porta dall’energia al cibo. L’azoto è uno degli elementi più determinanti per le rese agricole e, in molte colture intensive, una fertilizzazione adeguata può aumentare la produttività anche oltre il 50%.

Quando il costo dei fertilizzanti aumenta o la loro disponibilità si riduce, gli agricoltori reagiscono rapidamente: riducono le dosi, cambiano colture, comprimono gli input.

Negli Stati Uniti, ad esempio, si osservano già spostamenti da mais, molto intensivo in fertilizzanti, a soia, meno esigente.

Questo adattamento ha un costo che non è distribuito in modo uniforme. Nei Paesi avanzati si traduce principalmente in prezzi più alti. Nei Paesi più fragili, invece, può significare una riduzione diretta delle rese e quindi della disponibilità di cibo.

Un sistema fragile e le vie d’uscita

A rendere il sistema ancora più instabile intervengono effetti indiretti che amplificano lo shock: aumento dei costi di trasporto e assicurazione, riduzione della produzione per il caro gas e restrizioni all’export da parte di diversi Paesi. Il risultato è un mercato meno liquido e più volatile.

Questa fragilità è il prodotto di un modello efficiente ma poco resiliente, basato su concentrazione geografica, dipendenza dal gas fossile e filiere centralizzate.

Ridurre questa vulnerabilità significa evolvere il sistema: ammoniaca da idrogeno rinnovabile, uso di CO₂ non fossile, nutrienti circolari e maggiore efficienza nell’uso dell’azoto.

Anche l’Italia può giocare un ruolo, soprattutto nel Mezzogiorno, integrando energie rinnovabili e chimica verde per creare nuove filiere industriali.

La crisi nello Stretto di Hormuz rende evidente una connessione spesso trascurata: energia, chimica e agricoltura sono parti di un unico sistema. Ripensare i fertilizzanti significa rafforzare non solo la sostenibilità, ma anche la sicurezza economica e alimentare globale.

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