Come e quanto l’industria fossile debba riorientare le sue attività per inquinare meno e investire di più nelle fonti rinnovabili, è uno dei temi più controversi nel dibattito globale sulla “transizione energetica”.

Così l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA, International Energy Agency) ha pubblicato un rapporto scritto in collaborazione con il World Economic Forum (WEF), Oil and Gas Industry in Energy Transition (link in basso), per chiarire cosa dovrebbero fare le compagnie fossili per contribuire a questa transizione.

E proprio oggi, martedì 21 gennaio, è iniziato il vertice internazionale sull’economia a Davos, in Svizzera, dove la lotta contro il cambiamento climatico sarà al centro dell’attenzione.

Difatti, i rischi climatici sono quelli che più di tutti stanno turbando il sonno degli investitori, secondo una ricerca appena diffusa dal WEF: parliamo di eventi meteorologici estremi, disastri naturali, più in generale del fallimento delle misure messe in campo da governi e aziende per contrastare gli effetti più virulenti del surriscaldamento terrestre.

Perfino il più grande gestore mondiale di fondi d’investimento, BlackRock, ha dichiarato qualche giorno fa che tutti i governi, le società e i singoli investitori devono confrontarsi con i rischi associati al cambiamento climatico e prepararsi a una profonda redistribuzione dei capitali, che sempre più dovranno essere indirizzati verso le tecnologie a basso impatto ambientale.

L’industria fossile, afferma la IEA nel rapporto, può giocare un ruolo molto più rilevante rispetto a oggi per migliorare la sua sostenibilità ambientale, grazie alla sua capacità finanziaria e alle sue competenze tecnologiche in diversi campi.

Finora le aziende che producono petrolio e gas hanno investito pochissimo al di fuori dei loro settori tradizionali, meno dell’uno per cento degli investimenti totali, evidenzia la IEA nel grafico seguente, tratto dal documento.

Qualcuno ha cominciato a diversificare le sue attività puntando sulle rinnovabili (eolico e solare in particolare: qui un esempio con l’ultima acquisizione di Shell), sulla mobilità elettrica e sulle batterie per l’accumulo energetico, ma si tratta ancora di poche gocce in un mare di combustibili inquinanti.

Nel complesso, si legge nel rapporto (traduzione nostra dall’inglese, con neretti), “ci sono pochi segnali del vasto cambiamento nella distribuzione dei capitali che è richiesto per portare il Pianeta su un percorso maggiormente sostenibile”.

Allora cosa possono fare i petrolieri?

Innanzi tutto, spiega la IEA, l’industria fossile potrebbe diminuire in modo relativamente facile e veloce le emissioni che derivano dall’estrazione, produzione e trasporto di combustibili fossili, ad esempio riducendo le fughe/dispersioni di metano, eliminando la pratica del flaring e integrando l’energia elettrica rinnovabile nelle sue operazioni upstream.

E poi grazie alla loro ampia disponibilità di capitali e competenze tecniche, le industrie che oggi puntano tutto su petrolio e gas potrebbero aiutare certe tecnologie a raggiungere la piena maturità commerciale, tecnologie ancora molto costose che però potrebbero contribuire su vasta scala a de-carbonizzare il mix energetico mondiale in tutti i settori, inclusi i trasporti.

Si parla, infatti, di sistemi CCUS (carbon capture, utilisation and storage) per catturare le emissioni di CO2 delle raffinerie e di altri impianti industriali, idrogeno verde prodotto con fonti rinnovabili, biometano, biocombustibili avanzati.

Si tratta, insomma, chiarisce la IEA, di uscire dalla “comfort zone” trasformandosi da compagnie oil & gas in compagnie energetiche, capaci di produrre e commercializzare carburanti di diverso tipo, energia elettrica rinnovabile, servizi di efficienza energetica.