L’attuale assetto degli approvvigionamenti di energia in Europa, con una quota dominante dei fossili, “è chiaramente insostenibile”.
Lo sostiene la presidente della Bce, Christine Lagarde, in un discorso durante una conferenza sul clima organizzata a Francoforte dallo stesso istituto finanziario, insieme alla Frankfurt School e al Cetex.
L’Ue importa circa il 60% della sua energia, ha ricordato Lagarde, “quasi interamente sotto forma di combustibili fossili”, e l’impennata odierna dei prezzi dell’energia “ci ricorda il costo di questa dipendenza”.
Le fonti alternative rappresentano “la strada più chiara per minimizzare il trade-off tra gli obiettivi della politica energetica europea: sicurezza, sostenibilità e accessibilità economica”.
Gli studi della Bce sull’attuale shock energetico hanno inoltre dimostrato che i Paesi con una quota maggiore di elettricità proviene da fonti non fossili, come Spagna e Portogallo, sono stati “più protetti dall’aumento dei prezzi del gas”.
Un fenomeno osservato di recente anche dal think tank energetico Crea (si veda Rinnovabili e bollette: risparmi fino a 8,5 miliardi nei Paesi Ue più “verdi”).
Secondo l’istituto, i consumatori dei cinque Stati Ue con la più alta quota di produzione rinnovabile nel mix energetico (Danimarca, Finlandia, Francia, Svezia e Slovacchia) risparmieranno quest’anno fino a 8,5 miliardi di euro sulle bollette: la spesa energetica risulterà circa il 58% più bassa rispetto a quella sostenuta nei Paesi ancora più dipendenti dalle fonti fossili, tra cui Polonia, Italia, Grecia, Estonia e Paesi Bassi.
Spagna e Portogallo hanno registrato una diminuzione del 53% della sensibilità agli shock tra il 2022 e il 2025. Parallelamente, gli analisti del Crea hanno osservato una crescita del 21% nella loro produzione di energia pulita, trainata da un aumento del 74% della produzione da fotovoltaico che ha contribuito per quasi un quinto alla generazione totale di energia elettrica nel 2025, eguagliando il gas.
Per effetto di tutto ciò, lo scorso anno, per ogni aumento di 1 euro del prezzo del gas, la zona di produzione congiunta di Spagna e Portogallo ha registrato un aumento di 0,089 euro per MWh, il terzo più basso del blocco Ue.
L’Europa esposta agli shock climatici
Nell’analisi presentata ieri, 5 maggio, in occasione della conferenza, la Bce descrive un’Europa sempre più esposta agli effetti economici del riscaldamento globale: eventi climatici estremi più frequenti, perdita di produttività, danni alle infrastrutture, crisi agricole e maggiore incertezza per imprese e mercati stanno già riducendo il potenziale di crescita dell’economia europea.
L’istituto di Francoforte cita studi secondo cui il Pil pro capite globale sarebbe oggi superiore di oltre il 20% se il riscaldamento osservato tra il 1960 e il 2019 non si fosse verificato. Anche se l’impatto annuale può sembrare limitato, spiega la Bce, la persistenza del fenomeno produce effetti cumulativi enormi nel lungo periodo.
Il documento lega direttamente la crisi climatica alla questione energetica. La dipendenza europea dai combustibili fossili importati viene indicata come una delle principali fonti di vulnerabilità macroeconomica dell’Eurozona. Gli shock energetici degli ultimi anni hanno dimostrato come il prezzo di gas e petrolio possa trasmettersi rapidamente all’inflazione, ai costi industriali e ai consumi delle famiglie. Per questo la Bce considera la transizione energetica anche come una strategia di resilienza economica.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ricorda la Bce, l’inflazione dell’area euro arrivò al 10,6% nell’ottobre 2022 proprio per effetto dell’impennata dei prezzi energetici. E oggi, con le nuove tensioni geopolitiche e commerciali, il rischio si ripresenta. Nel discorso della presidente Lagarde si sottolinea che l’attuale shock energetico ha già riportato l’inflazione complessiva dell’Eurozona al 3%, con i prezzi dell’energia in crescita del 10,9% su base annua.
L’Eurotower dedica ampio spazio anche agli effetti della transizione energetica sugli investimenti. La riconversione da un’economia ad alta intensità di carbonio a una basata su tecnologie pulite richiederà investimenti aggiuntivi compresi tra il 2,7% e il 3,7% del Pil europeo ogni anno fino al 2030.
Non si tratta, osserva la Bce, di semplici aggiustamenti marginali, ma di una trasformazione radicale del capitale produttivo europeo. Secondo le indagini condotte dalla stessa banca centrale, circa tre quarti delle imprese ritengono che la crisi climatica abbia già costretto a ripensare le proprie strategie di investimento. Dopo la digitalizzazione e l’efficientamento, la transizione energetica è oggi indicata dalle aziende come uno dei principali motori della crescita degli investimenti nell’Eurozona.
L’istituto riconosce però anche i costi e le complessità della decarbonizzazione. L’introduzione di nuovi sistemi europei di scambio delle emissioni, come l’Ets2 destinato a trasporti e riscaldamento degli edifici, potrebbe produrre pressioni inflazionistiche nel breve periodo.
Nello scenario base elaborato dall’Eurosistema, il nuovo mercato europeo della CO2 potrebbe aggiungere circa 0,2 punti percentuali all’inflazione nel 2028. Tuttavia, l’istituto sottolinea che i rischi economici dell’inazione climatica sarebbero molto più elevati.




























