L’industria petrolifera sta scommettendo su una forte crescita della domanda di plastica che però non si concretizzerà, frenata dalle politiche che molti Stati stanno mettendo e metteranno in atto.

Questo mette a rischio 400 miliardi di dollari di investimenti: un ulteriore danno a un’industria del petrolio che già ha davanti un futuro fosco per via della transizione energetica in atto.

A metterlo in evidenza è Carbon Tracker, think thank che si concentra molto sulla questione degli stranded asset, gli investimenti sbagliati, in primis in fossili, che rischiano di rimanere “incagliati” perché obsoleti rispetto alle trasformazioni in corso, procurando danni economici e rallentando il cambiamento necessario.

Gli scenari centrali di BP e IEA – si legge nel report di CT “Breaking the Plastic Wave” – implicano che la domanda di plastica sarà il principale driver della crescita della richiesta di petrolio, rappresentando rispettivamente il 95% e il 45% dell’aumento fino al 2040, visto il calo relativo previsto per i consumi nei trasporti.

Si stima che la crescente pressione per ridurre l’uso della plastica – ormai una preoccupazione pubblica mondiale – potrebbe ridurre la crescita della domanda di plastica vergine dal 4% all’anno a meno dell’1%, con un picco della domanda nel 2027.

L’industria del petrolio, dunque, perderà il suo motore di crescita principale, rendendo più probabile – si legge – che la domanda di greggio abbia raggiunto il picco già nel 2019.

L’industria petrolchimica – fanno notare gli analisti – sta già affrontando prezzi record dei materiali in plastica a causa di una massiccia sovraccapacità. Eppure, prevede di espandere l’offerta di plastica vergine di un quarto, per un costo di almeno 400 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni, rischiando enormi perdite per gli investitori.

L’industria della plastica per Carbon Tracker è “a bloated behemoth, ripe for disruption”, cioè, in una traduzione che rende solo in parte la forza dell’originale “un colosso gonfio, pronto per essere distrutto”.

La plastica – si sottolinea – impone alla società esternalità negative per almeno 1.000 dollari per tonnellata, o 350 miliardi $ all’anno, dall’emissione di anidride carbonica, ai costi sanitari associati da gas nocivi, ai costi di raccolta e la crescita allarmante dell’inquinamento oceanico (vedi grafico).

Eppure – si denuncia – la plastica riceve più sovvenzioni che tasse, e fino a poco tempo fa c’erano pochissimi vincoli sull’uso. Nel frattempo, il 36% della plastica viene utilizzata una sola volta, il 40% finisce per inquinare l’ambiente e meno del 10% viene effettivamente riciclato.

Sono già disponibili – si osserva – soluzioni tecnologiche economicamente convenienti per una massiccia riduzione dell’utilizzo di plastica, dal riutilizzo, con una migliore progettazione e regolamentazione del prodotto, all’uso di materiali alternativi, fino a un grande aumento del riciclaggio.

I responsabili politici in Europa e Cina stanno già adottando misure per ridurre i rifiuti in plastica e dispongono di un’ampia gamma di strumenti che possono utilizzare, dalla regolamentazione e dai divieti alle tasse, agli obiettivi e alle infrastrutture di riciclaggio.

L’Ue, ad esempio, nel luglio 2020 ha proposto una tassa di 800 €/t sui rifiuti di plastica non riciclata, mentre la Cina ha aspirazioni normative simili e ha iniziato a vietare alcuni tipi di plastica. Una grande svolta dal gigante asiatico è arrivata nel 2018, quando il paese chiuso gran parte della sua filiera dell’importazione e il trattamento dei rifiuti di plastica – la più grande al mondo – costringendo gli esportatori a risolvere il problema dei rifiuti a casa.

Il rapporto rileva una stagnazione della domanda nei mercati sviluppati e un balzo in avanti nei mercati emergenti. Come si è visto in altre aree del sistema energetico, la domanda di plastica dell’OCSE ristagna, mentre i leader dei mercati emergenti sono alla ricerca di soluzioni alternative.

Un ulteriore elemento critico che mostra come il quadro roseo sulla domanda dipinto dagli operatori storici sia un’illusione – si aggiunge – sono gli effetti dell’azione politica globale per affrontare il cambiamento climatico: la plastica rilascia circa il doppio di CO2 rispetto alla produzione di una tonnellata di petrolio.

Se si ipotizzano 350 Mt di domanda di plastica con un’impronta di carbonio totale di circa 5 tonnellate di CO2 per tonnellata di plastica, ciò significa 1,75 Gt di CO2.

La continuazione degli attuali tassi di crescita vedrebbe l’impronta di carbonio della plastica raddoppiare entro la metà del secolo a circa 3,5 Gt. Eppure, l’accordo di Parigi implica che le emissioni globali di CO2 (33 Gt dal settore energetico nel 2018) dovranno dimezzarsi entro il 2030 e arrivare a zero entro la metà del secolo.