Con la guerra la bolletta energetica delle imprese aumenta tra 7 e 21 mld €

La “Congiuntura flash” del Centro studi Confindustria: la tregua non frena il costo di petrolio e gas. Intanto i leader europei provano a trovare la quadra.

ADV
image_pdfimage_print

Quanto potrebbero aumentare nel 2026 i costi energetici per le imprese italiane, considerando i diversi scenari per la guerra in Medio Oriente?

A rispondere è il Centro studi Confindustria nella sua “Congiuntura flash” di aprile (disponibile in basso).

Una prima ipotesi è che il conflitto termini a giugno con un petrolio a 110 dollari di media fino a quel momento, che riprendano i flussi commerciali precedenti e che la capacità produttiva dei Paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale.

In questo quadro le nostre aziende manifatturiere si troverebbero a pagare 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025.

Inoltre, l’incidenza della spesa energetica sul totale dei costi sostenuti dalle imprese risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026.

Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari di media annua, le aziende pagherebbero 21 miliardi in più rispetto al 2025 e l’incidenza della spesa energetica sui bilanci salirebbe dal 4,9% al 7,6%.

In questo caso si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), “non sostenibili per le nostre imprese”, secondo Confindustria, che “vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa sia a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.

Già nel 2025, comunque, a causa degli strascichi sui prezzi delle fossili dell’impennata 2022, la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza delle bollette sui costi aziendali passata dal 3,9% ante Covid al 4,9% dello scorso anno.

Più in generale Confindustria evidenzia come l’impatto dello shock energetico sia già presente in molti dati economici nazionali: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi.

A reggere sono invece gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono stati sostenuti dalle risorse Pnrr.

La situazione di petrolio e gas

Il Centro studi conferma quello che appare evidente: il prezzo del petrolio resta alto a prescindere dalla traballante tregua in Medio Oriente, incidendo sulla disponibilità attuale e su quella potenziale nell’immediato futuro.

Ad aprile il costo del barile è a una media di 102 dollari, contro i 99 di marzo, segnando un aumento di 40 dollari sulla media di dicembre 2025.

Il costo del gas, invece, si è un po’ moderato in aprile, attestandosi a 48 €/MWh, scendendo dai 53 di marzo, ma rimanendo a quasi il doppio dei 28 di dicembre dello scorso anno.

A tal proposito si ricorda che secondo il ministro Gilberto Pichetto Fratin la soglia per immaginare una riattivazione delle centrali a carbone è fissata a 70 €/MWh di prezzo gas.

Non aiuta a calmierare i rincari energetici Ue, secondo Confindustria, neanche il fatto che il dollaro si sia fermato a 1,16 sull’euro in aprile, dopo il rafforzamento a marzo.

I timori delle imprese

Nella congiuntura flash sono inseriti anche i risultati di un questionario somministrato a marzo per una “Indagine rapida sull’attività nell’industria italiana”, con un campione di soci Confindustria.

In particolare, le preoccupazioni delle aziende si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia, indicato come criticità dal 25% dei rispondenti, i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%).

Nel complesso, spiega il documento, “i risultati evidenziano come le pressioni sui costi risultino più rilevanti rispetto alle difficoltà di approvvigionamento: le tensioni in atto sui prezzi di input quotati sui mercati internazionali, sia energetici sia non energetici, appaiono per ora riconducibili a dinamiche speculative (basate sull’attesa di futura scarsità), più che a vincoli di disponibilità fisica”.

In particolare, “questo è vero soprattutto per il petrolio, la commodity più colpita dalla guerra: sui prezzi (subito) e sui volumi (tra qualche mese). In una prospettiva di più lunga durata del conflitto emergono segnali di crescente attenzione anche ai rischi di approvvigionamento di input, cioè alla carenza di volumi”.

I prossimi vertici sulla crisi energetica

I timori degli industriali sono gli stessi della politica europea, che ha previsto questa settimana due appuntamenti di confronto per provare a dettare la strategia.

Oggi (21 aprile) è indetta una “videoconferenza informale dei ministri dei Trasporti”, come viene definita sul sito web del Consiglio europeo.

All’ordine del giorno c’è l’impatto dei recenti sviluppi geopolitici in Medio Oriente, in primis per l’aspetto dei carburanti.

Il 23 e il 24 aprile, invece, i leader europei (tra cui Giorgia Meloni) si incontreranno a Nicosia per discutere di Medio Oriente e, tra i vari temi in agenda, ci sono prezzi raggiunti nel mercato delle fonti fossili e gli strumenti a disposizione dell’Ue per frenarli.

Inoltre, si discuterà dell’attuazione delle decisioni adottate nella riunione del Consiglio europeo del 19 marzo 2026, quando si parlò anche di energia ed Ets (Consiglio europeo, prime modifiche all’Ets “nei prossimi giorni”).

ADV
×
Privacy Policy Cookie Policy