L’uscita degli Emirati Arabi Uniti (UAE) dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) è molto più di una disputa sulle quote petrolifere.
È il segnale che una delle monarchie più influenti del Golfo Persico vuole monetizzare più rapidamente le proprie riserve di greggio in una fase di crescente elettrificazione dell’economia mondiale, ridurre i vincoli sauditi e rafforzare il proprio spazio di manovra in una regione resa più instabile dalla guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il ministro dell’Energia emiratino Suhail al-Mazrouei ha presentato la scelta come una “decisione nazionale sovrana fondata sulla visione strategica ed economica di lungo termine degli Emirati”. La spiegazione ufficiale insiste sulla flessibilità produttiva, ma il nodo dello Stretto di Hormuz, gli attacchi iraniani, il raffreddamento dei rapporti con l’Arabia Saudita e la ricerca di un canale privilegiato con gli USA rendono l’uscita dall’OPEC anche una scelta industriale, diplomatica e strategica.
La decisione, annunciata il 28 aprile e destinata a diventare effettiva il primo maggio, chiude quasi sei decenni di partecipazione emiratina al cartello petrolifero a cui Abu Dhabi aveva aderito nel 1967. Gli Emirati hanno comunicato anche l’uscita dall’OPEC Plus (OPEC+), il formato allargato che include la Russia e altri produttori non OPEC. Nell’illustrazione di Seeking Alpha, la composizione dei vari raggruppamenti dopo l’uscita degli Emirati.
Una rottura preparata da anni
La frattura nasce da una contraddizione: gli Emirati hanno investito per produrre più petrolio, mentre l’OPEC chiede loro di limitarne l’estrazione per sostenere i prezzi.
Secondo S&P Global, la quota OPEC+ degli Emirati a febbraio ammontava a 3,411 milioni di barili al giorno (Barrels Per Day o BpD), contro una capacità produttiva di 4,85 milioni BpD, che Abu Dhabi punta ad aumentare a 5 milioni di BpD entro il 2027.
Questa distanza tra capacità potenziale e quota effettiva ha alimentato tensioni per anni. Nel 2024, gli Emirati avevano già ottenuto un aumento della propria quota di 300.000 BpD. Secondo il Financial Times, la traiettoria di collisione con Riad dura da quasi un decennio, cioè da quando Abu Dhabi ha fissato l’obiettivo di espandere la capacità da 3 a 5 milioni di BpD.
La logica emiratina risponde anche a esigenze di tempestività, rispetto alla crescente elettrificazione dell’economia mondiale. Secondo le più recenti analisi di Ember, nei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la produzione di energia da fonti fossili ha già raggiunto il picco, ed è in calo nelle principali economie emergenti per la prima volta in questo secolo, escludendo il 2020, anno segnato dalla pandemia.
Sfruttare e monetizzare il più possibile le riserve di greggio prima che la domanda cali sensibilmente ridurrebbe il rischio di attività incagliate via via che la transizione energetica avanza, scrive Kristian Coates Ulrichsen, ricercatore del Baker Institute della Rice University, su The Conversation.
“Gli Emirati non erano contenti di doversi limitare, soprattutto quando volevano pompare di più e i sauditi volevano pompare di meno”, ha detto Firas Maksad, direttore per il Medio Oriente di Eurasia Group, al Financial Times.
Il cartello perde uno dei suoi pilastri più flessibili
L’impatto immediato sui prezzi è stato limitato perché il mercato attualmente guarda soprattutto alla guerra con l’Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Dopo l’annuncio, il Brent è salito soprattutto per il premio di rischio geopolitico. La variante europea di riferimento era scambiata a 103,15 dollari al barile il 29 aprile, sotto i 144 dollari toccati all’inizio del mese.
Nel breve periodo, la scelta di Abu Dhabi non aumenterà automaticamente l’offerta. Reuters ricorda che circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali passa da Hormuz, ora sostanzialmente chiuso. L’Agenzia internazionale dell’energia ha indicato che la quota OPEC+ della produzione globale è scesa al 44% in marzo dal 48% di febbraio, proprio per l’effetto della crisi nello Stretto.
Il problema per l’OPEC è quindi più strutturale, cioè di medio-lungo periodo. Secondo S&P Global, a febbraio, gli Emirati pompavano 3,47 milioni di BpD, pari al 12% della produzione OPEC e all’8% della produzione OPEC+. Il Paese fornisce circa il 3% dell’offerta petrolifera mondiale.
“La sua uscita rimuove uno dei pilastri centrali della capacità dell’OPEC di gestire il mercato”, ha detto al Financial Times Jorge León, responsabile dell’analisi geopolitica di Rystad Energy ed ex funzionario OPEC. Il grafico di AP mostra ad oggi il peso relativo dei diversi membri dell’OPEC, espresso in milioni di BpD.
L’illustrazione di Seeking Alpha mostra invece la “fetta” di capacità estrattiva degli UAE che esce dalla “torta” complessiva di OPEC e OPEC+, sempre espressa in milioni di BpD.
Prezzi più bassi, ma più instabili
La conseguenza più probabile non è dunque un crollo immediato delle quotazioni, ma un mercato meno governabile. Se Hormuz tornasse pienamente operativo e Abu Dhabi riuscisse ad aumentare le esportazioni, l’offerta globale avrebbe un produttore a basso costo meno vincolato dalla disciplina del cartello. Questo potrebbe comprimere i prezzi nel medio periodo.
La BBC cita l’economista David Oxley, di Capital Economics, secondo cui l’uscita degli Emirati potrebbe portare a prezzi più bassi ma a una maggiore volatilità nei prossimi decenni. David Elmes, della Warwick Business School, ha aggiunto che gli Emirati hanno uno dei prezzi di pareggio più bassi per il petrolio estratto, quasi la metà di quello saudita e per questo possono permettersi di produrre di più, guadagnando anche a fronte di prezzi più contenuti.
Riad ha bisogno di prezzi più alti per finanziare il proprio bilancio e i grandi progetti di diversificazione economica. Gli Emirati dispongono invece di un’economia che è già più diversificata e di fondi sovrani il cui rendimento dipende molto dalla crescita globale. Secondo William F. Wechsler, direttore per il Medio Oriente dell’Atlantic Council, gli Emirati sono oggi più legati all’andamento dell’economia mondiale che al solo prezzo del greggio.
La scelta degli UAE può quindi produrre un paradosso: nel lungo periodo, potrebbe aiutare i consumatori e i Paesi importatori, perché aumenta la possibilità di offerta fuori quota. Ma può anche rendere più nervoso il mercato, perché riduce la capacità collettiva del cartello di assorbire gli shock: più barili disponibili non significano necessariamente più stabilità, se il coordinamento fra produttori si indebolisce.
La faglia tra Abu Dhabi e Riad
L’uscita dall’OPEC è anche un colpo al prestigio saudita. L’organizzazione resta formalmente multilaterale, ma l’Arabia Saudita ne è il leader di fatto e perdere un grande produttore del Golfo significa dover sostenere quasi da sola una quota più ampia della disciplina di mercato.
Le divergenze tra Emirati e Arabia Saudita non riguardano solo il petrolio, visto che i due Paesi si sono trovati su posizioni contrapposte nell’ambito della guerra civile in Yemen. La crisi si è poi aggravata con la guerra contro l’Iran, che ha visto gli Emirati come il Paese più bersagliato dai missili e droni dei Pasdaran. Teheran ha preso di mira i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) più della stessa Israele. Una grafica del Financial Times mostra gli Emirati come il Paese del Golfo più colpito, con 563 missili e 2.256 droni stimati tra il 28 febbraio e il 28 aprile 2026.
Le divergenze politiche sono state amplificate dalle diverse reazioni alla minaccia iraniana, con Abu Dhabi più allineata a Stati Uniti e Israele e altri attori regionali più orientati alla prudenza diplomatica.
La guerra con l’Iran cambia le priorità
La chiusura di Hormuz e l’esposizione alla guerra hanno inciso sulla lettura emiratina delle alleanze. The Guardian cita Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati, secondo cui la posizione del Consiglio di Cooperazione del Golfo era “al suo punto più basso nella storia”, con un ruolo americano nella regione diventato “più importante, e non meno”.
Molti osservatori hanno notato come la decisione emiratina rappresenti un punto a favore del presidente americano Trump, avverso al multilateralismo e da sempre critico dell’OPEC come strumento di manipolazione dei mercati energetici per mantenere i prezzi del petrolio artificialmente alti.
Per Abu Dhabi, restare dentro OPEC+ significava continuare a coordinarsi anche con la Russia, vista come un partner stabile dell’Iran durante il conflitto. Uscire dal cartello allargato risponde quindi anche alla volontà di non allineare la propria politica energetica a un gruppo percepito come utile a Mosca e indirettamente a Teheran, fa notare l’Atlantic Council.
Hormuz è il collo di bottiglia decisivo
La capacità emiratina di trasformare l’uscita dall’OPEC in maggiori esportazioni dipende in larga parte dalla possibilità di veicolare i flussi petroliferi del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz. Finché tale passaggio resta chiuso o insicuro, la scelta di abbandonare l’OPEC e la libertà produttiva di Abu Dhabi rimangono monche.
S&P Global indica che i terminali di Fujairah e Zirku Island sono i due principali punti di carico emiratini. Fujairah ha assunto un ruolo ancora più strategico perché si trova nel Golfo di Oman, fuori dallo Stretto, ed è collegata ad Abu Dhabi da un oleodotto da 1,5 milioni di BpD per il greggio Murban, come mostra l’illustrazione di S&P Global.
L’Economist osserva però che nel frattempo gli Emirati possono esportare solo circa 1,8 milioni di BpD attraverso Fujairah. Qualunque aumento rilevante dipenderà quindi dalla riapertura dello Stretto e dalla ripresa delle esportazioni marittime. L’uscita dall’OPEC crea insomma una libertà formale, ma non elimina il vincolo logistico imposto dalla guerra e dalla geografia (Attacco all’Iran: impatti su petrolio e gas e possibili scenari).
Un Golfo meno compatto
L’uscita dall’OPEC ha anche un significato geopolitico: gli Emirati stanno ridefinendo il proprio ruolo da membro disciplinato di un blocco guidato da Riad a battitore libero, pronto a usare capacità produttiva, infrastrutture e relazioni strategiche come strumenti di influenza, ha detto al Guardian Ebtesam Al-Ketbi, presidente dell’Emirates Policy Center, centro studi con sede a Dubai.
Se gli Emirati dimostrassero che l’uscita non danneggia la loro economia, altri Paesi potrebbero riconsiderare il valore della permanenza nell’OPEC, ha indicato Steven Cook, senior fellow del Council on Foreign Relations, centro studi statunitense di politica estera.
L’OPEC molto probabilmente non si sfalderà domani, ma la questione è se il suo potere residuo basti ancora a coordinare produttori con interessi sempre più divergenti e alleanze sempre meno salde. La decisione emiratina mostra che, in un mercato segnato da transizione energetica, guerra, colli di bottiglia logistici e rivalità regionali, la disciplina del cartello ha un costo politico ed economico crescente. E gli Emirati hanno deciso che quel costo non conviene più.































