Più democrazia e partecipazione locale per il clima e per cambiare l’energia

Serve una politica più democratica e più pragmatica, non centralizzata ma locale, in tutte le sue articolazioni, per prevenire o limitare le conseguenze negative provocate dal clima e per accelerare la transizione energetica.

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Per combattere i cambiamenti climatici serve più democrazia partecipativa oppure un approccio dittatoriale e autoritario?

Sta di fatto che il metodo finora praticato è fallito: cioè quello di provare a centralizzare gli impegni per abbattere le emissioni, tipico dei negoziati internazionali sul clima, che sembrano fatti apposta per ritardare le vere decisioni da prendere, infarciti anche dalle sovrastrutture del modello neoliberista, peraltro anch’esso autoritario nella sostanza.

Alcuni ricercatori in un recente articolo apparso su Science esprimono un concetto spesso sottovalutato: solo un maggiore impegno democratico a livello locale può rianimare la politica climatica globale.

Come scrive il climatologo Vincenzo Ferrara sulla sua pagine Facebook, riferendosi a questo articolo, “il sistema astratto e centralizzato dell’Accordo di Parigi non è riuscito a fornire una base comune adeguata per lo sviluppo e l’attuazione di misure efficaci per arrestare l’aumento della temperatura globale”.

Quindi, si conclude, serve una politica più democratica e più pragmatica, non centralizzata ma locale, in tutte le sue articolazioni, per prevenire o limitare le conseguenze negative e i danni provocati dal clima, ormai non più sotto controllo.

La partecipazione a livello locale, peraltro prevista anche dall’Accordo di Parigi nella forma degli obiettivi nazionali (NDC), lontani però da indicazioni di target significativi, metterebbe in moto processi di trasformazione sociale, tecnologica e industriale dello sviluppo.

Questa analisi fornisce uno spunto per ragionare, anche in fatto di emissioni legate ai consumi energetici, su alcuni mutamenti oggi quanto mai necessari che presuppongono una vera accelerazione.

Partiamo da una frase storica, quella di Henry Ford: “c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.

Ad esempio per ridurre i costi dell’energia, i consumi e le emissioni sono necessarie tecnologie che hanno costi iniziali che possono permettersi ancora solo i cittadini più agiati. Nessuna decarbonizzazione profonda sarà possibile se queste non saranno accessibili tecnologicamente ed economicamente alla massa. E su questo bisognerà lavorare a trecentosessata gradi, investendo in ricerca, industria e modelli innovativi di incentivazione e di auto-approvvigionamento (singolo o comunitario).

Poiché non si tratta solo di tecnologie, ma anche di conoscenze a disposizione di tutti, scuola, università e mass media dovranno orientare competenze e informazioni.

Se vogliamo parlare di rivoluzione energetica, di cui spesso ci riempiano le pagine e la bocca, allora forse dovremmo ricordare che questa passa necessariamente per una rivoluzione tecnologica, con tecnologie e apparecchiature che sanno soddisfare i bisogni fino a quel momento non soddisfatti (taglio delle emissioni e minori costi energetici, ad esempio), magari con aziende e persone capaci di creare, da queste,  nuove opportunità e bisogni.

Allora andiamo a riprendere cosa diceva Hermann Scheer, fine sociologo prestato allo sviluppo delle fonti rinnovabili: “da una innovazione tecnologica deriva un movimento sociale che è collegato a livello normativo e pratico a tutti i settori sociali e che fissa un nuovo standard culturale”.

I veri cambiamenti quindi non possono mai partire dall’alto, ma si realizzano solo dal basso, dalla società.

Allora se vogliamo ipotizzare una transizione energetica rapida e incisiva, che possa contribuire (non basterà da sola), a mitigare gli impatti del clima e a dare un segnale di maggiore uguaglianza e democrazia non dovremo più dare spazio alle tecnologie centralizzate, ma a quelle distribuite sul territorio che coinvolgano tantissimi attori, che a loro volta diventino un moltiplicatore per questa nuova domanda e che facciano adeguare sistema di approvvigionamento e infrastrutture.

Come spiegava Scheer, per arrivare a operare questa “rivoluzione” serve il requisito della riduzione della complessità. Pensiamo solo all’informatica e alla telefonia cellulare. Oggi non ci sono abbastanza impianti che ci fanno dire che siamo dentro a una rivoluzione, ma quando saranno a disposizione di tutti, e nessuno sarà obbligato a chiedere il permesso ad una struttura centralizzata di installarli, allora vedremo il cambiamento epocale.

Più saranno numerosi gli attori più questo passaggio sarà fattibile e rapido; più è ridotto e più si cercheranno di tutelare gli interessi dei pochi e il passaggio non potrà che essere lento ed eterodiretto.

Tornando al concetto iniziale, di democrazia e di spinta locale, il cambiamento del modello energetico è possibile allora solo grazie a molte iniziative indipendenti e sparse ovunque. O forse, dice Scheer, qualcuno pensa che questo sia possibile con una pianificazione tecnocratica affidata ad élite politiche ed economiche che decidono i tempi e gli spazi disponibili?

Per questo, ci mette in guardia Hermann Scheer, “attenzione a chi ‘dirige’ il processo (i grandi produttori energetici, i governi?) o ad accordi che stabiliscono quanto produrre da rinnovabili o meno. Si rischia di arrivare al paradosso del fate pure la rivoluzione, ma non cambiate le cose.

Anche chi pensa di essere autonomo da queste pressioni deve riflettere sul fatto che governi e il sistema dell’informazione mainstream sono ancora profondamenti addentellati con le multinazionali del sistema energetico e industriale centralizzato che quasi sempre punta ancora alla conservazione o, comunque, per passi lenti e pilotati.

Chi dice che non abbiamo più tempo, come slogan, si svegliasse. Dobbiamo ancora credere a chi ci dice di ritardare ancora un po’ un cambiamento epocale nel settore dell’energia quanto mai necessario e affidarci a quegli stessi modelli economici e produttivi che ci hanno portato al collasso?

E a proposito di chi deve informarci, alcuni anni fa un giornalista che in molti stimiamo, George Monbiot del Guardian, scriveva “fingere che i quotidiani e i canali televisivi siano arbitri neutrali di tali questioni significa ignorare il loro posto nel cuore corrotto dell’establishment. Alle convention statunitensi, solo per fare un piccolo esempio, il Washington Post, l’Atlantic e Politico sono stati pagati dall’American Petroleum Institute per tenere una serie di discussioni, alle quali erano rappresentati i negazionisti climatici. La penna potrebbe essere più potente della spada, ma la borsa è più potente della penna”.

E concludeva: “se l’umanità non impedisce il collasso climatico, l’industria che ha la responsabilità maggiore non è quella dei trasporti, del gas, del petrolio e nemmeno del carbone. Tutte queste possono comportarsi come fanno, spingendoci verso il collasso sistemico, solo con un permesso sociale per farlo. Il problema comincia con l’industria che, più o meno consapevolmente, garantisce loro questo permesso: quella per cui lavoro”.

Quindi, forse è arrivato il tempo di trovare con coraggio altre strade culturali, tecnologiche, politiche e informative, quelle dal basso, per attuare questa rivoluzione; strade forse più impervie, ma senza i freni e i paletti che hanno fatto aumentare emissioni e concentrazione di CO2 nell’atmosfera nonostante decenni di buone ma infruttuose intenzioni.

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