Perché il “nuovo” nucleare è un’altra arma di distrazione dalle rinnovabili

Un tweet di Mark Z. Jacobson torna a evidenziare le criticità dei reattori modulari avanzati. E poi si rilancia la fusione nucleare. Trappole per l'inazione in tempi brevi.

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Il nucleare continua a cercare uno spazio nella transizione energetica, ma poi viene sempre bocciato dai numeri.

Il dibattito sul nucleare è ripartito negli Stati Uniti. Ricordiamo che pure il mega piano di rilancio economico di Joe Biden, American Jobs Plan da 2.000 miliardi di dollari, a un certo punto, menziona il nucleare avanzato tra le tecnologie innovative da finanziare per raggiungere gli obiettivi su energia e clima e azzerare le emissioni.

Un tweet di Mark Z. Jacobson, professore della Stanford University e tra i massimi sostenitori della fattibilità tecnico-economica di un mix energetico 100% rinnovabile senza nucleare, ha citato una recente analisi della American Electric Power, una delle maggiori utility elettriche Usa.

Il nucleare di cui parla American Electric Power è quello riassunto dalla sigla SMR: small modular reactor, vale a dire, piccolo reattore modulare, dove per piccolo si intende una potenza compresa tra poche decine e alcune centinaia di MW, secondo il tipo di modello proposto. Ci sono, infatti, molteplici varianti e architetture della tecnologia SMR, ma le unità costruite finora nel mondo si contano sulle dita di una mano.

Nell’analisi si stima un costo di generazione elettrica per una centrale SMR da 600 MW pari a 135,9 dollari per MWh, un valore Lcoe (Levelized cost of electricity, cioè il costo tutto compreso per produrre elettricità con una data tecnologia) del 65% più alto del fotovoltaico con batterie, che invece avrebbe un Lcoe di 82 $/MWh.

Nel medesimo documento, American Electric Power precisa che il nucleare SMR è una tecnologia importante per il futuro, ma che è ancora in corso di sviluppo e dai costi operativi incerti.

Il punto, già sottolineato in tante occasioni da Jacobson, è che la decarbonizzazione richiede una rapida diffusione delle tecnologie pulite esistenti (solare, eolico, storage), diventate super competitive rispetto alle altre fonti energetiche e con tempi di progettazione e costruzione molto più rapidi in confronto al nucleare.

E il più delle volte, scrive l’analista Michael Barnard su Clean Technica, chi sostiene la necessità di investire sui piccoli reattori modulari, lo fa per ritardare volutamente l’azione climatica, lasciando che nel frattempo si continuino a usare fonti fossili anziché realizzare subito grandi parchi eolici e solari.

Intanto, qualche settimana fa, anche la fusione nucleare ha fatto nuovamente capolino nel dibattito sul possibile ruolo futuro dell’atomo, nell’ambito di un mix energetico a zero emissioni di anidride carbonica.

In Italia il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha speso diversi commenti positivi su questa tecnologia, affermando che la fusione è un treno che non possiamo perdere.

Chi sostiene la fusione ritiene che potrà garantire la produzione potenzialmente illimitata di elettricità pulita, a basso costo e senza scorie radioattive, ma la prospettiva di produrre la prima energia su scala commerciale è ancora molto lontana come spiegato in questo articolo.

In definitiva, il “nuovo” nucleare, che sia la fusione o qualche progetto di reattori modulari avanzati di ultima generazione, rischia di spostare il dibattito energetico nella stessa trappola degli annunci di obiettivi net-zero per metà secolo.

È la trappola dell’inazione: gli obiettivi sono ancora lontani, quindi oggi si possono bruciare combustibili fossili in attesa di una nuova tecnologia che risolverà tutto.

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