Perché il governo non vuole che si dismettano le centrali a carbone

Per tutelarsi da rischi geopolitici l'esecutivo vuole tenere in stand-by le centrali termoelettriche a carbone, pagando le compensazioni agli impianti Enel che, secondo il Pniec, invece andrebbero dismessi.

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Le centrali a carbone non vanno spente definitivamente, ma tenute in stand-by, ovviamente dietro adeguato compenso, come assicurazione contro eventuali rincari del gas dovuti a eventi futuri oggi imprevedibili.

Questa posizione del governo non è una novità, ma ieri, 7 ottobre, intervenendo all’assemblea annuale di Elettricità Futura, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha spiegato che sulla questione ci si sta muovendo a Bruxelles per negoziare una modifica al Pniec; successivamente si studieranno le compensazioni a chi dovrà tenere le centrali ferme ma pronte ad accendersi, anziché smantellarle, cioè stiamo parlando soprattutto di Enel.

Terna si è già espressa chiaramente da tempo sul fatto che, ai fini dell’adeguatezza del sistema, gli impianti a carbone si possono dismettere nei tempi già previsti, ma sulla decisione del governo di tenerle a disposizione contro eventuali rischi di rincaro del gas non si esprime, perché “nasce da valutazioni geopolitiche sulla sicurezza energetica, che spettano all’esecutivo”, spiega il direttore Strategie, Francesco Del Pizzo.

Il phase-out e il Pniec

A oggi, sono quattro le centrali a carbone ancora tecnicamente attive in Italia, ma operano con una produzione trascurabile o nulla: nei primi otto mesi dell’anno dal carbone sono stati generati 1,9 TWh di elettricità su una domanda di circa 207,3 TWh, cioè meno dell’1%.

La decisione di eliminare gradualmente il carbone era stata presa nel 2017 e confermata fino all’ultima versione del Pniec compresa, datata luglio 2024.

Secondo il Piano, entrambe le centrali continentali di Enel, Civitavecchia e Brindisi, che già non hanno prodotto nell’anno in corso, dovrebbero essere spente entro il 2025, mentre quelle in Sardegna (Sulcis di Enel, e Fiume Santo di EPH) dovrebbero restare attive sino a che il Tyrrhenian Link, l’elettrodotto che collegherà l’isola al continente, non sarà completo, presumibilmente tra il 2027 e il 2029.

Il completamento del processo di phase-out, secondo il Pniec, porterà alla dismissione di circa 4.650 MW di potenza (tra Civitavecchia, Brindisi, Sulcis e Fiume Santo), di cui 1.000 MW in Sardegna.

L’unico vincolo tecnico per procedere, secondo il documento inviato a Bruxelles nel 2024, è l’entrata in servizio della capacità di generazione e accumulo contrattualizzata nelle aste capacity market; a tal proposito si legge nel Pniec: “le azioni già messe in atto e pianificate sono adeguate a consentire il phase-out delle centrali a carbone ancora in esercizio sul Continente”.

Il ripensamento del governo

Pichetto, però vuole modificare questo programma: “stiamo predisponendo le comunicazioni alla Commissione europea per spiegare che rispettiamo gli impegni, non produrremo più energia da carbone, ma non vogliamo smantellare gli impianti perché li consideriamo opere strategiche per la sicurezza nazionale”, ha detto davanti alla platea dell’associazione dei produttori elettrici.

“Dobbiamo definire chiaramente quali siano queste infrastrutture strategiche, e su questo serve una valutazione condivisa tra governo e autorità europee”, ha precisato.

Contro lo smantellamento delle centrali a carbone nel 2025, Pichetto si era espresso nei mesi scorsi. Critiche al phase-out del carbone erano arrivate anche dalla Lega e dai vertici di Eni ed Enel.

Quest’estate, un ordine del giorno approvato dal governo e a firma di deputati di Azione (Bonetti, Richetti, Rosato e Benzoni) e di Forza Italia (Battilocchio, D’Attis, Tenerini e Squeri), impegnava l’esecutivo a modificare il Pniec “per coordinare la tempistica della chiusura delle centrali a carbone con quella dell’avvio di nuovi impianti elettronucleari, indicando il 2038 come nuova data per il phase-out del carbone”.

Motivi di sicurezza

Ieri Pichetto ha sottolineato i motivi di sicurezza che starebbero dietro a questa scelta: “possiamo definirci autosufficienti solo se riattiviamo pienamente tutte le centrali termoelettriche che teniamo come riserva. Per questo ho deciso di mantenere operative, anche se non in produzione, le centrali a carbone.”

Oggi queste centrali, ha spiegato, non producono più perché il carbone è meno conveniente “Per capirci – ha aggiunto – per rendere il carbone competitivo dovremmo avere il gas intorno a 65-66 €/MWh”, mentre oggi il gas costa circa la metà.

Il timore del ministro è legato ad eventi geopolitici imprevedibili: “Chi si sente di dire ‘smantelliamo Brindisi o Civitavecchia, tanto non succede nulla nel Mediterraneo’? Non possiamo rischiare. Quelle centrali, in caso di emergenza, valgono come una garanzia nazionale, anche in termini di capacità”, ha detto.

Va ricordato però che il Pniec, pubblicato nel 2024, non trascurava certo la questione, ma concludeva che, a fronte dello stop al carbone, “la sicurezza dell’approvvigionamento sarà favorita dalla diversificazione delle rotte del gas e dallo sviluppo della produzione di elettricità e gas da fonti rinnovabili” (pag. 143 del documento).

Il compenso a Enel

A margine dell’evento il ministro ha spiegato che nel momento sarà definita la procedura di ordine giuridico per tenere in stand-by le centrali, ci sarà anche la valutazione di ordine economico, cioè su come e quanto pagare chi le possiede per tenerle in condizioni efficienti.

Se l’Ue darà l’ok alla modifica del Pniec, dunque, seguirà una norma che stabilirà tali modalità e le compensazioni.

Enel, per le centrali continentali che sarebbero le prime interessate, riceverebbe delle entrate, mentre i costi per lo smantellamento che deve in ogni caso sostenere verrebbero rinviati. Una situazione che sembra conveniente per l’azienda, che, contattata da QualEnergia.it, non ha rilasciato commenti sulla questione.

Terna non coinvolta

Ma sulla sicurezza energetica Terna non aveva già dato il suo ok all’uscita dal carbone dal 2025?

“La valutazione che ho sentito fare (da Pichetto, ndr) non riguarda un tema di adeguatezza del sistema elettrico, di cui Terna si occupa, ma una riserva strategica pensata per casi di limitazione della disponibilità di gas, in cui il carbone diventa un combustibile alternativo capace di compensare una minore disponibilità del gas stesso”, ha risposto il direttore Strategie del Tso, Del Pizzo, alle domande di noi giornalisti a margine dell’evento.

Nel rapporto di adeguatezza di Terna, che considera solo la capacità elettrica disponibile a coprire il fabbisogno, il termico a carbone non è mai stato incluso perché già destinato alla chiusura.

Nel caso della decisione annunciata dal Mase, “non si parla di adeguatezza del sistema, ma di sicurezza energetica nazionale: è una valutazione diversa, di competenza governativa”, ha rimarcato il direttore Strategie di Terna, che, sollecitato dalla stampa, ha risposto che comunque il ministero non ha discusso con Terna della questione.

Le critiche dal fronte rinnovabilista

Dura contro la scelta del Mase Mariagrazia Midulla, responsabile Clima di Wwf Italia: “A parte che l’onerevole Pichetto, pur essendo anche il ministro dell’Ambiente, pare non considerare affatto i danni al clima, alla salute e all’ambiente subiti dalle comunità vicine alle centrali a carbone, mantenere in vita centrali che non hanno alcun senso sembra più un’ulteriore forma di compensazione che una cautela”, commenta, sentita da QualEnergia.it.

“L’unica vera sicurezza energetica – sottolinea – è data dalle fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico ed eolico, per le quali i ‘combustibili’, sole e vento, sono sempre disponibili e gratuiti”.

Per Livio De Santoli, presidente onorario del Coordinamento Free e coautore di vari studi su un sistema elettrico italiano al 100% a Fer, le ipotesi di rinvio del phase-out delle centrali a carbone “non hanno basi normative né tecniche”.

“La cosiddetta riserva fredda, nel caso del carbone, che ha tempi lunghi di riattivazione, non può essere utile in casi di emergenza”, ci spiega. “Il Paese – aggiunge – ha bisogno di rispettare gli obblighi che si è dato sulle rinnovabili, senza rallentare sine die i processi di innovazione e la creazione di occupazione sostenibile, incompatibili con un ritorno al passato del modello fossile.”

Infatti, anche per De Santoli, “sicurezza e autonomia energetica si realizzano con le rinnovabili, oltretutto le fonti energetiche di gran lunga più economica di tutte”.

In definitiva, la scelta di mantenere in stand-by le centrali a carbone, pur motivata dalla prudenza, rischia di apparire come un passo indietro nella traiettoria della decarbonizzazione.

È vero che i rischi evocati dal ministro Pichetto – shock geopolitici e nuove crisi del gas – sono per loro natura difficili da prevedere e, in teoria, non  escludibili.  Anche un sistema oggi più diversificato, che si è spostato in larga misura sul Gnl e su rotte d’importazione multiple, potrebbe dunque trovarsi esposto a nuove tensioni globali.

Ma al di là delle cautele, un dato sembra certo: se davvero si aprirà la strada a una “riserva fredda” pagata con le bollette, la principale beneficiaria sarà la partecipata statale Enel, che vedrà rinviati i costi di smantellamento e incasserà compensi per impianti comunque ormai fuori mercato.

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