La Camera dei Deputati ha approvato a inizio giugno il disegno di legge delega al Governo in materia di energia nucleare “sostenibile” che ora passa al Senato.
Nell’impianto della norma non è cambiato molto, se si escludono aspetti riguardanti la salvaguardia delle autonomie, la menzione dei settori navale e marittimo e della fusione nucleare, e le autocandidature all’ospitalità di siti di stoccaggio.
È clamoroso che nella lettura alla Camera sia rimasta intatta l’opzionalità di un’Autorità specifica. La Francia, tipicamente indicata come un esempio virtuoso sul tema, ha un’agenzia nucleare che si è dimostrata abbastanza forte da imporre chiusure quando ha sospettato il non raggiungimento dei criteri stabiliti dalle norme di sicurezza, indipendentemente dagli interessi contingenti di EDF o del Governo.
Chissà se in Italia sarà più difficile concepire un’Autorità davvero indipendente o autorizzare siti di stoccaggio delle scorie.
Resta poi intatta la narrativa dei reattori modulari di piccola taglia (SMR), teoricamente meno costosi di quelli di grossa taglia grazie alla possibilità di produrli in serie. Non si capisce però come tanti siti relativamente piccoli, ma tutti con necessità dei presidi di sicurezza propri di un impianto nucleare, possano abbassare il costo complessivo rispetto ai livelli proibitivi delle tecnologie attuali.
Su quanti potranno essere i piccoli reattori sparsi per l’Italia, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha detto nella conferenza poco dopo l’approvazione della delega alla Camera di aver «sentito parlare» di 70 impianti, ma che a suo avviso possono bastarne anche molti meno. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, dal canto suo, ha ribadito che aspira a piccoli reattori di vicinato per l’industria.
Vedremo quanto il settore della domanda energetica investirà a proprio rischio sull’avventura nucleare.
Il piano di informazione previsto dalla delega, che ho avuto già modo di stigmatizzare, mi sembra una violazione palese della pur tanto invocata “neutralità tecnologica”, visto che prevede, allocando denaro pubblico, campagne sul nucleare e non informazione sull’energia.
Eppure, l’Italia avrebbe urgentemente bisogno di superare la mentalità “not in my backyard” (NIMBY) in modo generalizzato e di aiutare cittadini e imprese a essere consumatori, e quando possibile autoproduttori, più consapevoli, anziché parteggiare per un solo elemento del mix energetico.
Su tutto l’impianto continua, infine, ad aleggiare un falso assioma: che ci serva generazione elettrica baseload.
Vediamo. Per garantire il funzionamento di una fabbrica 24/7 abbiamo bisogno di operai che non dormano mai? No: semplicemente dobbiamo gestire gli apporti di ognuno in modo che il ciclo produttivo non venga interrotto.
Allo stesso modo, garantire energia ogni volta che serve non implica avere tecnologie che funzionano singolarmente in modo costante, bensì in grado di ottenere complessivamente energia affidabile ed economica quando serve.
Infine, considerando che le fonti rinnovabili non programmabili sono la parte più economica del mix, abbiamo e continueremo ad avere interesse a dar loro priorità di dispacciamento.
Il complemento ideale a esse, quindi, non sono fonti baseload, bensì flessibili, accumuli e demand response inclusi.
L’articolo è stato pubblicato sul n.3/2026 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “Piccoli reattori, grandi incognite”.


























