I sistemi di perforazione robotizzati possono ridurre il numero di operai necessari per le trivellazioni petrolifere del 20-30% nel prossimo decennio, provocando la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e un taglio dei costi di diversi miliardi di dollari in tutto il mondo. Lo ha indicato una recente analisi della società di ricerca norvegese Rystad Energy.

Guardando agli organici attuali di alcuni paesi produttori di petrolio e gas, Rystad Energy stima che gli Stati Uniti potrebbero ridurre il loro fabbisogno di personale di oltre 140.000 dipendenti e la Russia di oltre 200.000 persone. Il Canada, il Regno Unito e la Norvegia potrebbero invece perdere tra i 20.000 e i 30.000 posti di lavoro ciascuno, come mostra l’illustrazione.

Nell’ultimo anno, gli stravolgimenti nel settore petrolifero hanno provocato un’ondata di fallimenti, consolidamenti e licenziamenti. Nonostante il prezzo del petrolio sia risalito rispetto ai minimi toccati durante la pandemia, uno studio pubblicato da Deloitte lo scorso autunno ha evidenziato che circa il 70% dei 107.000 posti di lavoro persi tra marzo e agosto 2020 negli Usa potrebbero non tornare, e quelli che verranno ricreati saranno per lo più lavoro d’ufficio.

Quello dei posti di lavoro è in realtà più un problema diimmagine” per il settore petrolifero che una reale preoccupazione. Molti manager petroliferi, infatti, contrariamente alla rappresentazione che ne fanno i lobbisti e le campagne di marketing politico del settore come generosi creatori di posti di lavoro, sono solitamente piuttosto contenti di lasciare che l’automazione faccia il suo corso.

A marzo, al CERAWeek, una conferenza annuale per l’industria del petrolio e del gas, l’amministratore delegato della Chevron, Mike Wirth, ha descritto con entusiasmo come la pandemia abbia accelerato la riduzione della forza lavoro dell’azienda, secondo quanto raccolto da New Republic.

“Quando solo un paio di anni fa dovevamo avere qualcuno sul luogo di perforazione per controllare la punta. Adesso basta un centro di supporto centralizzato a Houston, che siamo stati in grado di spostare rapidamente a casa dei singoli dipendenti“, ha detto. “C’è stata una grande accelerazione delle tecnologie che avevano cominciato a fare capolino nel nostro business. C’era forse un po’ di riluttanza ad accelerarne l’uso. Adesso, non abbiamo avuto scelta…. Questo sarà uno degli impatti duraturi che penso sarà molto positivo”.

Le società petrolifere americane hanno comunque deciso di licenziare molti dipendenti, nonostante i sussidi pubblici ricevuti per fare fronte ai blocchi delle attività determinati dal Covid-19. Secondo uno studio di Bailout Watch, 77 compagnie petrolifere e del gas statunitensi che l’anno scorso hanno ottenuto un totale di 8,2 miliardi di dollari di stimoli fiscali hanno licenziato il 16% della propria forza lavoro complessiva, per un totale di 58.000 persone.

La riduzione dei posti di lavoro nel settore petrolifero è uno dei nodi che sarà necessario sciogliere per facilitare una transizione energetica equa ed efficace. Come accennato in un precedente articolo, infatti, i paesi che non sapranno adattarsi alla transizione, trasformando almeno in parte le loro economie (in sintesi: da petro-stati a paesi che investono in tecnologie pulite), con ogni probabilità saranno esposti a turbolenze politiche, crollo dei ricavi garantiti in precedenza dalle fonti fossili e aumento del rischio di credito, secondo un recente studio di Verisk Maplecroft.

In tutto ciò, rimane incerto, almeno nel breve termine, se si sia già raggiunto il picco della domanda di greggio, nonostante il crollo avvenuto durante la pandemia. Secondo il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), Fatih Birol, il declino della domanda di petrolio potrebbe non essere necessariamente duraturo, come raccontato in un altro precedente articolo.

Molto dipenderà dalle azioni dei governi. Secondo Birol, è possibile ridurre i consumi petroliferi di 5-6 milioni di barili giornalieri entro il 2026, a patto di accelerare immediatamente le vendite di auto elettriche, migliorare lo standard di efficienza dei veicoli (minori consumi di carburante, tecnologie ibride, dimensioni minori) e più in generale investendo di più in tecnologie pulite in tutti i settori economici.

In altre parole, secondo la Iea, il picco del petrolio potrebbe essere già dietro di noi ma non sarà così se governi, istituzioni e aziende continueranno a investire come se poco o niente fosse cambiato, stile business-as-usual.

Picco della domanda o meno, sembra sempre più probabile che il settore petrolio e gas, almeno dal punto di vista della capacità di creare lavoro, abbiano ormai raggiunto il proprio picco occupazionale, e sia destinato a vivere un ridimensionamento, nonostante i possibili aiuti che potrebbero ancora giungere dai governi del mondo.

D’altra parte, la storia dell’industria dei combustibili fossili è stata spesso una storia di deliberata soppressione di posti di lavoro, pur con i vantaggi che anche ha comportato. Come lo storico Timothy Mitchell ha descritto nel suo libro Carbon Democracy, il passaggio dal carbone al petrolio nel ventesimo secolo è stato in parte dovuto al fatto che il petrolio – trasportabile su grandi distanze tramite oleodotti – permetteva meno strozzature rispetto al carbone, di cui i minatori, i ferrovieri e i camionisti potevano interrompere la produzione e il flusso.

Come è stato storicamente, quindi, l’industria dei combustibili fossili, così come tante altre, cercherà di continuare a funzionare con meno posti di lavoro possibile.

Nel frattempo, soprattutto in paesi come gli Usa, il dibattito pubblico sembra soffrire di una sorta di illusione collettiva, per cui gli interessi dei lavoratori del settore combustibili fossili paiono corrispondere con quelli dei loro capi, fa notare New Republic, secondo cui invece non è così.

In un incontro con una delegazione di lavoratori la scorsa settimana, il consigliere nazionale per il clima della Casa Bianca Gina McCarthy ha “chiarito che l’amministrazione non sta combattendo il settore del petrolio e del gas, ma sta combattendo per creare posti di lavoro sindacalizzati”.

Purché sia chiaro che gli investimenti devono andare alla transizione dalle fossili alle tecnologie verdi.