La transizione energetica verso le fonti rinnovabili può rappresentare un rischio politico molto forte per alcuni paesi esportatori di petrolio.

A sostenerlo è un nuovo studio di Verisk Maplecroft, “Political Risk Outlook 2021″ (link in basso), dove si analizzano le possibili conseguenze dovute a una graduale riduzione dei consumi di combustibili fossili su scala internazionale.

Dai dati emerge che nel breve-medio termine (3-20 anni), i primi paesi a essere colpiti da una nuova ondata di instabilità politica, causata a sua volta dalla instabilità del mercato petrolifero, saranno Algeria, Iraq e Nigeria.

Anche Angola, Gabon e Kazakhstan sono economie che secondo Verisk Maplecroft sono tra le meno preparate ad affrontare un low-oil future, un futuro in cui la domanda globale di oro nero sarà fortemente diminuita rispetto a oggi.

Va detto che la pandemia ha aumentato moltissimo le incertezze sul probabile andamento del mercato mondiale del greggio e sul raggiungimento del cosiddetto picco del petrolio.

Il punto, scrive Verisk Maplecroft, è che i paesi che non sapranno adattarsi alle regole della transizione, trasformando almeno in parte le loro economie (in sintesi: da petro-stati a paesi che investono in tecnologie pulite), con ogni probabilità saranno esposti a turbolenze politiche, crollo dei ricavi garantiti in precedenza dalle fonti fossili, aumento del rischio credito.

Difatti, si spiega, dopo il crollo dei prezzi petroliferi nel 2014 e fino alla partenza della pandemia, la maggior parte delle nazioni produttrici di petrolio non è riuscita a diversificare il suo mix economico-energetico, rimanendo agganciata alle esportazioni di oro nero.

E come unica alternativa alla diversificazione delle economie, evidenzia lo studio, ci sono manovre finanziarie drastiche (nel testo si parla di forced economic adjustments), come le svalutazioni delle monete nazionali o il drenaggio delle proprie riserve di valute straniere.

Come cambierà il mercato petrolifero nei prossimi anni? Vediamo meglio riprendendo alcune considerazioni fatte in questo articolo con le stime divergenti della Iea e di Irena.

Secondo il rapporto “Oil 2021” della Iea (International Energy Agency), nello scenario di riferimento, basato sulle politiche correnti, si prevede che la domanda petrolifera crescerà fino a 104 milioni di barili giornalieri nel 2026, segnando così un +4% sui livelli del 2019, grazie soprattutto al traino dei paesi asiatici.

Già nel 2022 la domanda di greggio, sostiene la Iea, sarà tornata sostanzialmente sui valori visti prima della pandemia (2019), circa 99-100 milioni di barili quotidiani.

La Iea però evidenzia che il mercato petrolifero globale è entrato in una fase incertissima dopo lo scossone del Covid-19, che lo scorso anno ha imposto una netta riduzione dei consumi.

Il punto, osserva il direttore della Iea, Fatih Birol, è che il declino della domanda di petrolio non sarà necessariamente duraturo. Molto dipenderà dalle azioni dei governi.

In una nota, Birol spiega che è possibile ridurre i consumi petroliferi di 5-6 milioni di barili giornalieri entro il 2026, a patto di accelerare immediatamente le vendite di auto elettriche, migliorare lo standard di efficienza dei veicoli (minori consumi di carburante, tecnologie ibride, downsizing) e più in generale investendo di più in tecnologie pulite in tutti i settori economici.

In altre parole, secondo la Iea, il picco del petrolio potrebbe essere già dietro di noi, ma non sarà così se governi, istituzioni e aziende continueranno a investire in ottica business-as-usual.

Al contrario, il nuovo rapporto Irena (International Renewable Energy Agency), “World Energy Transitions Outlook” offre uno scenario più focalizzato sulle fonti rinnovabili con il picco del petrolio definitivamente alle nostre spalle, toccato nel 2019 e non più raggiunto negli anni successivi. Mentre il picco del gas ci sarà intorno al 2025.

Nello studio, ad esempio, si legge che la produzione globale di petrolio nello scenario 1,5 °C (quello compatibile con gli accordi di Parigi) sarà crollata a 11 milioni di barili quotidiani nel 2050, circa -85% rispetto a oggi.