Caro giovane concittadino,
che ritieni che il nucleare sia una risorsa di valore per l’Italia, mi rivolgo a te per condividere delle riflessioni frutto dei miei 35 anni di studio, prima come ricercatore e poi come professore di Economia dell’Energia all’Università di Padova.
Premetto che nel 1987 votai a favore del nucleare, perché allora le prospettive di questo settore industriale erano ben diverse da quelle attuali; nel tempo però ho compreso una serie di cose, come economista e come ingegnere, che penso possano essere utili anche a te.
In fondo, è proprio vero che come diceva Churchill “chi non cambia mai idea non cambia niente mai”.
Ma andiamo con ordine, perché il tema è complesso e merita attenzione. Ti anticipo da subito la conclusione della mia lettera: pur essendo io molto laico e aperto ad ogni fonte, ho compreso che le centrali nucleari possono anche essere le più sicure del mondo (anche se… dopo vediamo), ma hanno performato peggio di quanto ci aspettassimo e oggi costano carissime, nonostante la tecnologia abbia ricevuto aiuti imponenti, secondi solo a quelli concessi ai combustibili fossili.
La storia insegna ed è bene ascoltarla. Qualche volta non sono tanto le balle, quanto le mezze verità a portare fuori strada. Per cui cerco di darti un po’ di informazioni che credo siano utili a farti una tua opinione su una tecnologia complessa per sua natura.
L’evoluzione della tecnologia
Inizio facendoti osservare che la quota nucleare dell’energia elettrica prodotta nel mondo è passata dal picco intorno al 18% a fine anni ’90 fino al 9% del 2025 e anche nelle previsioni più ottimiste dell’IEA, l’agenzia internazionale per l’energia, non è attesa risalire oltre il 10% nei prossimi due decenni.
I reattori entrati in esercizio nel mondo tra il 2016 e il 2025 sono 61, con una potenza complessiva di 62,8 GW e una produzione di circa 500 TWh l’anno.
Per darti un’idea di ciò che accade, nel solo 2025 sono entrati in esercizio nel mondo 647 GW di fotovoltaico, che producono circa 900 TWh, l’energia prodotta da 110 reattori nucleari.
In un anno il FV ha fatto quasi il doppio della nuova energia generata dal nucleare in 10 anni. E se guardiamo al parco nucleare mondiale, i reattori in funzione erano 413 nel 2014 e 417 nel 2024, in pratica si sostituiscono solo impianti vecchi spostando la produzione dall’occidente verso le nuove economie dell’Asia.
L’attività di costruzione negli ultimi anni è dominata dalla tecnologia russa, cinese e coreana. I 9 nuovi rettori di cui è stata avviata la costruzione nel 2024 sono 7 di tecnologia cinese e 2 di tecnologia russa.
Queste sono le velocità con cui le tecnologie si sono mosse nel passato recente e ti posso assicurare saranno quelle che terranno nei prossimi anni.
Anche perché le innovazioni che stanno emergendo nel campo del solare, dell’eolico, degli accumuli e della gestione digitale delle reti sono sorprendenti e renderanno le fonti rinnovabili sempre più convenienti, mentre il cuore della tecnologia nucleare, controlli digitali a parte, è lo stesso degli anni ’70, se non guardiamo alle eterne promesse degli Small Modular Reactors, che aprono prospettive interessanti, ma ancora tutte da dimostrare sul piano concreto, non essendovi oggi alcun reattore SMR o AMR commerciale, né potendovi essere per i prossimi 5-7 anni.
Per cui parleremo, con potenziale interesse, degli SMR quando avranno superato la fase di messa a punto.
La sicurezza
Sulla sicurezza ti avranno detto che la probabilità di incidente è una su 10 milioni. E in effetti io personalmente non ho timori particolari, abiterei vicino ad una centrale.
Anche se, quando guardo alla storia, mi chiedo cosa significhi quell’1 su 10 milioni, se nella mia vita ho visto tre incidenti seri.
È vero, a Three Mile Island nel 1979 i protocolli non erano ancora ben definiti; a Chernobyl nel 1986 gli operatori hanno agito da criminali forzando ogni regola; a Fukushima nel 2011 è emersa un’ingenuità progettuale incredibile: le tre ridondanze per l’accensione delle pompe necessarie per raffreddare il nocciolo in caso di incidente non sono partite perché erano esposte allo stesso rischio di allagamento, in verità non così assurdo.
Ma stiamo scoprendo in questi giorni altri potenziali rischi, con il monito che la IAEA ha opportunamente fatto sul rischio di danneggiamento ad opera dei militari nell’invasione Russia dell’Ucraina.
Insomma, gli impianti nascono sicuri, sulla carta, ma la realtà ha spesso mostrato che forse le probabilità di incidente dovremmo calcolarle diversamente, ci sono troppe variabili che facciamo fatica a valutare.
Il finanziamento del nucleare richiede l’intercessione dei governi
Ed è proprio la difficoltà a gestire il rischio una delle ragioni per cui è impossibile trovare un soggetto finanziario privato che assicuri una centrale nucleare.
Per fare queste centrali in Italia dovemmo tornare all’energia di Stato, scelta possibile, ma abbastanza antitetica alle idee di chi le propone. Oltre che alla politica di liberalizzazione dell’energia adottata in Europa a partire dalla metà degli anni ’90: un cambio a 180 gradi si può fare. Ma è questo che desideriamo?
E qui sul lato del finanziamento emerge la vera debolezza di questa tecnologia: la complessità della filiera, che in 70 anni non è riuscita a semplificare i processi e renderli meno costosi, forse perché non si può proprio.
Anzi, è l’unica tecnologia il cui costo è aumentato negli ultimi 20 anni, pur scaricando parte dei costi sulla fiscalità generale grazie al ruolo dei governi, con tempi di costruzione lunghi e, di conseguenza, costi finanziari elevatissimi.
Tempi lunghi e costi alti richiedono denaro a basso costo. Difficile da trovare
Sui tempi di costruzione è vero che i coreani hanno fatto prestazioni notevoli, ma in Europa è più credibile il benchmark francese. Il governo francese ha stabilito di costruire 6 nuove centrali: i lavori preparativi nel sito di Penly sono iniziati nel 2024, il getto del primo calcestruzzo è previsto per il 2027, la prima produzione di energia è attesa tra il 2035 e il 2038. Quindi da 11 a 14 anni in un sito individuato in un paese familiare con la filiera.
Pensare di avere energia nucleare in Italia prima del 2040 è dunque irresponsabile.
E quando guardiamo ai costi, ancora è opportuno guardare ai casi reali, più che alle stime regolarmente disattese.
Il contratto che il governo inglese ha siglato nel 2013 per la centrale di Hinkley Point C assicura ai costruttori, un consorzio tra EDF e la cinese CNG, un prezzo indicizzato che alla firma del contratto era di 92,5 sterline al MWh, che oggi sono 133 £/MWh (154 €/MWh) e chissà quanto sarà a partire dal 2030, anno in cui dovrebbe iniziare a produrre energia, 13 anni dopo l’apertura del cantiere.
Pensa che i costi di costruzione sono più che raddoppiati da 18 miliardi di sterline nel 2017 a 46 miliardi a maggio 2026: più di 14 milioni al MW! E fai attenzione che Hinkley Point non è il First of a Kind, cioè il primo della serie dell’EPR2 di terza generazione, è almeno il terzo, dopo Olkiluoto e Flamanville, dove i conti sono andati ancora peggio.
E gli inglesi hanno pure un’industria nucleare che è sempre rimasta attiva. Non hanno vissuto uno stop di 40 anni.
Non possiamo immaginare dunque di avere energia nucleare in Italia ad un costo inferiore ai 154 €/MWh. Ma il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia nel 2025 è stato di 116 €/MWh, pur altissimo rispetto ai 52 €/MWh del 2019, prima delle turbolenze della pandemia e delle guerre.
Per darti un confronto, il prezzo medio delle aste con cui il governo inglese nel 2026 ha acquistato energia eolica da impianti in mare, che producono la ragguardevole cifra di oltre 4000 ore per anno, è 91,2 £ (2024)/MWh per 20 anni. Senza garanzie statali o altri benefici finanziari.
Non solo, c’è un altro dato che secondo me devi conoscere: il governo francese ha correttamente stabilito di estendere la vita delle centrali nucleari oltre il termine inizialmente previsto di 40 anni, fino a 60 e forse oltre e ha stabilito un contratto per la cessione dell’energia di questi impianti già ammortizzati.
Ti aspetteresti, giustamente, un prezzo molto basso, dell’ordine dei 32 €/MWh, come sostengono i paladini degli EPR. Invece con il VNU la fascia di prezzo assicurata dal governo a EDF è pari al 100% fino ad un prezzo di mercato di 78 €/MWh, poi c’è un meccanismo di redistribuzione ai consumatori. Con questo accordo, le centrali ammortizzate difficilmente potranno abbassare i prezzi francesi, la cui media nel 2025 è stata di 61 €/MWh.
Se pensavi che il nucleare potesse abbassare i costi dell’energia in Italia, temo tu sia deluso dall’evidenza dei mercati.
Mi dirai, ma se cinesi e coreani costruiscono in 6 anni a 6 milioni al MW, non possiamo farlo anche noi?
È quello che pensavano inglesi e francesi quando hanno coinvolto le imprese cinesi nella costruzione di Hinkley Point con una quota del 33%. Ma non è andata bene: i tempi si sono allungati e i costi sono comunque aumentati e la quota cinese si è ridotta per il rifiuto ad aumentare il finanziamento al progetto.
Intanto… in Italia
Nel frattempo, in Italia a dicembre 2025 il GSE ha chiuso un’asta con cui ha contrattualizzato 7,7 GW di potenza fotovoltaica a un prezzo medio di 56,8 €/MWh e 0,9 GW di potenza eolica a 72,8 €/MWh.
Prezzi inarrivabili per il nucleare. E pure se guardiamo al costo degli accumuli, l’asta del 2025 del MACSE, il mercato degli accumuli gestito da Terna, ha visto un prezzo di assegnazione dei contratti di circa 13 €/kWh (-anno, ndr), che rende la combinazione solare o eolico più batterie competitiva nel mercato elettrico italiano, per cui la variabilità giornaliera può essere gestita oggi con costi concorrenziali, senza incentivi.
Certo, osserverai e d’inverno? È vero, dobbiamo creare degli accumuli stagionali per poter rinunciare al gas dei cicli combinati. Ma questo lo possiamo fare producendo idrogeno e poi metano biogenico in estate, che possiamo immagazzinare nei depositi sotterranei dove oggi mettiamo il metano fossile. È un processo con rendimenti molto bassi, ma è una tecnologia conosciuta e con costi complessivamente inferiori rispetto a scenari alternativi.
La disponibilità del combustibile
I reattori EPR europei devono sostituire 1/3 delle barre di combustibile ogni 18 mesi circa e, come puoi immaginare, i fornitori di combustibile arricchito non sono molti, sia per la complessità e il costo del processo, sia per le implicazioni belliche che questa attività può assumere.
Ne sanno qualcosa gli iraniani in questi giorni. Bene, la Russia dispone del 43% della capacità di arricchimento, poco più dell’Europa, che è il maggiore esportatore di uranio arricchito, pur importandone dalla Russia.
Ma pensa che pure gli Stati Uniti importano ancora dalla Russia circa un quarto del loro fabbisogno, nonostante le relazioni compromesse dopo l’invasione dell’Ucraina.
È un mercato complesso, per oltre il 90% controllato dai governi, in cui non ci sarebbe in alcun modo spazio per imprese italiane. E non occorre che ti spieghi quanto diverso è comprare un impianto da un fornitore estero rispetto a dipendere da lui ogni mese per tenere accesa la centrale.
Un’energia molto densa: si, ma meno di quanto si creda
Con 1 kg di uranio arricchito al 5% di U235 un reattore produce 7 GWh di energia elettrica. Fenomenale.
Ma per avere questo kg servono circa 8,5 kg di uranio naturale, per ottenere il quale si devono scavare da 4000 a 8000 kg di roccia nelle miniere. Una massa circa 2000 volte inferiore rispetto a quella del carbone necessario per produrre la stessa energia, ma pur sempre una bella quantità.
Non ti parlo qui della gestione delle scorie per non appesantire la mia disanima. Sappi solo che il piano di Sogin, la società totalmente pubblica incaricata di gestire lo smantellamento delle centrali italiane, prevede di completare il lavoro nel 2052 con investimenti complessivi stimati in 11,38 miliardi di euro a partire dal 1999, di cui 5 già spesi. Senza aver smantellato ancora praticamente nulla.
E qui comprendi perché la curva di apprendimento che spesso riduce i costi all’aumentare dei volumi della produzione industriale non è stata percorsa negli ultimi 70 anni e verosimilmente non lo sarà nei prossimi 30: è una filiera lunga, complessa, difficile da gestire, a monte e a valle delle centrali.
Il nucleare non occupa spazio?
Richiamo ora il tema che il nucleare è molto concentrato e non occupa il territorio, come le fonti rinnovabili, che sono molto meno dense.
Ma anche qui dobbiamo intenderci: a) qual è l’area interessata da una centrale? I pochi ettari dell’impianto o quelli interessati dai piani di evacuazione in caso di incidente? Se chiedo agli abitanti di Fukushima credo la seconda; b) quanti abitanti devono partecipare ai piani di radioprotezione nelle aree in cui viene posta una centrale?
Per contro, riportare le aree su cui insistono le turbine eoliche come occupazione di territorio sembra perfino assurdo: vi si può abitare, lavorare, coltivare, vivere, senza alcun timore.
La rigidità operativa del nucleare
C’è poi una caratteristica delle centrali nucleari che è importante ricordare: non si possono accendere e spegnere a seconda della necessità.
Una volta accese devono rimanere operative continuativamente, perché se restano spente per più di qualche ora il combustibile non riesce più ad innescare la reazione e ci vogliono giorni, se non settimane per ripartire.
Inoltre, un reattore può modulare la propria produzione con una buona flessibilità, ma di fatto dissipando parte dell’energia primaria del combustibile: per darti un’idea, in Francia nel 2025 questa energia non prodotta è stata stimata in 33 TWh, il 9% della produzione nucleare francese.
Una necessità operativa simile al curtailment (taglio) delle fonti rinnovabili. Queste caratteristiche rendono il nucleare piuttosto ostico per i gestori di rete in presenza di carichi molto variabili ed elevata produzione da fonte rinnovabile.
Cosa abbiamo compreso
Vedi, credo che uno degli insegnamenti più importanti del XX secolo, iniziato sotto la spinta tecnocratica di movimenti di pensiero come il positivismo e sfociato in ideali tutti tesi al progresso tecnologico come il futurismo, sia proprio la necessità di conciliare lo sviluppo tecnologico con le aspettative sociali e in questo l’intera organizzazione della filiera nucleare è intrinsecamente debole.
Possiamo essere d’accordo o meno, ma è cosi, e dobbiamo prenderne atto.
Dalle attività di arricchimento dell’uranio (fai una ricerca su Sellafield, il sito scelto dal governo inglese per le attività upstream della filiera nucleare, troverai tante informazioni interessanti), al trasporto, alla localizzazione delle centrali, alla gestione delle scorie, alla fornitura delle garanzie sul rischio, al confezionamento del finanziamento, sono tutte attività tecnicamente fattibili, ma socialmente critiche.
Oggi abbiamo alternative meno costose, meno complesse e più facili da gestire sul piano sociale. Lo mostrano i fatti, non gli studi. Possiamo gestire l’uscita progressiva dal mondo dell’energia fossile andando pure a risparmiare, senza attendere gli almeno 12 anni per sostituire un MWh di energia dal gas con energia decarbonizzata.
E, credimi, tra 12 anni o la transizione l’avremo realizzata, oppure il cambiamento climatico non lo gestiremo più e sarebbe una rovina. Per te soprattutto, che hai tutta la vita davanti.



























