Ritorno al nucleare, gli interessi dietro la missione impossibile

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Difficilmente i progetti atomici del governo arriveranno alla fase di cantiere, comunque mai nei tempi prospettati. La spinta sul ddl delega è però già politicamente utile alla maggioranza. E per alcune grandi imprese potrebbe esserlo dal punto di vista economico.

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Su QualEnergia.it ultimamente abbiamo deciso di seguire con meno costanza la sfilza di notizie sullo sforzo del governo per riportare il nucleare in Italia; ultima quella del ddl delega fresco di approvazione alla Camera.

Detta in maniera secca, il dibattito ci sembra più che altro una distrazione dai problemi urgenti e reali che il sistema energetico italiano deve affrontare.

Dopo aver letto e pubblicato una nutritissima serie di analisi, ci siamo convinti infatti che questa iniziativa non solo non porterà mai ad avere centrali operative nei tempi poco realistici di cui parla il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin – cioè “2034-2035” – ma che, probabilmente, in Italia un ritorno all’atomo non avverrà affatto, almeno nell’orizzonte temporale su cui si possono fare previsioni, cioè nei prossimi 20-30 anni.

Nodi irrisolti come localizzazione dei siti e consenso, costi fuori mercato, proibitivi senza un massiccio intervento pubblico, oltre alla scommessa tecnologica, rendono improbabile che si arrivi alla fase dei cantieri.

Il programma atomico del governo Meloni, anche se non darà un solo kWh, sta però già producendo e produrrà effetti: politici, industriali, finanziari e comunicativi.

La promessa e gli ostacoli

La promessa ufficiale è nota: nucleare nel mix di un “paese moderno”, accanto a rinnovabili, idrogeno, CCS e gas di accompagnamento; primi reattori nel 2034-2035; quota atomica dell’11-22% nello scenario elettrico di lungo periodo indicato dal Pniec.

Quasi tutto quello che dovrebbe rendere reale quella traiettoria, però, è ancora da costruire. E il primo ostacolo concreto è dove mettere gli impianti.

Sul punto Pichetto, nelle ultime dichiarazioni, rese l’8 giugno, è stato molto chiaro… nell’evitare il tema: è “molto molto presto” e al momento non è stata fatta “assolutamente nessuna ipotesi”.

Risposte, peraltro, date nella stessa intervista in cui ha ribadito la previsione di avere i primi reattori per il 2034-2035, cioè entro 8-9 anni. Tempi che sarebbero strettissimi anche senza tenere conto di localizzazione e permitting, guardando all’esperienza degli ultimi due reattori costruiti in Europa: dall’apertura dei cantieri all’esercizio commerciale sono passati quasi 18 anni per Olkiluoto3 e 17 anni per Flamanville3.

Non c’è bisogno di spiegare come in Italia la localizzazione di opere energetiche molto meno sensibili del nucleare – come impianti fotovoltaici, agrivoltaici o eolici – produca già conflitti locali accesissimi, blocchi da parte di regioni ed enti locali.

Anche dove tutto fila relativamente liscio, poi, autorizzare un impianto eolico, ci ricorda Anev, richiede in media oltre 5 anni e mezzo. Si immagini cosa potrebbe avvenire per una centrale nucleare, tra l’altro in un territorio, quello italiano, in gran parte sismico o per altri motivi (scarsità di acqua, solo per fare un esempio) non adatto a ospitare reattori.

I conti del passato nucleare

Un monito a proposito dovrebbe venire dal deposito nazionale per le scorie, che non è ancora stato individuato e per il quale Sogin prevede l’operatività con forte ritardo, probabilmente entro il 2041.

Il decommissioning delle vecchie centrali – ha ricordato Arera audita sul ddl Nucleare – era arrivato a circa il 32% a fine 2023, dopo oltre vent’anni; i costi a vita intera sono stimati in circa 11 miliardi di euro per il solo smantellamento: 5 miliardi già sostenuti e almeno altri 6 necessari, oltre agli investimenti per il deposito.

Mentre si immagina una nuova stagione nucleare, cioè, stiamo ancora faticando a chiudere la vecchia, peraltro di breve durata.

C’è poi la questione dei referendum, che nel 1987 e nel 2011 hanno bloccato, in forme diverse, la strada italiana all’atomo. Il ddl delega prova a ricostruire un quadro normativo, ma resta una questione politica e di legittimazione: si può riaprire un programma di questa portata senza un consenso molto più largo di quello di una maggioranza?

Anche se a livello economico e tecnico tornare all’atomo fosse una scelta sensata, non si potrebbe fare senza tre condizioni politiche che al momento mancano e probabilmente mancheranno per molto tempo: una condivisione trasversale tra i principali partiti sul mix energetico di medio-lungo periodo; governi abbastanza stabili e coesi sul progetto da reggere un percorso ventennale; una regia statale molto forte su energia, siti e autorizzazioni.

Costi fuori mercato

Anche la tecnologia è meno pronta di quanto lasci intendere la comunicazione del governo. Nuclitalia, la società Enel-Ansaldo-Leonardo costituita nel maggio 2025, prevede di chiudere entro novembre 2026 la selezione della soluzione di riferimento tra le opzioni Smr ad acqua leggera. Siamo quindi alla fase di scelta e due diligence.

Anche un soggetto neutro come Bankitalia, intervenendo sul programma governativo, ha ricordato che Smr, Amr e microreattori sono soluzioni in larga parte ancora in fase di studio o prototipale, con costi quasi impossibili da quantificare.

Banca d’Italia ha ricordato anche come è andata con gli ultimi due Epr di taglia normale – dunque tecnologia matura e affermata e scala più favorevole degli Smr a cui si guarda – fatti in cantiere in occidente: Flamanville 3 in Francia, con costi più che triplicati e 11 anni di ritardo, Olkiluoto in Finlandia, con costi raddoppiati e quasi 13 anni di ritardo, Hinkley Point C nel Regno Unito, rinviato al 2029-2030 e con costo quasi triplicato, da 18 a circa 47 miliardi di sterline.

Quanto alla promessa di energia a basso costo, lo studio di Banca d’Italia segnala che se – come vedremo è previsto accadrà – i sussidi alla costruzione o all’esercizio finissero in bolletta o fiscalità, un eventuale beneficio potrebbe ridursi o sparire.

Anche in ipotesi relativamente ottimistiche, come lo studio Edison-Ansaldo Nucleare-TEHA, il costo indicato per le nuove centrali, circa 90-110 €/MWh – quando e se si faranno – è nettamente superiore ai valori già raggiunti l’anno scorso dall’energia 24/7 da fotovoltaico con batterie, per la quale Irena parla di 47-71 €/MWh.

C’è poi il problema della convivenza con le rinnovabili elettriche. Anche nello scenario del governo, il nucleare dovrebbe compensare la variabilità di solare ed eolico e quindi lavorare spesso a potenza variabile, non sempre a pieno carico e dunque per poche ore all’anno.

Per una tecnologia ad alto costo capitale e basso costo del combustibile, è un punto decisivo: più scende il capacity factor, più sale il costo del MWh.

Il valore ottimistico dello studio Edison-Ansaldo-Teha presuppone un capacity factor del 95%, impossibile in un sistema dominato dalle Fer non programmabili, mentre il World Energy Outlook 2024 della Iea, che calcola un fattore di capacità del 70-75%, parla di 170 $/MWh nel 2023, 140 nel 2030 e 120 nel 2050.

Se davvero al 2050 le Fer dovessero coprire il 78-89% della produzione, lasciando al nucleare l’11-22%, nei periodi di eccesso di generazione rinnovabile bisognerebbe tagliare la loro produzione oppure ridurre quella nucleare: in entrambi i casi un costo inutile per il sistema.

Anche l’indipendenza energetica che l’atomo garantirebbe, infine, è meno lineare di come viene raccontata. Bankitalia segnala che il nucleare può ridurre le importazioni di gas o elettricità, ma aumentare quelle di tecnologia, materie prime e combustibile. L’Italia non ha miniere di uranio attive, riserve accertate, impianti di arricchimento, processamento o fabbricazione delle barre.

La vera ragione è il facile consenso?

Se il percorso è così incerto, perché il governo Meloni vi sta puntando così tanto?

La prima risposta che ci viene in mente è la ricerca del consenso. Il nucleare offre una promessa semplice: molta energia, continua, senza CO2, apparentemente economica, senza cambiare davvero sistema energetico, territorio, reti, domanda, consumi, flessibilità.

Una sorta di bacchetta magica la cui efficacia sarà messa alla prova, forse, solo tra qualche decennio, mentre il dividendo politico è immediato.

Il nucleare più che un piano reale ci sembra una scorciatoia narrativa: permette di parlare di bollette e decarbonizzazione senza affrontare fino in fondo scelte più vicine e conflittuali: autorizzazioni Fer, reti, accumuli, aree idonee, flessibilità della domanda e, soprattutto, riduzione della dipendenza dal gas.

Il consenso infatti sembrerebbe in crescita: nel sondaggio YouTrend per Green&Blue presentato al Festival Green&Blue 2026 nei giorni scorsi, il 46% degli intervistati associa il nucleare all’indipendenza energetica e il 36% al contenimento dei costi; anche se restano forti le paure tradizionali, con il 47% che indica le scorie radioattive e il 42% il rischio di incidenti.

Gioca poi un ruolo il fatto che il tema consente di costruire la contrapposizione, puramente retorica, tra pragmatici e ideologici, tra moderni e contrari alla tecnologia.

Last but not least, il nucleare potrebbe mettere in difficoltà le opposizioni, creando divisioni in forze come il Pd, che storicamente hanno avuto anche una minoranza di esponenti pro-atomo, anche se oggi più silenziosa.

Finanziamenti pubblici

Se i reattori restano lontani, più vicina è la partita che si gioca sui soldi pubblici.

Il ddl mette già alcune cifre sul tavolo: 20 milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029 e, prima ancora, e 7,5 milioni nel 2025-2026 per campagne e iniziative di informazione e consultazione delle popolazioni interessate.

Sono importi piccoli rispetto ai costi di un programma nucleare, ma indicano la direzione: prima dei cantieri ci sono comunicazione, studi, ricerca, formazione, strutture tecniche e preparazione amministrativa.

La parte più rilevante dei fondi, poi, è rinviata ai decreti attuativi, che Pichetto ha annunciato dovrebbero arrivare entro Natale. È lì che si capirà se e come il governo intende costruire l’architettura economica del nuovo nucleare: sostegni alla filiera, strumenti per gli operatori, garanzie, incentivi alla ricerca e meccanismi per ridurre il rischio degli investimenti.

Le richieste sono già arrivate, come si vede dalle memorie depositate nelle audizioni sul ddl.

Edison ad esempio chiede finanziamenti agevolati o garanzie statali per abbassare il costo del capitale nella fase di costruzione, strumenti di supporto per eventuali extra-costi della prima mini-serie di impianti e un CfD in esercizio. Ansaldo domanda una compartecipazione pubblica agli investimenti materiali e immateriali della filiera.

Ain giudica insufficienti i 20 milioni l’anno previsti dal ddl e chiede risorse per autorità, Tso, formazione, supply chain, comunicazione, strumenti finanziari e una cabina di regia del programma nucleare.

Anche la memoria depositata dal Gse è utile, perché mostra quali strumenti si stanno valutando: Rab (cioè il modello a base regolata degli asset per farli ripagare con le tariffe), CfD, Ppa, garanzie pubbliche di ultima istanza o modello Mankala (il modello cooperativo finlandese che prevede che un gruppo di soci finanzi l’impianto e riceva l’energia al costo di produzione, assumendosi però impegni finanziari molto lunghi).

Insomma, il nucleare viene presentato come tecnologia competitiva, ma le stesse memorie favorevoli mostrano che, per renderlo bancabile, il rischio deve essere condiviso o spostato sul pubblico.

Ci sono poi i soldi per le campagne per creare consenso e per la nuova macchina amministrativa.

Il ddl prevede 1,5 milioni di euro nel 2025 e 6 milioni nel 2026 per campagne e iniziative di informazione e consultazione delle popolazioni interessate.

Nella memoria di Stefano Monti per Ain, tra gli allegati, si propone una campagna strutturata con hub informativo, social, tv, radio, affissioni, podcast, eventi, open day e testimonial scientifici o divulgativi, citando anche Geopop e Alberto Angela. È la costruzione preventiva dell’accettabilità sociale, dato che un conto è creare consenso fino a che si parla di ritorno all’atomo in astratto, un altro far accettare le centrali sui territori.

Servono poi un’autorità di sicurezza rafforzata o rifondata, formazione, una possibile cabina di regia, strumenti operativi: una nuova infrastruttura pubblica e para-pubblica da finanziare e far funzionare.

La Banca d’Italia poi punta il dito sull’aspetto più delicato: il ddl prefigura sostegni pubblici, ma non quantifica l’aggravio per la finanza pubblica, rinviando la valutazione ai decreti attuativi.

La filiera italiana

Mentre le centrali restano lontane, la filiera si muove già.

In primis c’è Nuclitalia. La società – Enel al 51%, Ansaldo Energia al 39% e Leonardo al 10%, capitale sociale di 200mila euro e direzione e coordinamento Enel – non è citata nel ddl e non ha un ruolo pubblico formalmente assegnato. Ma si presenta di fatto come una piattaforma industriale e tecnologica per il ritorno del nucleare italiano.

Nuclitalia in audizione ha infatti parlato di una due diligence tecnico-economica sugli Smr ad acqua leggera, di un confronto tra tecnologie da chiudere entro novembre 2026, di un database con circa 800 aziende italiane e 400 categorie di prodotti, di questionari alle imprese e supplier day. È cioè la costruzione di un perimetro industriale.

Dentro quel perimetro si collocano interessi diversi. Ansaldo rivendica il ruolo di sistemista nucleare e chiede di rafforzare nel ddl il sostegno alla filiera, come detto anche con compartecipazione pubblica agli investimenti materiali e immateriali.

Edison propone un modello consortile con energivori, territorio e operatori selezionati, con più consorzi e scelta dei siti da parte degli stessi consorzi sulla base dei criteri di sicurezza.

Confindustria stima ricadute a 46 miliardi per la filiera italiana e nei mesi scorsi ha fatto da spalla al governo sul nucleare come rimedio per le bollette, arrivando a proporre di mettere le centrali nei distretti industriali. Con la crisi attuale, però, ha corretto il tono: nelle ultime settimane dall’associazione industriale sono arrivate meno suggestioni sui reattori nelle fabbriche e più riconoscimento del fatto che, nel breve periodo, le rinnovabili restano la leva più concreta per abbassare il costo dell’energia.

Tra chi ha una posizione favorevole ma tiepida c’è poi Eni, che, più che sul programma proposto, che ha al centro fissione Smr, insiste soprattutto sulla fusione, richiamando la partecipazione a Commonwealth Fusion Systems, al progetto DTT di Frascati, alle collaborazioni con UKAEA e con università ed enti di ricerca italiani. È quindi dentro la partita nucleare, ma su un orizzonte tecnologico diverso e ancora più lungo.

Più in generale, le grandi partecipate pubbliche sembrano per ora assecondare la linea del governo sul ritorno al nucleare, in quella che sembra più che altro una posizione di presidio: stare nella partita, in attesa di capire se arriveranno regole, garanzie e risorse pubbliche sufficienti a renderla concreta.

Le ricadute militari

C’è infine una pista possibile di cui si parla meno: quella degli usi strategici e dual use militari.

Non per produrre armamenti nucleari veri e propri (speriamo sia ovvio), ma per costruire competenze utilizzabili anche nella propulsione navale, nella security, nei sistemi di controllo, nella sensoristica e nella componentistica avanzata.

Questa per ora è solo un’ipotesi di alcuni osservatori, ma diversi elementi rendono il sospetto legittimo: Leonardo SpA, attiva in questi campi, è dentro Nuclitalia con il 10%, il ministero della Difesa è tra i soggetti coinvolti dal ddl e un emendamento presentato da Angelo Bonelli per escludere esplicitamente impieghi militari è stato respinto (anche se Pichetto ha chiarito che il provvedimento riguarda il nucleare civile e ha detto di condividere il non utilizzo militare).

Resta quindi aperta la questione se il rilancio civile possa contribuire a mantenere o sviluppare competenze strategiche spendibili anche in settori sensibili, a partire dalla propulsione navale. È un’ipotesi non facile da verificare, anche perché in questo campo ciò che conta davvero spesso non emerge nei documenti pubblici.

In conclusione, il nucleare italiano è un piano che, in quanto a produzione elettrica, resterà probabilmente sulla carta. È già però un’operazione politica in corso e le ricadute industriali, finanziarie e di spesa pubblica potrebbero concretizzarsi anche senza che si apra un solo cantiere per una centrale.

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