L’eolico offshore non uccide le balene

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Politici e gruppi no-profit hanno incolpato gli impianti eolici marini per la morte di alcune balene, ma l'analisi scientifica non supporta affatto queste affermazioni: le cause sono collisioni con navi e reti da pesca.

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Sono diventate più frequenti, soprattutto lungo la costa orientale degli Stati Uniti, le proteste contro i progetti eolici offshore, al grido di “il vento uccide le balene”.

Ma l’attuale consenso scientifico non suffraga affatto questa affermazione. Non ci sono “legami di alcun tipo tra l’attività di sviluppo dell’eolico offshore e la mortalità soprattutto delle megattere. Nessuno. Zero”, ha detto Douglas Nowacek, ricercatore marino della Duke University.

Lo slogan “Wind Kills Whales” è stato usato come giustificazione contro l’energia eolica dall’ex presidente Donald Trump, che in un recente comizio elettorale ha giurato di demolire i progetti eolici offshore del Paese il primo giorno del nuovo mandato, se sarà eletto una seconda volta a novembre.

L’opposizione “ambientale” e di altra natura all’eolico offshore non è nuova neanche in Italia (Eolico offshore: le norme su biodiversità, avifauna e autorizzazioni contrastano e Dopo il fotovoltaico a terra, l’eolico offshore: un altro “no” di Lollobrigida). Tutto ciò in un momento cruciale e finanziariamente precario per il nascente settore dell’eolico offshore negli Usa e anche in Paesi come il nostro.

Circa 30 GW di energia eolica offshore devono infatti essere installati entro il 2030 per rispettare l’impegno dell’amministrazione Biden di decarbonizzare le generazione elettrica Usa entro il 2035.

L’Italia, da parte sua, ha obiettivi ufficiali molto più bassi degli Stati Uniti per l’eolico offshore, pari a 2,1 GW nel Pniec anche se avrebbe potenziali molto maggiori, di almeno 6 GW al 2030, 10 GW al 2035 e 20 GW entro il 2050, secondo Legambiente.

L’opposizione all’eolico offshore in nome delle balene suona paradossale anche perché è proprio il surriscaldamento causato dalle emissioni a creare uno dei rischi maggiori per le balene e molte altre specie, surriscaldamento causato dalle fonti fossili che l’eolico potrebbe invece contribuire a sostituire.

Cosa uccide le balene?

Dal 2017, più di 500 megattere e altri tipi di balene sono rimaste gravemente ferite, si sono arenate o sono morte prematuramente sulla costa orientale Usa o nelle sue vicinanze, secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration americana (NOAA).

“Per le balene franche, se si esclude la mortalità neonatale, ogni morte documentata negli ultimi 25 anni è stata causata da un impatto con una nave o da un impigliamento con reti da pesca. Ogni singolo caso”, ha sottolineato Nowacek a Scientific American.

Il New England Aquarium ha recentemente riferito che una femmina di balena franca dell’Atlantico settentrionale, nota con il nome di Shelagh, è rimasta impigliata in attrezzature da pesca per la quinta volta.

Le navi che viaggiano a velocità superiori ai 10 nodi possono causare i danni peggiori, tra cui emorragie, lacerazioni dei muscoli e fratture ossee, ha spiegato a Scientific American Andrew Read, direttore del laboratorio marino della Duke University e membro della Commissione per i mammiferi marini, che assiste le agenzie federali nella proteggere gli animali.

“Immaginate un essere umano in piedi per strada, investito da un camion”, dice Read. “Si tratta di un trauma piuttosto forte”, ha aggiunto.

Dal 2008, la NOAA ha cercato di far rispettare un limite di velocità massima di 10 nodi per le imbarcazioni di almeno 20 metri, e ora sta lavorando per estendere questo regolamento alle imbarcazioni più piccole. Ma l’84% delle imbarcazioni che hanno attraversato le regioni di rallentamento designate dalla NOAA con popolazioni di balene vulnerabili ha comunque superato tale limite nelle rilevazioni tra il 2020 e il 2022, secondo un rapporto dell’organizzazione no-profit per la conservazione Oceana.

L’aumento della temperatura degli oceani può spingere inoltre le balene a seguire le prede in nuovi ambienti, talvolta mettendole direttamente sulle rotte di navigazione. Ad esempio, i ricercatori hanno notato che circa il 40% delle balene dell’Atlantico settentrionale, in pericolo di estinzione, trascorrono ora le loro estati nel Golfo di San Lorenzo, a ovest di Terranova, in Canada, un’area caratterizzata da un intenso traffico marittimo e dalla pesca.

In precedenza, questa specie era stata avvistata raramente in questa zona. Secondo gli scienziati, le balene stavano probabilmente inseguendo minuscoli crostacei in acque più fresche perché il cambiamento climatico ha riscaldato habitat tradizionali come il Golfo del Maine e la Baia di Fundy, tra il New Brunswick e la Nuova Scozia, sempre in Canada.

Quali impatti ambientali hanno gli impianti eolici offshore?

Il fatto che le cause di morte delle balene siano riconducibili a tutt’altre cause rispetto agli impianti eolici non vuol dire che la costruzione di enormi turbine nell’oceano sia priva di conseguenze ambientali.

I ricercatori e le agenzie federali concordano sul fatto che, sebbene gli impianti eolici offshore non siano responsabili del recente picco di mortalità delle balene, un ulteriore sviluppo potrebbe comunque rappresentare un rischio per la vita marina in generale.

Il rischio maggiore è rappresentato proprio dagli urti con le navi, perché la costruzione degli impianti richiede un maggior numero di imbarcazioni nell’oceano.

Per mitigare questi rischi, South Fork Wind, un progetto eolico offshore sviluppato dalle società energetiche Ørsted ed Eversource, ha deciso nel 2022 di applicare la regola dei 10 nodi della NOAA a quasi tutte le imbarcazioni legate al progetto, indipendentemente dalle dimensioni.

La California, che si trova lungo la rotta migratoria delle balene grigie del Pacifico, sta richiedendo a tutte le imbarcazioni che svolgono attività di rilevamento e transito dell’eolico offshore di rispettare il limite.

La legge federale americana impone inoltre agli sviluppatori di turbine di portare con sé Osservatori di specie protette, addestrati da terzi, quando si avvicinano ad aree note per la presenza di animali marini. In caso di scarsa visibilità, gli osservatori utilizzano telecamere a infrarossi per individuare i mammiferi marini e indicare ai capitani delle imbarcazioni di rallentare o fermarsi, se necessario.

Rumore per l’eolico vs rumore per gli idrocarburi

Le compagnie energetiche stanno anche studiando come ridurre i rumori dei rilievi e delle costruzioni, che possono indurre le balene a evitare un’area, anche se finora non ci sono prove che questi suoni danneggino fisicamente le balene, secondo Nowacek.

Le apparecchiature più rumorose utilizzate sono chiamate “sparkers” e “boomers”, che vengono trainate da un’imbarcazione appena sotto la superficie dell’acqua per scansionare il fondale marino alla ricerca di siti per le fondazioni delle turbine in acque relativamente basse. Gli sparkers rilasciano una scarica elettrica, mentre i boomers creano un impulso acustico nell’acqua. In entrambi i casi producono suoni che rientrano nella gamma uditiva delle balene.

Ma, per fare un confronto, queste sorgenti acustiche sono circa mille volte più silenziose delle “onde sismiche” usate dal settore petrolifero per mappare il fondale in cerca di nuovi giacimenti, ha detto Nowacek, secondo cui “le indagini sismiche per il petrolio e il gas sono il suono più forte che gli umani immettono regolarmente nel mare”, ha aggiunto.

Gli impulsi sonori emessi nel corso di questi rilevamenti devono infatti viaggiare per molti chilometri verso il basso, in profondità sotto il fondale marino, per individuare i giacimenti di petrolio e gas, rispetto ai soli 50-100 metri necessari per i rilevamenti eolici offshore.

Ma “anche per le campagne dell’industria petrolifera e del gas, non c’è documentazione diretta della morte di un animale per mano di uno di esse”, ha precisato Nowacek.

Dopo i rilievi, gli sviluppatori iniziano a martellare le fondamenta delle turbine nel fondale marino, un altro processo che può causare disturbi acustici. Equinor, una società energetica, ha descritto una serie di precauzioni adottate per affrontare questo problema: ad esempio, non esegue lavori di palificazione nell’Atlantico tra gennaio e aprile, quando c’è la maggiore concentrazione di balene nell’area, ha spiegato Jennifer Dupont, responsabile degli affari tecnici ambientali di Equinor.

L’azienda predispone anche di “zone di arresto“, cioè aree in cui i lavori di costruzione vengono interrotti se un osservatore di specie protette nota l’ingresso di una balena nell’area. A volte gli ingegneri utilizzano cortine di bolle, rilasciate da tubi d’aria perforati posati sulle fondamenta in anelli concentrici, per assorbire i rumori della costruzione.

Le misure di mitigazione basteranno

“Anche i sostenitori dell’eolico offshore, come me, riconoscono che uscire dalla porta di casa ha un impatto, quindi è ovvio che costruire strutture di grandi dimensioni nell’oceano avrà un impatto”, ha affermato Kris Ohleth, direttore esecutivo dell’associazione no-profit Special Initiative on Offshore Wind, secondo cui sta agli esperti del settore capire quali siano i potenziali danni provocati dalla costruzione delle turbine e come mitigarli.

Da parte loro, sia Nowacek che Read concordano sul fatto che queste misure sono sufficienti.

“Tutti questi metodi di mitigazione sono collaudati e funzionano”, ha detto Read, mentre secondo Nowacek gli osservatori, le zone di arresto, le cortine di bolle, i limiti di velocità e altro ancora funzioneranno praticamente sempre per prevenire la mortalità e le lesioni gravi delle balene.

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