Eolico offshore: le norme su biodiversità, avifauna e autorizzazioni contrastano

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Il Mase avverte: i tempi per individuare aree di accelerazione e siti protetti confliggono. Intanto cinque candidature sui porti eolici, ma il Comip allerta: “Non avvantaggiare le aziende estere”.

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“La necessità della Strategia europea per la biodiversità 2030 di identificare nuovi siti da proteggere potrebbe entrare in conflitto o essere compromessa dalla creazione delle Raas”, cioè le “renewable acceleration areas” offshore istituite dalla direttiva Red III dove il permitting agli impianti è semplificato.

A scriverlo è il Mase in un allegato alla “relazione sullo stato di attuazione del Piano del mare”, aggiornata al 30 maggio 2024.

Tale relazione è stata redatta dal Comitato interministeriale per le politiche del mare (Comip) e inviata in Parlamento (il documento pubblicato dal Senato è disponibile in basso).

Secondo il ministero le Raas “andranno identificate in tempi strettissimi” dati gli obiettivi energetici europei ma tutto ciò è “potenzialmente non compatibile rispetto al processo, più lungo, di identificazione di nuovi siti meritevoli di protezione” ambientale.

Un difficile cortocircuito normativo che la nuova Commissione europea dovrà mettere nella sua agenda.

Intanto, il dicastero italiano è al lavoro anche su un altro aspetto: la definizione delle “zone di protezione speciale” previste dalla direttiva 09/147/CE per la tutela degli uccelli.

Anche in questo caso un vicolo che ha “possibili impatti sull’eolico in mare”, come ricorda il Mase.

Nel 2021 Ispra ha trasmesso le “mappe di sensibilità dell’avifauna per l’eolico offshore” e “a partire da tale studio, al fine di instituire le nuove Zps in acque extraterritoriali, risulta necessario avviare un confronto con i vari soggetti interessati per approfondire le attività in corso”, conclude il Mase.

Nella relazione sul Piano del mare si sottolinea che attualmente sono in procedura di valutazione d’impatto ambientale presso la competente commissione Pnnr- Pniec sette progetti di parchi eolici offshore.

Il decreto Energia 181/2023, infine, “include molte tematiche connesse con l’eolico, con la creazione di strutture in ambito portuale nel Mezzogiorno e il supporto per la realizzazione delle piattaforme eoliche offshore”.

Un Dl che “è stato oggetto di grande discussione in sede di commissione referente” e ora, “sui tavoli di coordinamento, occorre superare la criticità dell’individuazione delle aree da dedicare all’eolico in mare, tematica di non agevole trattazione con le Regioni”.

La proposta del ministero “è un decreto ambientale che integri il mare con i porti e la logistica, tenuto conto dei finanziamenti Pnrr destinati all’efficientamento energetico dei porti”.

Le prospettive dei porti e della logistica eolica

In attuazione dello stesso decreto Energia, si ricorda, il ministero ha pubblicato ad aprile l’avviso pubblico per realizzare nei porti di aree da destinare alla realizzazione di infrastrutture per la produzione, l’assemblaggio e il varo di piattaforme eoliche galleggianti.

Alla scadenza del 18 maggio scorso i siti candidati sono Civitavecchia, Brindisi-Taranto, Crotone, Augusta e Vasto.

L’indicazione è arrivata il 26 giugno a Roma in occasione di un convegno organizzato dall’Associazione delle energie rinnovabili offshore, Aero.

Il presidente Fulvio Mamone Capria, recentemente rinnovato nel suo ruolo dall’assemblea dei soci, ha spiegato come “il nostro potenziale di energia green dai primi impianti di eolico offshore in Italia potrebbe arrivare a 8,5 GW già al 2030, ovvero il 7% del fabbisogno elettrico nazionale”.

Un target che presuppone alcuni interventi: adeguamento delle infrastrutture portuali; riduzione dei costi di connessione tra mare e terra; valutare nuove misure a supporto di tecnologie innovative e confrontarsi con il Gse sul tema delle future gare per l’assegnazione degli incentivi Fer 2.

Queste le priorità dettate da Aero che però devono fare i conti anche con i problemi del mercato.

Sul tema delle connessioni mare-terra, infatti, si registra un intervento di Terna nello stesso convegno organizzato dall’associazione, in cui si rileva che il tempo di fornitura dei cavi sottomarini può arrivare anche a sei anni, incidendo chiaramente sui tempi dei progetti.

Da segnalare, infine, un ulteriore elemento di preoccupazione, in questo caso lanciato ad aprile da un tavolo tecnico di coordinamento del Comip: “L’Italia è posta in una condizione in cui il know-how è disponibile e le aziende, soprattutto i fondi internazionali, desiderano investire. Tale situazione merita particolare attenzione da parte della pubblica amministrazione e degli investitori, anche al fine di scongiurare il rischio che gli investimenti per lo sviluppo dell’eolico offshore in Italia possano portare vantaggi economici solo alla ricerca e alle aziende metalmeccaniche estere”.

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