Bisogna uscire dal carbone ma senza investire in nuovi impianti a gas: in occasione della tappa laziale della Goletta Verde 2020, Legambiente ha protestato davanti ai cancelli della centrale Torrevaldaliga Nord di Civitavecchia, l’ultima a carbone inaugurata in Italia, nel luglio 2008.

Gli attivisti, spiega una nota dell’associazione ambientalista, hanno esposto due striscioni con le scritte “Fermiamo la febbre del pianeta” e “Nemico del clima”: è inaccettabile, si legge nella nota, che di fronte all’emergenza climatica, il governo continui a puntare su una fonte fossile, in sostituzione di un’altra fonte fossile. Così Legambiente Lazio chiede che con la dismissione della centrale, prevista entro il 2025, non si costruisca un nuovo impianto a gas.

“La centrale a carbone di Civitavecchia è il nemico del clima numero uno nel Lazio – ha dichiarato Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – per l’inquinamento che provoca nel suo territorio e per l’enorme portata delle emissioni climalteranti che scatena. Torrevaldaliga va spenta e convertita in polo delle rinnovabili, con torri eoliche, fotovoltaico e sistemi di accumuli in grado di rispondere alle esigenze di produzione, ma anche di sicurezza e flessibilità della rete. Non nell’ennesima centrale a gas”.

Torrevaldaliga Nord, precisa Legambiente, secondo gli ultimi dati prevenienti da Bruxelles, è al primo posto tra gli impianti italiani per emissioni, perché nel 2018 ha prodotto 8,1 milioni di tonnellate di CO2.

Nel Lazio, secondo il registro europeo delle emissioni E-PRTR, su 11.409.000 tonnellate di CO2 derivante da 9 impianti di produzione energetica da fonti fossili, il 78% proviene dalla Centrale Torrevaldaliga Nord di Civitavecchia, l’11,2% del totale nazionale.

Inoltre, prosegue la nota, i dati Terna dimostrano ampiamente come per affrontare questa fase di transizione non sia assolutamente necessaria la realizzazione di nuove centrali a gas, rese economicamente vantaggiose dal nuovo sussidio del Capacity Market.

Basterebbe, infatti, sostiene Legambiente, far lavorare le centrali esistenti passando da 3.200 ore medie l’anno a 4.000, per coprire abbondantemente tutte le necessità energetiche. In una visione d’insieme, tutto questo non implica la costruzione di nuove centrali a gas.

La centrale a carbone, per poco più di un decennio, ha emesso la stragrande maggioranza delle emissioni nel Lazio, devastando qualità dell’aria e salubrità nel territorio dove è sorta: la sua accensione è stato un gravissimo errore, oggi convertirla a centrale a gas significherebbe perpetrare quell’errore, condannando l’area ad ospitare la produzione energetica da fonti fossili per parecchi anni.

Secondo Legambiente, la Regione Lazio dovrebbe sottoscrivere, nel suo Piano Energia, l’assoluta necessità di un polo energetico sostenibile, ma anche fare ricorso a un piano di sviluppo delle rinnovabili che tenga conto delle nuove frontiere su comunità energetiche e autoconsumo collettivo, individuando aree idonee allo sviluppo del fotovoltaico tra aree marginali e dismesse e anche integrato con l’agricoltura, così come puntare su piani di efficienza energetica spingendo le riqualificazioni edilizie almeno in classe B, approfittando anche del super bonus del 110%.

Si potrebbe così trasformare la regione, termina la nota dell’associazione, in un modello innovativo, in grado di valorizzare i territori e le loro economie locali, non sottovalutando inoltre il ruolo del gas verde, cioè dell’idrogeno, che potrebbe portare tutto il territorio a una vera e propria rivoluzione che coinvolgerebbe l’intera città di Civitavecchia, il settore della mobilità, l’occupazione industriale, il porto, la valorizzazione del paesaggio e il turismo di prossimità oltre al tema della salubrità dell’aria.