Confindustria che dichiara di accettare la “sfida della sostenibilità” puntando a investire ancora di più nell’economia circolare e nell’efficienza energetica, secondo le parole del presidente Vincenzo Boccia nella sua relazione per l’assemblea annuale 2019 (documento allegato in basso).

E Confindustria Energia che condivide con i sindacati l’obiettivo di una transizione “inclusiva e socialmente sostenibile”, con un preciso riferimento alla necessità di cogliere le nuove opportunità offerte dalle tecnologie rinnovabili.

Così dalle mille anime dell’associazione emerge una più chiara consapevolezza che è necessario aumentare l’impegno finanziario verso una crescita economica a basso impatto ambientale, in modo da ridurre la produzione e il consumo di carburanti fossili.

Anche se poi la stessa Confindustria continua ad assegnare un ruolo predominante al gas naturale nel futuro mix elettrico italiano, nelle sue recenti osservazioni sul PNIEC, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima al 2030 (vedi qui).

Insomma non mancano le contraddizioni nel dibattito in corso a livello italiano/europeo su come contrastare il cambiamento climatico e diminuire le emissioni inquinanti.

Quanto si stanno impegnando su questo fronte le maggiori lobby del nostro continente?

InfluenceMap, l’organizzazione no-profit basata a Londra, ha appena pubblicato una ricerca su otto grandi associazioni industriali europee, tra cui BusinessEurope (di cui fa parte Confindustria) per capire quanto siano allineate alle politiche Ue sui temi energetici e ambientali.

E ha scoperto che la maggior parte delle lobby dal 2015 a oggi ha continuato a opporsi contro i nuovi obiettivi fissati da Bruxelles (in linea con gli accordi di Parigi sul clima) per le energie rinnovabili, il taglio delle emissioni di CO2, lo sviluppo della mobilità elettrica.

La tabella sotto riassume i punteggi assegnati da InfluenceMap in una scala 0-100 dove quelli sotto 50 indicano una netta opposizione alle politiche pro-clima, mentre quelli sopra questa soglia mostrano un parziale supporto. La colonna finale (Alignment with Members’ Scores) evidenzia se il punteggio assegnato a una data lobby riflette il pensiero dei diversi gruppi industriali che la compongono; tranne un paio di situazioni, si nota un certo divario tra le rispettive posizioni, dovuto al fatto che le singole aziende, in molti casi, sono più attente al clima di quanto lo sia la loro lobby di riferimento.

BusinessEurope ha meritato uno dei punteggi peggiori, perché nelle sue attività lobbistiche, si legge nel documento di InfluenceMap, ha centrato l’attenzione sulle conseguenze economiche negative che sarebbero derivate dall’adozione di regole ambientali più stringenti, chiedendo maggiori tutele per le aziende.

Di recente, da BusinessEurope è arrivata qualche timida apertura alla possibilità futura di tassare le emissioni di anidride carbonica e di arrivare alla neutralità climatica intorno alla metà del secolo, come previsto dalla strategia Ue al 2050 che parla di azzerare le emissioni nette di CO2 entro quella data.

Ma siamo ben lontani da un’adesione chiara e convinta alle politiche di de-carbonizzazione economica.

Anche la lobby delle case automobilistiche (ACEA: European Automobile Manufacturers Association), si legge nella ricerca di InfluenceMap, ha sempre ostacolato la definizione di traguardi più severi per ridurre le emissioni di CO2 dei nuovi veicoli venduti in Europa (vedi anche qui).

Eurelectric è l’unica lobby in controtendenza, perché dalle analisi di InfluenceMap emerge che l’associazione che riunisce le utility europee guarda con favore alla progressiva elettrificazione “low carbon” dei vari settori, trasporti inclusi, oltre ad aver supportato la riforma del mercato EU-ETS (Emission Trading Scheme) e l’elaborazione dei nuovi standard sulle emissioni delle auto.

Di recente, Eurelectric ha anche criticato i PNIEC europei per essere troppo vaghi e poco ambiziosi sulle misure da adottare nei vari Stati membri per centrare gli obiettivi clima-energia al 2030.

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